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Morosità incolpevole e contributo affitti, Grandi (Sunia): “Strumenti da ripensare” Cronaca, Società

Firenze – Appena annunciato il “travaso” di risorse non aggiudicate dal fondo per la morosità incolpevole a quello del contributo affitti (operazione che vale solo per le aree di Firenze e Grosseto), la domanda che scatta è: ma di fronte al continuo aumento di sfratti per morosità, quasi sempre incolpevole, com’è possibile che i fondi stanziati dapprima dalla Regione Toscana e poi anche a livello nazionale non vengano esauriti?

Giriamo la domanda a Laura Grandi, segretaria del Sunia di Firenze, che da tempo lancia l’allarme su questi strumenti, invocando una riflessione sul loro grado di adeguatezza. “Una riflessione va fatta – comincia Grandi – sulla natura e l’efficacia degli strumenti. Da un lato, per quanto riguarda l’intervento con denaro pubblico per la morosità incolpevole, è ovvio che l’intervento sia ancorato a una situazione di morosità incolpevole, riscontrabile attraverso criteri oggettivi stabiliti dalla legge”. I criteri sono, in buona sostanza, che la famiglia o il singolo abbiano smesso di pagare l’affitto in concomitanza o di un licenziamento, o di una malattia grave, che può colpire il lavoratore stesso. E se colpisce, ad esempio, un figlio? Se le cure sono così costose da dover scegliere fra curare un congiunto o pagare il canone? ….”.

“Di fatto – continua Grandi- abbiamo visto che sia a livello di Regione Toscana che nazionale, questo strumento, ma anche il contributo affitti, non vanno davvero a incidere sull’emergenza abitativa. Per fare un esempio, la morosità incolpevole prevede la possibilità di riattivare il contratto con il proprietario che ha messo in atto lo sfratto, attraverso i denari del fondo omonimo. Ma cosa può cambiare in un anno? Il licenziato troverà lavoro? il malato potrà rinunciare alle cure? …”. Tutte situazioni che, l’esperienza insegna, spesso non sono risolvibili nè in 12 mesi, nè in un lasso di tempo ben più lungo. E dunque? …

“Non solo – precisa la segretaria del Sunia – spesso è molto difficile anche che avvenga la concomitanza fra la cessazione del pagamento del canone e il licenziamento. Questo perché molto spesso la famiglia ha magari qualcosa da parte che viene utilizzato per rimanere in pari col canone e allontanare lo sfratto, oppure, se si tratta di giovani (ma anche meno giovani) sono i genitori, pensionati, che vengono in soccorso. Ma pensiamo anche all’ipotesi, sempre più frequente, che il lavoratore non vegna licenziato, ma gli venga diminuito l’orario di lavoro. E di conseguenza, lo stipendio. Anche in questo caso, pur trovandosi fuori dalla casistica della morosità incolpevole, la scelta del lavoratore si restringerà fra nutrirsi (o nutrire i suoi figli) oppure pagare il canone. Pur non perdendo il lavoro”. 

Se questi sono i punti critici del fondo per morosità incolpevole, non mancano debolezze anche nel sistema di contributo affitti.

“Per quanto riguarda questo settore – continua Grandi – sarebbe necessario, a mio avviso e in questo senso lancio un appello , a ripensare ai criteri di attribuzione”. Infatti, con i vigenti criteri che riconoscono delle cosiddette “fasce” di utenza, la maggior parte dei contributi vanno in “fascia A”: vale a dire, over 65, con pensione minima (600 euro al mese), con un affitto che, in proporzione alla pensione, “sfora” verso l’alto.

