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Monticchiello 2018: il magico valzer che (forse) salva la comunità in crisi Spettacoli

Monticchiello – Nel cantiere teatrale di Monticchiello, al termine di questa 52esima puntata andata in scena in piazza della Commenda, sorge una vaga, docilissima malinconia. Una lieve patina di romanticismo crepuscolare, che va oltre lo stupore leopardiano di una notte insolitamente mite dentro un cielo coerentemente stellato, assale più che l’animo dello spettatore, la visione delle cose che lo spettacolo messo a punto da Andrea Cresti, col titolo Valzer di mezzanotte, ci ha voluto comunicare.

Che sono cose inquiete, strapazzate dal tempo, inquinate dalla memoria, facili da decifrare ma difficili da inventariare. Sono cose che in fondo i suivers di Monticchiello, gli aficionados di questa “povera” forma che si definisce “autodramma”, conoscono a memoria. Ma che ogni volta risuonano diverse: più lucide o confuse, oniriche, realistiche, più astratte o concrete, fra cronaca e metafisica. Sempre, sistematicamente indocili.

Sono le stagioni delle mezzadria, le lotte la terra i padroni gli scioperi, sono gli innesti del nuovo mondo sui ritmi dell’antica civiltà contadina, le tradizioni che muoiono ma resistono, sono le campagne che si spopolano e gli agriturismi che dilagano, il lavoro che manca ieri come oggi, bisogna emigrare e anche morire in miniera, a Marcinelle, sono i cambiamenti antropologici prima che culturali, sono i servizi sempre meno, i vecchi che alla fine non ci sono più, i giovani che vanno e vengono, che annusano la storia (le storie dei padri) ma non sanno cosa farsene. Sono strategie di sopravvivenza quelle che qui affiorano d’estate, strategie che si interrogano e ci interrogano, e perlustrano il territorio, il loro, il nostro, geografie dell’anima e mappe societarie.

Il valzer di mezzanotte richiama, così ci sembra, tutto questo retroterra. Lo accoglie, lo semina, lo macina, lo disperde. La malinconia finale allora più che una spia del vissuto che non torna (gli anni passano e le liturgie si incrinano dietro a un telefonino sempre acceso) è un segno di riconoscenza verso un domani che non muore.

L’atto in commedia dell’autodramma 2018 è una tavola apparecchiata, un invito, una festa di nozze, una vecchia tradizione, il lancio dei confetti che non erano chicchi di riso ma vere pallottole di zucchero, che diventa disordine ideologico, contraccolpo politico sui temi del giorno, l’Europa, il razzismo, le nuove frontiere, i muri, l’accoglienza, le differenze che sono gli altri da noi, bianchi neri gialli non importa.

E’ la comunità che traballa? E’ lo spirito di appartenenza che prevale? La solidarietà ha ancora peso? Bisogna credere ai profeti della new economy e ai loro numeri (neanche buoni da giocare al lotto)? Nell’egoismo che si diffonde a macchia d’olio e incrina l’atmosfera, l’habitat parentale e il tessuto sociale, coi bimbi attaccati all’Ipad che non intendono ragioni, in fondo ognuno, grandi e piccini, chiuso nel suo “particulare”, la cena salta, i tavoli si sfasciano, i confetti volano ma per fare male e colpire l’avversario, e rimettere le cose a posto sarà fatica di donne (la madre terra, l’origine del mondo).

Allora sarà quel piccolo valzer che arriva da un clarinetto isolato alla ribalta, dopo un si salvi chi può che ha messo tutti sulla stessa zattera (l’attualità dell’immagine si commenta da sola) e dopo che la speranza è solo un gratta e vinci che crea dipendenza psicologica, sarà lui il pifferaio che si porta dietro l’onda malinconica dell’incompiuto? Intanto però, voltata pagina, il fallimento supera le intemperie e i contraccolpi e riavvolge l’orologio.

Il matrimonio che affiora perché i confetti ci sono e non vadano sprecati, e il futuro di diritto alla giovane coppia gli appartiene, è una parentesi di ieri, quando ci si sposava “per davvero” col podere in festa. Sarà vero però? O è una giostra di fantasmi, una classe morta che si rianima sulle note di quel valzer, giusto a mezzanotte, e accenna sull’aia un delicato equilibrio danzante? Difficile a dirsi. Il tempo si è sospeso da solo. E noi con loro. Sarà il “valzer” di Sostakovich, una marcia dell’avvenire che scatta alla fine, a giochi ormai fatti e epistole concluse, a fare festa, a riannodare i fili dello stare insieme sotto le stelle d’agosto a Monticchiello, invitandoci ai pici e naturalmente dandoci l’arrivederci al prossimo anno. Il numero 53. Info e prenotazioni 0578 75118 e www.teatropovero.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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