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La morte di Giovanni Gentile: l’intreccio fatale della “Ghirlanda” Opinion leader

La scena dell’attentato è il cancello di Villa Montalto al Salviatino, alle pendici delle colline di Fiesole. In questo luogo il 15 aprile 1944 uomini in bicicletta appartenenti ai Gruppi di azione patriottica del Pci delle Resistenza, uccisero con sette colpi di pistola il filosofo Giovanni Gentile, grande intellettuale, fino ad allora pilastro della politica culturale del regime fascista. Secondo la storia ufficiale e la tradizione orale postbellica di questo delitto si conoscono gli esecutori, quattro (o cinque componenti) del Gap comandato da Bruno Fanciullacci e il mandante: il Partito comunista, che lo ha rivendicato fra le azioni della lotta vittoriosa contro un regime autoritario e guerrafondaio.

Caso editoriale dell’anno, vincitore alla fine di agosto della sezione saggistica dell’85ma edizione del  Premio Letterario Viareggio Rèpaci 2014, il libro “La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile” di Luciano Mecacci uscito per Adelphi , a 70 anni dal fatto, non solo ha messo in dubbio  verità consolidate, ma ha analizzato, smontato e ricostruito fatti, testimonianze, documenti, dichiarazioni  al punto che la morte di Gentile appare come un grande enigma, un intreccio di protagonisti più o meno occulti operanti  su fronti opposti ma contigui. Un enigma paradossalmente analogo a vicende oscure e sanguinose che hanno condizionato la storia italiana del dopoguerra.

Quasi niente è certo di quanto è stato detto e raccontato dopo la guerra, e anche le responsabilità sono assai più nebulose e diffuse, a dispetto di qualunque rivendicazione politica. Non è neppure sicuro quale ruolo abbia avuto nell’attentato Fanciullacci, morto nel luglio successivo ufficialmente suicida, ma con ogni probabilità gettato dalla finestra dai suoi aguzzini della Banda Carità a Villa Triste.

Sono molte e decisive le domande sollevate dalla meticolosa e accurata ricerca di Mecacci che per sei anni ha passato al vaglio con infinita pazienza, da giudice istruttore, ciascun singolo elemento della vicenda, ogni particolare, parola o dato di fatto, dando prova non solo di talento di scienziato della storia,  ma facendo anche tesoro delle conoscenze ed esperienze di eminente studioso della Psicologia, disciplina che che ha insegnato nella Facoltà di Psicologia di Firenze.

E sono le domande che incrinano senza scampo le certezze della ricostruzione storica ufficiale. Qual è stato il ruolo di Giuseppe Martini, il partigiano Paolo, sfuggente protagonista della sparatoria, volutamente tenuto da parte dalla storiografia ufficiale? E fra i possibili mandanti che parte hanno avuto i circoli intellettuali fiorentini alcuni dei quali, membri del Pci furono consultati sul progetto di eliminare il presidente dell’Accademia d’Italia? Sono questi  pezzi di una complicata  “Ghirlanda fiorentina”, l’azzeccato titolo del libro di Mecacci, che è frutto della creatività di John Purves professore a Edimburgo arruolato nei servizi segreti britannici che si annotò in un’agenda nomi, cognomi e relazioni dei vari gruppi di intellettuali.

Di qui l’ultimo interrogativo che coinvolge l’intelligence degli alleati, esplicitamente citata dal figlio di Gentile, Benedetto, nel 1951: “Notizie attendibili pervenuteci dopo l’arrivo delle truppe alleate in Firenze – ha scritto Benedetto –  accennarono ad istruzioni esplicite fatte giungere da ufficiali di collegamento italiano presso il Servizio informazioni delle truppe britanniche operanti in Italia ai centri della Resistenza partigiana in Toscana”.  Da tanti particolari sconcertanti – come l’uccisione del segretario di Gentile, Brunetto Fanelli, assassinato poche ore prima da strani militari tedeschi che parlavano con accento toscano nel corso di un rastrellamento – e anche dal fatto che le reazioni delle autorità di occupazione dopo l’attentato furono molto blande (anche per merito della famiglia che chiese esplicitamente che non vi fossero rappresaglie) si trae la convinzione che quanto accadde al Salviatino non dovette dispiacere neppure agli estremisti repubblichini che consideravano alla stregua di un tradimento il messaggio di “pacificazione nazionale” che il filosofo lanciò prima di trasferirsi a Firenze.

A differenza dei tanti misteri d’Italia ai quali è analogo non solo per la dinamica, i lati oscuri, le reticenze, le menzogne ma anche per la presenza di alcuni personaggi i cui nomi, per un ricorso sconvolgente della storia, torneranno fuori in vicende mai chiarite interamente, come Licio Gelli, l’attentato a Giovanni Gentile è un episodio di guerra civile nella quale le parti in causa sono ben identificate. Per questo si pone in un “macro- contesto” che alla fine supera volontà, intrighi e malvagità.

Ma che ci siano verità rimaste nascoste è un dato certo dal momento che fu ammesso esplicitamente dal filosofo Cesare Luporini, membro comunista del Comitato toscano di liberazione nazionale, uno degli ultimi a incontrare Gentile a poche ore dalla sua morte, parlando nel 1989 alla radio di “cose che forse ancora non si possono dire”. E’ da questa frase sibillina che parte la ricerca dell’autore per arrivare a questa conclusione che  accredita il coinvolgimento dei servizi segreti britannici: “Il partito comunista fu sì il principale attore dell’organizzazione materiale dell’attentato, ma si mosse all’interno di uno scenario più ampio cui concorsero altre componenti politiche, istituzionali e militari (dalla massoneria, alle autorità fasciste, fino ai servizi segreti alleati) che avevano un proprio specifico interesse nel volere la morte del filosofo”.

La ricostruzione non pone, dunque, la parola fine alle indagini che in tanti – studiosi, giornalisti, testimoni, curiosi ricercatori di un passato ancora troppo recente – hanno più o meno scientificamente condotto in questi anni. Ma ha distinto in modo definitivo ciò che è il frutto di interpretazioni, più o meno di comodo, dai fatti accertati. Chiunque voglia in futuro riprendere in mano “il caso Gentile” dovrà partire da qui.  “La Ghirlanda fiorentina” ci dice in sostanza che se la verità non è mai data pienamente nelle vicende umane, non si deve per questo mai rinunciare a cercarla con tutte le forze e gli strumenti a disposizione. Perché questo è il messaggio più importante che uno storico deve dare alle giovani generazioni.

 

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