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Monica Guerritore in “End of the rainbow” Spettacoli

Le loro esistenze sono idealizzate, guardate con invidia da coloro che conducono una vita “comune”. I loro giorni divengono oggetto di fantastici sogni. Ma la realtà è ben diversa. Il peso della notorietà, del successo, dell’apparire in pubblico, a volte soffoca gli artisti, non permette loro un solo “passo falso” e soprattutto li costringe a fingere che va tutto bene anche quando la loro vita sta andando a rotoli. Peter Quilter nel 2004 ha scritto il musical biografico End of the rainbow dedicato all’attrice hollywoodiana Judy Garland, anche lei una “invidiabile” star. Ma il percorso della Garland, purtroppo, è tutt’altro che auspicabile. Il successo arrivò in giovanissima età, aveva solo 17 anni quando interpretò Dorothy nel film Il mago di Oz di Victor Fleming (qui fu lanciata la canzone Over the rainbow). Lo stress delle riprese fu inizialmente smorzato dai farmaci. Da allora pillole e alcol l’accompagnarono per la sua breve esistenza, come unico rifugio dal terrore del palco, dalla stanchezza del lavoro e dai matrimoni sbagliati (tra cui quello con Vincente Minnelli da cui nacque la nota Liza). Il musical arriva in Italia con la produzione di Francesco Bellomo e la regia di Juan Diego Puerta Lopez: a interpretare la diva un’attrice di grande spessore come Monica Guerritore. Lo spettacolo è andato in scena in anteprima al Teatro della Pergola di Firenze e verrà riproposto nelle stagioni teatrali del prossimo anno.

Nello spettacolo sono narrati gli ultimi giorni di Judy Garland, nel 1968 si trova all’Hotel Ritz Carlton di Londra insieme al suo amico e pianista Anthony (Andrea Nicolini) e al suo nuovo amante, poi quinto marito, Mickey Deans (Alessandro Riceci); in programma diversi concerti che dovrebbero risollevare la cantante-attrice da un periodo di depressione e di dipendenza da alcol e pasticche. È un momento di calma apparente, subito spezzato dal ritorno delle paure e delle angosce di Judy. Il crollo è inevitabile, solo bere e i suoi calmanti possono farla continuare. Capricciosa e disperata, bambina e leader, testarda e indifesa, dietro la sua forte personalità si cela una fragilità immensa, tanto da non sopravvivere al suo mestiere, detestato perché la mette sempre in mostra, perché pretende da lei sempre l’impeccabile presentazione di sé. Ma Judy ormai è stanca, priva di energie. Forse lasciare il teatro sarebbe la soluzione ai suoi problemi. Invece muore di overdose, pochi mesi dopo, per un’eccessiva assunzione di barbiturici. Ha solo 47 anni.

Il sipario dorato, simbolo di un eccesso di divismo che effettivamente ha caratterizzato la carriera della Garland, si apre sul salottino della suite dell’hotel dove si consumano le sue crisi depressive, le sue sfuriate, ma anche i suoi momenti di spensierata vivacità. Judy è una donna frizzante, eccentrica, gioiosa anche. Monica Guerritore sembra immensamente piccola su quel palco nei panni della Garland, ne interpreta gli aspetti più incoerenti, una raggiante allegria che si alterna a un deprimente tormento. Quando lo sfondo della scena si apre all’orchestra (arrangiamenti musicali di Marcello Sirignano), il salotto si trasforma in club o teatro (scene di Carmelo Giammello): la Guerritore (nei costumi sfavillanti anni '60 di Walter Azzini) canta alcune delle più note canzoni della Garland, ne imita le coreografie. Non importa se non è nelle sue corde, – è lei stessa ad ammettere che è la prima volta che canta e balla in scena, per farlo ha studiato per tre mesi ogni giorno con un coreografo e una vocal coach – l’attrice riesce a trasmettere le emozioni profonde di una diva nel suo momento di declino, ne rappresenta lo spirito autodistruttivo, che non accetta nessuna offerta d’aiuto e preferisce lasciarsi andare: «è scoppiettante, folle, drammatica, stramba e tenerissima – Monica Guerritore così descrive il suo personaggio – come solo una grande artista può essere ed è disperata come lo è una donna completamente sola nonostante i suoi innumerevoli amori. Tira avanti con quel che resta della sua voce e supplisce dando al pubblico la sua anima».

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