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Mio nonno Giovanni: il dolore, il ricordo, il riconoscimento Opinion leader

Benedetta Gentile, nipote di Giovanni Gentile il filosofo ucciso nel 1944 poco prima della liberazione di Firenze, giornalista e collaboratrice di Stamp,  ha scritto questo ricordo del nonno, prendendo spunto dal saggio di Luciano Mecacci “La Ghirlanda fiorentina” uscito a 70 anni dall’attentato del Salviatino, 

Firenze – Mio nonno non l’ho conosciuto. Lui è stato ucciso nell’aprile del 1944, io sono nata alla fine di dicembre, quinta figlia dei sette che saremmo diventati. Sono nata a Firenze dove mio padre, come presago della tragedia che avrebbe colpito la famiglia, aveva deciso di trasferirsi per essere vicino ai suoi genitori . Di quel 15 aprile mio padre scrisse in due libri (“Giovanni Gentile “,  Sansoni 1951  e “Ricordi e affetti”(Le Lettere, 1988). Il primo  è un  resoconto del periodo che va dal  “Discorso agli Italiani alla morte”,  una testimonianza  che il Senato volle ripubblicare a sue spese nel 2004  ritenendolo un documento di “assoluta obiettività  e serenità” da parte dell’autore. In casa però si  parlava raramente di  nonno e ancor meno della sua morte. Forse perché il dolore per quella morte violenta poteva esprimersi solo attraverso il silenzio. Così per me,  il ricordo di Giovanni Gentile, è intimamente e quasi esclusivamente legato al dolore di mio padre, dolore rimasto silenzioso ma palpabile, per anni, fino alla fine. Perché era una sofferenza alimentata dai continui attacchi alla persona, che nulla avevano a spartire con legittime critiche all’avversario politico o al filosofo.

Erano accuse false, fango gettato come si usa nei regimi totalitari per togliere ogni dignità al ‘nemico’ , come quella di accusarlo  di aver firmato il manifesto della razza, lui che era stata una delle poche voci a levarsi pubblicamente contro le leggi razziali, come ha recentemente ampiamente provato Simoncelli (P. Simoncelli, “ Non credo neanch’io alla razza” –ed. Le Lettere) e uno dei più attivi nel proteggere e aiutarne le vittime. O i tentativi, poi caduti nel nulla perché privi di ogni fondamento, di infangarne la memoria con un processo postumo per profitti di regime.  Un giorno trovai sul tavolino in salotto di casa una specie di grande registro.  Incuriosita lo aprii.  Era un documento in risposta alle accuse che Gentile si fosse indebitamente arricchito dove  erano stati incolonnati gli impegni professionali di nonno e i suoi emolumenti.  Scoprii cosi che l’unico stipendio che aveva voluto  percepire,  era quello di professore, rinunciando a tutti gli altri.  Mi sembrò un gesto di sapore “risorgimentale”  un po’ in disuso ai nostri giorni ma penso più diffuso in chi era nato e cresciuto nella seconda metà del XIX secolo.

Mio padre si rammaricava anche come spesso e volentieri l’interesse per Gentile fosse monopolizzato dal suo ruolo politico e specialmente dalla sua uccisione . Riteneva infatti che troppo di sovente si dimenticasse che Gentile era stato prima di tutto un filosofo e che conoscere il suo pensiero fosse indispensabile anche per comprendere alcune sue scelte politiche. “Sdoganata” anni fa da Massimo Cacciari su ‘Repubblica’, la  sua filosofia sembra ora al  riparo non da  critiche ma da polemiche e attacchi che esulano dal campo speculativo, e questo è sicuramente un tardivo passo avanti positivo che avrebbe rallegrato mio padre.  Che non ha però avuto la soddisfazione di avere tra le mani il carteggio Croce – Gentile, ora in libreria. Mio padre si era infatti battuto per anni affinché le lettere dei due filosofi fossero pubblicate congiuntamente, senza successo per un’opposizione degli eredi Croce che non riusciva a comprendere.

Comunque non ho mai sentito una parola di recriminazione uscire dalla bocca di mio padre, che ha sempre cercato di capire le posizioni degli altri. Anche se non poteva non essere addolorato dalla virulenza di chi, caduto il regime fascista, aveva dimenticato consuetudini e benefici ricevuti.  Come aveva scritto nel 1951, già  prevedendo la difficoltà  di sbrogliare la matassa dell’uccisione di suo padre, aveva potuto ravvisare “l’atteggiamento di disagio” di tanti “amici più o meno devoti dei tempi migliori”  che “nel segreto della propria coscienza ebbero a sentirsi responsabili “ di quella morte.

 

 

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