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Morire con dignità: Il controverso dibattito contemporaneo Opinion leader

Firenze – Nell’ormai vasto e articolato dibattito politico contemporaneo circa il possibile riconoscimento di un diritto all’eutanasia – nelle diverse modalità in cui il paziente può essere aiutato a morire (eutanasia passiva, attiva, o suicidio assistito), – si trovano oggi a confronto due posizioni contrapposte, con le loro proprie sensibilità, approcci interpretativi e pareri. Entrambe sono consapevoli della complessità e novità delle problematiche implicate e evitano prudentemente ogni forma di intransigenza.

Sono infatti numerosi i problemi e gli interrogativi sollevati dal sempre più frequente presentarsi di situazioni estreme e eccezionali che in parte esulano o difficilmente si inquadrano nelle normative vigenti. Di fronte a certi drammi, quando, per es., ogni speranza terapeutica risulta vana e la sofferenza appare insopportabile, si potrebbe essere indotti – a volte su sollecitazione dello stesso paziente – a superare la rigidità della norma a favore di un impegno solidale che potrebbe rivelarsi come estremo rimedio a l’ineluttabile.

Entrambe queste posizioni hanno in comune un esplicito riferimento al rispetto della dignità del morente e non escludono la ricerca di possibili soluzioni condivise, all’insegna soprattutto dell’indulgenza non solo umana ma anche giurisdizionale. Esse meritano, pertanto, attenzione e ascolto per un responsabile coinvolgimento del cittadino nel delicato e importante dibattito in corso. Alla base della loro contrapposizione e delle rispettive argomentazioni vi sono due antropologie, ossia due visioni della vita e dell’uomo divergenti, anche se non aprioristicamente inconciliabili.

1. La prima posizione, generalmente sostenuta dalle grandi tradizioni religiose e spirituali, si fonda sul principio del rispetto della dignità del paziente, filosoficamente e teologicamente intesa come “valore intrinseco di ogni essere umano”. La vita umana – comunque se ne interpreti l’origine – è per sua natura una realtà trascendente e, in quanto tale, “sacra” e intangibile. Non può quindi essere lasciata alla libera disposizione dell’uomo. I sostenitori di questa posizione sono preoccupati delle derive verso cui condurrebbe un eventuale riconoscimento di un diritto all’eutanasia, per quanto giuridicamente circoscritto e delimitato. Essi ritengono che autorizzare l’eutanasia – l’atto di una persona terza che deliberatamente pone fine a una situazione giudicata umanamente insopportabile – provocherebbe una frattura morale e sociale rilevante, dalle conseguenze difficili da prevedere e valutare.

2. In modo completamente diverso, i sostenitori della seconda posizione – a favore dell’eutanasia – ritengono invece che il “morire con dignità” implichi un diritto che deve essere riconosciuto a chi ne fa richiesta o ha lasciato disposizioni in merito. Dal momento che la morte fa parte della vita ed è inevitabile, nelle nostre società occidentali la maggioranza degli esseri umani rifiuta la decadenza fisica e intellettuale e vuol essere rassicurata sulle condizioni del proprio morire. A loro parere è riduttivo, se non improprio, intendere l’esistenza umana in modo esclusivamente biologico o meccanicistico. La vita umana, infatti, – a differenza di quella animale – è essenzialmente un’esperienza e l’esito di un ordine non tanto naturale quanto simbolico/culturale. Per questo, la richiesta di assistenza a una giusta liberazione da condizioni di vita insostenibili, è un atto moralmente ammissibile in quanto responsabile e autenticamente culturale.

Queste due posizioni, nella loro radicale divergenza, sono difficilmente conciliabili e la loro eventuale estremizzazione condurrebbe in un vicolo cieco, quello dell’umiliante rassegnazione o dell’irresponsabile rinuncia a ricercare ed elaborare un metodo che consenta una soluzione condivisa, per quanto provvisoria, dei sofferti dilemmi sollevati dalla gestione del morire, – una realtà che di fatto concerne sempre di più ogni cittadino e interroga l’intera società. All’origine della loro contrapposizione vi è infatti un diverso modo di interpretare e concepire il valore della dignità umana e le conseguenti libertà e responsabilità personali, sociali e politiche – che possiamo brevemente riassumere qui di seguito.

