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Mostra: “Il Rigore e la Grazia” a Palazzo Pitti, il tesoro segreto ritrovato Cultura

Firenze –  Una mostra di nicchia, con uno sguardo particolare alla storiografia della Compagnia di San Benedetto Bianco e una visione ricostruttiva di testimonianze, anche isolate e discontinue, per “…ricucire i singoli e preziosi frammenti in una narrazione significante…” (Soprintendente Belle Arti e Paesaggio Alessandra Marino).

Si tratta di un nucleo di opere d’arte del Seicento fiorentino mai esposte e che fino a maggio 2016  potranno essere ammirate negli ambienti restaurati annessi alla Cappella Palatina di Palazzo Pitti. Realizzata in epoca lorenese per volere di Pietro Leopoldo, la Cappella era visitabile fino ad ora solo in rare occasioni. La mostra costituisce una grande opportunità che vede unirsi il principio della tutela del patrimonio territoriale fiorentino con quello della sua valorizzazione, grazie ai restauri effettuati appositamente nelle nuove sale espositive, anch’esse recuperate e inserite da oggi nel circuito.

 36 tavole di cui i due terzi restaurate , tre sale da visitare, tre giovani curatori ed un allestimento consono al rigore e la grazia verso cui lo spirito degli artisti e dei committenti anelava.  Ognuno dei tre curatori, Alessandro Grassi, Michel Scipioni e Giovanni Serafini si è occupato di aspetti diversificati dell’esposizione.

crocifisso di Ferdinando Tacca

Il primo ha seguito le vicende della sede e degli arredi della Compagnia di San Benedetto Bianco dal periodo in cui questa si trasferì a Firenze (1384) nel Convento domenicano di Santa Maria Novella fino allo scioglimento avvenuto nel 1940.

Storia, Capitoli e Pratiche sono state seguite ed illustrate da Michel Scipioni che descrive in un ottimo saggio la fisionomia dei membri della Compagnia con una dinamica precisa che partendo da una adesione di ceto medio e artigiano viene incrementata, nel XVII secolo da membri provenienti da classi più alte, sia per cultura che per dignità nobiliare.

L’arte e la spiritualità della Compagnia sono state studiate ed attenzionate da Giovanni Serafini che, come spiega nel testo in catalogo, si esprimono in una complessa collezione di arte sacra “ caso raro nella storia dell’arte fiorentina del XVI e XVII  secolo, non solo per la qualità e per il numero…ma anche per la rappresentazione sincera del pensiero e della spiritualità” di questa longeva compagnia laicale fiorentina.

Flagellazione di Cristo alla colonna

Le sale espositive si estendono alla sinistra della Cappella. Il percorso espositivo inizia con molte tavole ottagonali da cui bene si percepiscono le linee guida che animano la Compagnia e gli artisti. Disciplina, scrupolo, mestiere e spiritualità  uniscono committenza ed arte nella ricerca eterna di perfezione e anelito alla grazia.

La meta è l’uscita dal buio. Un’oscura implosione culturale post rinascimentale guida la rappresentazione dallo sfondo oscuro e tenebroso alla luce della bellezza e del colore. Le immagini ravvivate dal restauro recentissimo sembrano uscire, in maniera tridimensionale, dalla scena di base e ci appaiono nella loro luminosità dinamica.

In Lot e le figlie (1646/47) di Simone Pignoni esprime nelle figure delle fanciulle e nel candore dei seni turgidi l’alta capacità espressiva dell’artista. sulla tela si raffigura l’episodio biblico di Lot e, con una pittura rapida e decisa l’artista trova accenti di estrema sensualità. Allo stesso tempo lo sguardo gelido della figlia che lo circuisce facendolo bere del vino dichiara tutta la negatività morale dell’atto incestuoso. Splendente il panneggio che avvolge Lot.

Un vero capolavoro è il Ritrovamento di Mosè (1645/46) del maestro fiorentino Jacopo Vignali  

Qui è raffigurato l’episodio del libro dell’Esodo in cui il piccolo Mosè, abbandonato nelle acque del Nilo in una cesta di giunchi, viene trovato dalla figlia del faraone che stava facendo il bagno con le sue ancelle; impietosita per la sorte del bambino, deciderà di adottarlo. La principessa ha qui l’aspetto di una nobildonna fiorentina del tempo, ornata di splendidi monili, e persino l’ancella a cui ha ordinato di prendere la cesta esibisce l’abbigliamento vistoso, con nastri e fiocchi colorati, di una cortigiana dell’epoca.

La seconda sala accoglie il visitatore con la bellissima tela di Agostino Melissi, Flagellazione del cristo alla colonna(1653). Composizione concitata , con effetti luministici e chiaroscurali di grande pregio.

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Il tema della flagellazione di Gesù si collegava all’ambiente per cui l’opera era stata dipinta, la cosiddetta ‘stanza dei confessionali’, situata dietro l’oratorio della Compagnia e rinnovata appunto nel 1652. Qui i confratelli erano soliti praticare la ‘disciplina’ (cioè l’autofustigazione) in espiazione dei propri peccati e come strumento di unione alle sofferenze patite da Cristo.

Nella Terza sala attira l’attenzione il crocifisso in Cartapesta policroma (1651) di Ferdinando Tacca.

Realizzato dall’artista nella duttile e leggera cartapesta sulla scia della produzione inaugurata dal padre Pietro, questo Crocifisso fu eseguito per essere portato in pellegrinaggio a Loreto dai confratelli di San Benedetto Bianco. Pur continuando a svolgere saltuariamente tale funzione processionale, il Crocifisso fu collocato all’altar maggiore della Compagnia, andando a formare – con i Dolenti dipinti da Matteo Rosselli circa dieci anni prima – un insieme di straordinario pathos espressivo, che oggi viene finalmente ricomposto

Una menzione particolare meritano le due tavole di Cristofano Allori (che l’odierno restauro ha riportato alla vita dopo l’alluvione del 1966), raffiguranti San Benedetto e San Giuliano: esse eranoin origine unite a formare la grande pala che schermava le reliquie collocate nell’enorme altare-reliquario della Compagnia e che, grazie ad un meccanismo di corte, poteva essere scenograficamente alzata per la loro ostensione.

Così si chiude il sipario di un percorso artistico per un pubblico raffinato, molto attento e capace di apprezzare quel periodo spesso trascurato che è stato il ‘600 fiorentino.

Il Rigore e La Grazia – La Compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento Fiorentino
Fino al 17 maggio 2016
Cappella Palatina, Museo degli Argenti, Palazzo Pitti Firenze

 

 

 

 

 

 

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