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Mostra: l’arte precolombiana diventa un evento Cultura

Firenze – Il grande ritratto di Montezuma all’inizio della mostra rappresenta il saluto di una civiltà antica prima sottomessa e poi annientata dai coloni europei che ne apprezzavano solo il possesso dell’oro e dell’argento. Del resto, pur rappresentando una cultura fatta anche di sacrifici umani, Montezuma è una figura di grandissimo rilievo storico, uno dei pochissimi regnanti di tutte le epoche che capì che era definitivamente finita una lunga fase storica e che “il mondo che non c’era” era diventato senza scampo un obiettivo per popoli avidi di potere e ricchezze, che avevano inventato tecnologie belliche imbattibili dall’ossidiana dei guerrieri dell’altopiano.

Dimenticate per secoli dopo i viaggi di Cristoforo Colombo e gli arrivi sul continente delle prime meraviglie artistiche e le prime curiosità folcloristiche, le culture precolombiane cominciarono a riemergere dall’oblio grazie  a sempre nuove scoperte  e ai moderni strumenti di indagine dell’archeologia. Così la mostra che si apre al pubblico il 19 settembre prossimo (fino al 6 marzo) presso il Museo Archeologico offre l’opportunità di aprire una finestra sullo stato attuale delle ricerche, offrendo ai visitatori pezzi che non sono mai stati visti prima.

Curata da Jacques Blazy e realizzata in partnership fra il Centro Studi e Ricerche Ligabue le istituzioni toscane e il Museo dei popoli du Quai Branly, la mostra reca appunto il titolo “il Mondo che non c’era” rappresenta soprattutto il contributo che alla conoscenza di quelle civiltà scomparse è stato dato dal collezionismo. A cominciare da quello mai troppo celebrato dei Medici.

maschera medici

Mentre in Europa si utilizzavano i pezzi d’arte che arrivavano sui galeoni per fonderli e creare gioielli e cannoni, la famiglia granducale inseriva i pezzi migliori nelle sue collezioni come la maschera di giada o i propulsori aztechi. Ma la maggior parte dei pezzi provengono dalla collezione fondata da Giancarlo Ligabue, imprenditore, esploratore e paleontologo scomparso da pochi mesi che ha raccolto centinaia di pezzi in più di 130 spedizioni nei cinque continenti per metterli a disposizione della ricerca storica e scientifica.

Le 230 opere d’arte dell’Archeologico, in gran parte mai esposte finora,  sono altrettante testimonianze della vita, dei costumi e delle culture delle aree meso- e sudamericane. Tra di esse sono da segnalare soprattutto le maschere in pietra di Teotihucan (letteralmente: la città dove si fanno gli dei), che fu la più grande città dell’attuale territorio messicano e i vasi Maya di epoca classica le cui decorazioni e iscrizioni sono altrettanti documenti preziosi per conoscere la civiltà e la scrittura del popolo dello Yucatan.

E sta forse qui, al di là della bellezza e della meraviglia di molti oggetti, il valore della mostra. Un visitatore di media culturale vi arriva con in testa i nomi degli Aztechi, dei Maya, forse degli Inca. Poi scopre che fra il 1200 a.C e il 1492 di Colombo fiorirono civiltà evolute precedenti a quelle incontrate da Hernan Cortez, come quella degli Olmechi, per esempio, i Tlatilco grandi modellatori di ceramica, la popolazione Zapoteca che curava l’architettura funeraria, la cultura Chavin (Ande centro-settentrionali), quella Nazca, gli ecuadoriani che sono i più antichi, e così via.

maschera precolo

Si scopre che la loro arte viene catalogata in periodo classico e periodo post classico, che la ceramica attraversa stili artistici paragonabili a quelli dell’antichità mediterranea. Fino ad arrivare alla maschera funeraria peruviana in lamina d’oro, che è stata scelta come logo della mostra. Ricorda quella di Agamennone, ma è del 1300. Come diceva Ligabue: “L’umanità è una sola e non si può dimenticare che nella storia del mondo non vi sono primi o secondi, grandi o piccoli, ma che in ogni popolo si ritrovano fermenti, origini, principi e radici di ciò che noi oggi siamo“.

 

nella foto:il curatore della mostra Jacques Blazy

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