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“Moebius”, il sesso tra cristianità e buddismo Cinema

Kim Ki-duk è uno degli autori più importanti sia del cinema coreano in particolare che di quello asiatico in generale, capace di guidare, insieme ad altri autori, la rivoluzionaria Nouvelle Vague coreana che da quindici anni sta donando a tutta la cinematografia mondiale alcuni grandi capolavori. Profondamente segnato da una terribile infanzia, il regista Kim ha da sempre inglobato nel suo cinema alcune tematiche alquanto forti dove la leggerezza difficilmente trova spazio. Con una grande capacità tecnica il regista riesce a creare sequenze che si incidono letteralmente a fuoco nell'immaginario del suo spettatore, come dimenticare la tremenda sequenza degli ami da pesca de L'Isola del 2000, pellicola mostrata alla Mostra del Cinema di Venezia che diede visibilità e prestigio internazionale all'autore. Anche pellicole ritenute più “leggere” per i loro contenuti come Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, in realtà analizzano il tema religioso con una violenza psicologica terribile. Con il suo ultimo film, Moebius, Kim Ki-duk prosegue il sentiero intrapreso con Pieta, analizzando ancora una volta la difficile tematica familiare attraverso la lente della religione e confezionando una pellicola speculare a quella che gli è valsa il Leone d'Oro l'anno scorso.

Kim Ki-duk sforna un opera più profonda e completa di altri suoi lavori poiché al suo interno coesistono molti elementi provenienti da tutta la sua cinematografia. Da una lato tutte le sue opere stanno diventando sempre più tautologiche ed autoreferenziali, ma dall'altro queste continuano ad evolversi guardando tanto indietro quanto in avanti. Nel film abbiamo così il tema centrale della gelosia, da sempre visto come un legame indissolubile tra amore e violenza, accanto quello della famiglia, anche questa vista sempre con occhio cinico e mai presentata in modo “sano”, senza trascurare la vorace sessualità, presente nel suo cinema fin dagli albori. I film passati vengono ripercorsi non solo tematicamente, ma anche visivamente con alcuni rimandi alquanto espliciti, sia grazie alla costruzione del quadro che ad alcuni oggetti. Ci troviamo così di fronte nuovamente all'abbraccio a tre di Ferro 3, alla pietra e alla mortificazione della carne di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, e anche alla pistola come veicolo di una vendetta divina di Arirang. Tanto in passato Kim Ki-duk guardava alle cinematografie straniere, cogliendo stili e tematiche sia dalla Cina che dal Giappone, tanto adesso il suo cinema guarda indietro a sé stesso trasformandosi esso stesso nel nastro di Möbius del titolo, un percorso che si snoda all'infinito per tornare sempre su sé stesso.

Sono inoltre fortemente presenti le tematiche religiose che contribuiscono a metterlo in profondo dialogo con il precedente Pieta: dove là c'era il miraggio della famiglia, composta solo da madre/madonna e figlio/cristo, qui ci troviamo di fronte alla santa trinità familiare, padre, madre e figlio. Dove in Pieta erano presenti numerose suggestione cristiane (il regista si è convertito al cristianesimo poco più che ventenne) qui osserviamo il mondo attraverso la lente della religione buddista. La sessualità è vista si come qualcosa di distruttivo che fagocita l'essere umano in un infinito vortice di tentazioni, ma non con il classico senso di colpa insito nella religione cristiana, ma piuttosto inquadrandola nella visione buddista del desiderio fisico che va abbandonato per raggiungere l'illuminazione. Solo in questa chiave si potrà capire il significato del gesto finale del figlio e quel suo enigmatico sorriso di fronte alla testa di Buddha illuminata da una torcia. Un sorriso caloroso e finalmente pacifico.

Con Moebius continua il percorso di appropriazione del mezzo cinematografico di Kim Ki-duk, affastellando da una parte temi ed influenze provenienti dal cinema del suo passato e dall'altro assegnandosi ogni possibile mansione tecnica: qui è regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore e produttore. Un film che non necessita di parole per spiegarsi e dove la recitazione profondamente mimica lo avvicina più al teatro che al cinema. Anche in quest'ottica vanno lette alcune sequenze che possono apparire quasi parodistiche per ciò che accade. Ma con Kim Ki-duk nulla è lasciato al caso e non si può quindi parlare di comicità involontaria ma di consapevole scelta stilistica volta a creare un cortocircuito grottesco tra commedia e tragedia.

Moebius è un film che diventa completamente e inequivocabilmente personale; l'unica opera che ci si poteva aspettare da Kim Ki-duk in questo momento. Nulla di più e nulla di meno.

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