“In questo modo – dice Grandi – diventa una sorta di “tredicesima” per i pensionati. il che no significa che debba essere loro tolta, ma semplicemente che le finalità per cui era stata pensata, permettere alle famiglie di ottenere abitazioni più decorose o adatte, sono state tradite”. In realtà dunque, pur essendo stati messi in atto strumenti economici anche di peso, il problema è che non arrivano, sottolinea la segretaria del Sunia, neppure a scalfire il problema. Da ripensare urgentemente, continua, “sono le modalità di assegnazione. E’ necessario ampliare l’utenza, perlomeno per il contributo affitti”. 

Tanto più di fronte  una questione abitativa che, spiega Grandi, “assume livelli di emergenza altissimi. Per combatterla, serve di sicuro una nuova politica di edificazione di case popolari, ma anche l’utilizzo (sembra che una quota sarà presente nell’ex caserma Lupi di Toscana) di strumenti (per l’Italia) innovativi come il social housing”. Del resto, un cambiamento tumultuoso è in atto, proprio a Firenze: lo svuotamento del centro storico porta a una corsa dei fiorentini verso i comuni limitrofi, con una conseguenza: l’innalzamento degli affitti in queste nuove zone di “conquista”. Insomma, i fiorentini emigrano e gli affitti alti pure. “Una scelta politica,prima ancora che un trend sociale – dice Grandi – l’esempio è la questione Airbnb. Il Comune fa una giustissima politica economica nei confronti di queste modalità d’affitto turistico, cercando di “far pagare” il dovuto a un giro di soldi che sta diventando sempre più incontrollabile, a scapito della città. Ma non si occupa di un altro rischio, sociale: vale a dire, che Firenze non sia più abitata dai fiorentini. Tant’è vero che una ricerca commissionata dal Sole24ore ha messo in evidenza come Firenze sia la prima fra le città italiane per acquisti di case da parte di non residenti”. Una dinamica anche questa, che continua a tenere i prezzi di affitti e compravendite molto alti. Spesso inaccessibili per i residenti, o che li pone in un continuo rischio di morosità, almeno per quanto riguarda i canoni.

Ma il problema degli affitti, contributo affitti, morosità incolpevoli e tutta quella complessa questione che va sotto il nome di “emergenza abitativa”, sta assumendo negli ultimi tempi un altro, allarmante risvolto, che riguarda i giovani, considerando in particolare la fascia 24-30; proprio quelli che la Caritas ha segnalato “a rischio povertà”. I nuovi poveri con inversione del trend storico dell’Italia: sono infatti i giovani a ritrovarsi più squattrinati degli anziani.

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“Il problema per questa fascia è che incomincia cedere  il “welfare famigliare” – spiega Grandi – nel senso che le famiglie di cinquantenni-sessantenni alle spalle di questi giovani non hanno più il “fiato” economico che avevano le generazioni precedenti per sostenerli. Il che comporta che i ragazzi spesso o si rassegnano a rimanere nel nucleo famigliare o condividono l’affitto abitando tutti insieme nello stesso appartamento. Molti, e abbiamo anche noi casi di questo genere, vanno a mangiare alla Caritas. Con la crisi economica poi, persino i divorzi diventano strumento di impoverimento: per i genitori separati, ma anche per i figli. La diminuzione di reddito ricade infatti su tutti i componenti della “ex” famiglia”.

Il discrimine, conclude Grandi, “non è solo fra chi ha il lavoro e chi no, bensì fra la natura del lavoro, le condizioni”. Insomma, fra chi ha un contratto a tempo indeterminato col “vecchio ordinamento” compreso il vecchio articolo 18, e chi lavora con i “nuovi contratti”. Del resto, l’allarme è proprio di oggi, e lo lancia l’Inps: in due anni  i licenziamenti “per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo” sono aumentati del 31%, passando da 35mila a 46 mila. Un dato da sottolineare è che il boom dei licenziamenti scoppia proprio nell’ultimo anno,  quando le regole del Jobs Act si possono applicare. A chi? Agli assunti dopo la riforma. Senza contare che, nonostante gli ultimi provvedimenti restrittivi di settembre, continua la corsa ai voucher. 

 

 

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