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Morte Lo Porto: occorre chiarezza e trasparenza Opinion leader

Pisa – Un minuto di raccoglimento molto silenzioso, forse troppo per commemorare la morte di Giovanni Lo Porto. Nell’aula di Montecitorio venerdì 24 Aprile c’erano solo 35 deputati ad ascoltare l’informativa del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sull’uccisione del cooperante italiano avvenuta lo scorso gennaio in Pakistan. Vittima di un bombardamento americano, almeno questa è una delle poche certezze, in un dedalo di segreti e omissioni, sulle cause che hanno provocato la morte del quarantenne siciliano. Lo Porto, secondo le ultime ricostruzioni, era tenuto in ostaggio nell’edificio dove si trovavano i vertici di un gruppo terroristico fondamentalista.

E proprio i capi del terrorismo sarebbero stati il vero obiettivo dell’attacco. Nel qual caso per Giovanni si sarebbe trattato di una sfortunata causalità o almeno così qualcuno vorrebbe raccontare la storia e la fine di Lo Porto. Purtroppo il caso del cooperante italiano non può essere chiuso in una cartella da riporre in un archivio del Pentagono, al contrario ci vorrà chiarezza e trasparenza, iniziando a dare risposte alle domande più ovvie: Lo Porto era utilizzato come scudo? I servizi segreti americani sapevano che Giovanni si trovava in quel posto insieme ad un collega? In quale modo è stato recuperato il DNA del nostro connazionale? Il corpo dove si trova? La vita di un cooperante è meno importante dell’eliminazione di un terrorista? Perché Obama non ha riferito a Renzi e come mai i nostri storici alleati non hanno il buon uso di coordinarsi con noi mentre siamo impegnati nella stessa missione ormai da anni? Forse non si fidano?

La dichiarazione stringata e generica di Gentiloni, in una deserta, arriva a pochi giorni dalle parole di Obama: “Mia responsabilità chiediamo scusa.” Il presidente statunitense dal volto umano riconosce di aver commesso un errore drammatico e aver causato così la morte di due persone, innocenti. Scuse dovute ai parenti delle vittime ma insufficienti e tardive. Nel gioco delle responsabilità per la morte di Giovanni ci sono le scelte dell’entourage della Casa Bianca, mancanza di scambio d’informazioni sensibili, i droni militari, gli effetti collaterali della guerra ma soprattutto il terrorismo qaedista e la povertà. Nei prossimi mesi la magistratura italiana ci aiuterà a capire cosa sia realmente successo.

Quello che conta al momento è recuperare il corpo dell’esperto e stimato cooperante  italiano, riportare in qualche modo Giovanni a casa, dai familiari e dagli amici per l’ultimo saluto. Lo Porto conosceva bene i rischi del suo lavoro, fare il cooperante è una scelta libera, ognuno con le proprie motivazioni e c’è chi come Giovanni si definiva un “viaggiatore”. Ecco i nostri viaggiatori anche quelli che scelgono di andare lontano, tanto lontano hanno il diritto di poter tornare indietro dall’ultimo viaggio. Fatelo tornare e diteci, almeno una volta, la verità.

 

Alfredo De Girolamo

Enrico Catassi

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