a) Per coloro che ritengono il ricorso all’eutanasia moralmente non ammissibile, la dignità di ogni essere umano è una qualità costitutiva e reale (“ontologica”) della stessa persona. Umanità e “dignità” si identificano a tal punto da non dipendere dalle eventuali condizioni fisiche o psicologiche di un soggetto. La dignità, cioè, non esprime solo l’appartenenza di ogni persona all’umanità, ma rappresenta anche l’impronta profonda dell’uguaglianza degli individui, ossia, una dimensione morale universale (un valore intrinseco) che qualifica l’essere umano tanto nella sua essenza, quanto nella sua esistenza e implica dei precisi doveri nei suoi confronti. Non a caso la tradizione occidentale moderna ha posto a fondamento dei diritti universali dell’uomo questa concezione di “dignità”.

b) Per i sostenitori dell’eutanasia, invece, la dignità non è una realtà intrinseca (“metafisica”) e costitutiva della persona, né tanto meno un valore assoluto che trascende la natura umana, ma è una dimensione e condizione etico-normativa soggettiva o personale e, in quanto tale, variabile e relativa ai valori propri della comunità etnica, confessionale o civile di appartenenza; una comprensione della dignità, quindi, che può variare completamente da un individuo all’altro e subire delle mutazioni nel corso della vecchiaia e della malattia, in relazione anche all’immagine di noi stessi che il contesto in cui viviamo ci trasmette. Secondo questa concezione, il diritto a “morire con dignità” costituisce una prerogativa di ciascun individuo a stabilire e valutare di persona i limiti accettabili della sua autonomia e qualità di vita, nel contesto e in relazioni alle diverse condizioni di indegnità che colpiscono numerose persone invalide e dipendenti. Di fatto, la dignità è anche espressione della libertà individuale e della possibilità di esprimere il proprio dissenso.

Il problema politico, però, non risiede tanto nel prendere posizione rispetto a queste due concezioni di dignità umana – espressione, come abbiamo visto, di due antropologie contrapposte – quanto, semmai, nell’interrogarsi sul significato e le conseguenze dell’assunzione e del mantenimento di queste divergenze nell’ambito del dibattito in atto sul modo di gestire la fase terminale della nostra vita di fronte alle crescenti possibilità di scelta offerte e prospettate dagli sviluppi delle tecnologie biomediche, pur assumendo il principio, universalmente riconosciuto, che “non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente ammissibile”. Le differenze tra queste due concezioni della dignità umana sono infatti rilevanti e, in una società sempre più plurale, si pone il problema politico di elaborare un metodo (una strada) che consenta un superamento delle divergenze, nel rispetto dei valori propri delle comunità civili, culturali, etniche e confessionali di appartenenza. E il tracciare una strada comune esige degli “espropri”, ossia, delle possibili e sostenibili rinunce da entrambe le parti.

L’esperienza e il buon senso, del resto, ci insegnano che non è sano né saggio da parte di una società vivere e sostenere uno scarto troppo marcato tra regole affermate e realtà vissuta. Un’eventuale impegno solidale esercitato in modo più o meno clandestino rischia, infatti, di essere parziale e anarchico. Si instaura inoltre una sorta di ambiguità etica negativa: da una parte, ipocrisia e clandestinità, dall’altra, esiti disparati e divergenti in funzione delle procedure scelte e delle diverse istituzioni competenti interpellate. La dignità umana intesa in senso assoluto, per es., è inalienabile e non quantificabile; un’infermità fisica o mentale ereditata o accidentalmente acquisita non ne sminuisce il valore, e affermare che in certe situazioni l’eutanasia o il suicidio assistito consentono una morte più degna, non ha senso. Ma anche la dignità intesa come dimensione e condizione etico-normativa soggettiva o personale, rischia di essere troppo condizionata dai propri vincoli valoriali identitari – senza escludere possibili conflitti d’interesse – per proporre una gestione politica della fase terminale dell’esistenza umana condivisa, che contempli un presunto diritto individuale ad una morte anticipata o prematura, a discrezione del richiedente.

Non è facile gestire correttamente l’insieme di questi problemi e dilemmi, ma occorre sforzarsi di trovare dei compromessi ragionevolmente convincenti e accettabili, che tengano conto di tutte le possibili implicazioni e conseguenze, ricadute antropologiche e sociali, e consentano una gestione del “morire” rispettosa della dignità del paziente e dei valori aggiunti propri della comunità civile, culturale, etnica, spirituale e confessionale di appartenenza.

Un compito questo che rappresenta una delicata sfida politica per i prossimi anni ed esige delle adeguate e non comuni competenze.

 

 

P. Ennio BROVEDANI sj

Presidente Fondazione Stensen – Firenze

 

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