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Mostra Palazzo Strozzi: quando l’Italia entrò nella contemporaneità Opinion leader

Firenze – Palazzo Strozzi “cambia pelle” e dopo il Cinquecento propone una riflessione sull’arte italiana dell’immediato dopoguerra, dagli anni del miracolo economico a quelli della contestazione del 1968. Ottanta opere di eccezionale valore artistico e documentario che costituiscono altrettante stazioni di “uno straordinario viaggio attraverso le rivoluzioni e le trasformazioni dei linguaggi artistici, gli epocali cambiamenti della nostra storia recente”, come dice Arturo Galansino, direttore della Fondazione Palazzo Strozzi.

Per coloro che hanno vissuto quegli anni e visto quelle opere nell’età più ricettiva per la formazione delle proprie propensioni e sensibilità, il percorso proposto dal curatore Luca Massimo Barbero sarà come un emozionante dare un ordine e un senso a una storia collettiva della quale si sente in qualche modo protagonista. Chi non ha visto quegli anni proverà il gusto della scoperta di un realtà della quale forse non aveva piena consapevolezza:in quel ventennio l’arte italiana produsse un contributo fondamentale per l’arte contemporanea innovando linguaggi, forme e materie.

Merito di quella che forse è la principale virtù del popolo del Belpaese: trarre dalle contraddizioni, anche le più inconciliabili, il principale alimento per una libertà creativa che si dispiega su idee e valori universali.

Contrasti, dunque, contraddizioni, antinomie etc. ai quali Barbero ha dato una dimensione scenica, creando uno degli allestimenti più efficaci per narrare la “Nascita di una Nazione”, come suona il titolo della mostra che sarà aperta a Palazzo Strozzi dal 16 marzo al 27 luglio. Con l’aggiunta dei tre nomi più significativi di quel periodo: Guttuso, Fontana e Schifano.

Subito la prima sala offre la chiave di lettura di tutto il percorso espositivo. Quattro videoproiezioni che ricostruiscono una storia dell’Italia dall’Unità al 1968, circondano la grande tela della Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio di Renato Guttuso, opera garibaldina che fu realizzata per la scuola del Pci delle Frattocchie (1951-55) e che corrisponde ai dettami del neorealismo zdanoviano di provenienza sovietica.

 

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Attenzione, ci dice Barbero, questo è il punto di partenza: l’altra faccia, il convenzionalismo e l’ortodossia. Qui ci sono i portatori di una cultura che ha resistito e ha pesantemente ostacolato lo sperimentalismo e l’innovazione, quando Palmiro Togliatti diceva che “uno scarabocchio è uno scarabocchio” e che “chiodi stracci e immondizia sono passati per opere d’arte”.

Così comincia la “mostra per inciampi” come l’ha definita il curatore. Si parte dal Comizio (1950) di Giulio Turcato, opera nel quale l’autore sceglie la strada antiortodossa dell’astrazione pura; per vedere il polemico collage su stoffa Il generale incitante alla battaglia (1961) di Enrico Baj e il manifesto strappato sul volto di Mussolini dell’ultimo re dei re (1961) di Mimmo Rotella, che “strappa dalla pelle sofferta dei muri italiani le memorie dolorose della seconda guerra mondiale e rivela, attraverso una stratigrafia delle immagini della storia, la strada e i muri come monumento quotidiano della voglia di rinascere”.

L’effetto scenico moltiplicatore dei messaggi artistici è presente in ogni sala. Dagli esponenti dell’arte informale, a quelli della Pop art, alla pittura monocroma, agli sperimentatori di nuovi linguaggi. All’arte povera, e al rigore neo concettuale. Per finire con L’Italia a testa in giù di Luciano Fabro (1968) “dove un’idea di Italia diventa oggetto necessario a una nuova interpretazione e una nuova meditazione”.

 

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“Quello che viene offerto – scrive Barbero in catalogo (Marsilio) – è un particolare punto di vista che intende ripercorrere attraverso la ricostruzione di questa temperie artistica avanzata, fortemente sperimentale e diramata, il maturare delle diverse declinazioni di una specificità italiana alla contemporaneità”.

Quegli artisti mettono a punto un vocabolario innovatore di segni e immagini per una maturazione culturale dell’Italia, appunto la “Nascita di una Nazione” che si dovrà confrontare con la rottura rappresentata dal ’68, la contestazione studentesca, le lotte operaie, la follia del terrorismo.

 

Foto 2: Pino Pascali, Coda di cetaceo, 1966

Foto 3: Piero Manzoni, Achrome, 1961

 

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