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Prospettive e limiti del movimento per i beni comuni Opinion leader

Detto così, volutamente in maniera semplice e schematica ma certamente chiara non fa una grinza! Pensiamo a cosa può pensare un “cittadino normale”. Quei cittadini che sono il “bersaglio” preferito dei populisti dell'ultima ora. Che vanno tanto di moda oggi. E che sembrano avere  tanto successo mediatico e elettorale. Il cittadino “normale” pensa: certo che sono favorevole a questo movimento dei “beni comuni”. Facciamo fuori la gestione delle istituzioni pubbliche e quindi, lo sappiamo bene, dei partiti e dei tanti malfattori che operano in questo ambiente. Che bello non avere più l'impresa che gestisce, che so,  il servizio idrico dove il Presidente è il famoso politico “trombato” alle ultime elezioni politiche e dove il direttore è l'ex assessore del Comune. D'altra parte ancora più bello è sapere che non c'è neppure il “capitalista” accaparratore che aspetta con ansia la chiusura del Bilancio dell'impresa per spartirsi il dividendo. Il tutto ovviamente sulle spalle dei cittadini che pagano.

Quindi il movimento dei “beni comuni” incontra davvero le diverse e, per alcuni versi, contraddittorie istanze che vengono dalla popolazione. E che ci parlano, in fondo, di un paese dove non certamente solo per “arretratezza” di sistema, c'è una grande diffidenza sia per la gestione pubblica tradizionale (che invece in tante parti dell'Europa riceve una certo apprezzamento e in tante parti d'Italia non appare, parametri alla mano, così deficitaria), sia per la gestione di mercato. Non è un caso che nella storia contemporanea del paese in larghe fasce della popolazione lo Stato è rimasto come un soggetto “estraneo” dalle vicende, e talvolta anche dagli interessi, della comunità (e qui certamente va ricordata una certa ascendenza del pensiero cattolico e anche del pensiero localistico e campanilistico). E d'altra parte anche il Mercato e l'Impresa, se non quella piccola, artigianale e familiare, sono stati visti come elementi lontani dalla cultura del paese (e qui la cultura socialista e comunista, con l'idea del profitto come indicatore di sfruttamento piuttosto che di efficienza economica, ha prodotto un effetto duraturo nella cultura popolare). E quindi benvenuto il movimento dei “beni comuni”. Vediamo se dentro questo movimento, che come abbiamo visto, incontra certamente alcuni dei sentimenti vivi nel cuore e nella testa del paese è possibile individuare realmente un filone proficuo di riqualificazione dell'economia e della società italiana. Oppure se siamo di fronte, come è accaduto e accade ancora oggi, a una scorciatoia rassicurante per evitare di fare i conti con la dolorosa e difficile modernizzazione del paese. La prima cosa che mi viene in mente, e che richiama principi di grande respiro anche a livello europeo, è il concetto di sussidiarietà. E cioè, per dirla con il pensiero cattolico, che lo Stato non faccia ciò che i cittadini e le famiglie possono fare per conto proprio oppure associandosi ai diversi livelli comunitari. E questo vale in particolare nei settori della sanità, della scuola, dell'assistenza ai bambini e agli anziani e così via. Si tratta di un'area non molto sviluppata nel paese (nonostante il grande attivismo delle comunità cattoliche) e  che ha avuto, da sempre e in maniera radicale,  una forte opposizione da parte delle forze, storicamente stataliste, della sinistra.

Favorire la sussidiarietà comporta però con sé, se si vuole uno sviluppo vero, ampio e non marginale del fenomeno, un riconoscimento “pubblico” delle attività gestite in maniera comunitaria. Cioè una scuola gestita da una comunità deve poter avere gli stessi finanziamenti pubblici procapite che riceve la scuola pubblica statale. In quanto svolge, in maniera comunitaria, le stesse funzioni della struttura pubblica. Della quale deve, naturalmente, condividere regole di accesso e principi di funzionamento. Un'altra cosa che mi viene a mente è la gestione di imprese che producono beni pubblici che siano proprietà non delle Istituzioni pubbliche ma piuttosto dei cittadini. Cioè imprese cooperative, ad azionariato pubblico o tipologie di questo tipo. Si tratta di tipologie di impresa che fanno parte della tradizione del paese ma che, è stato rilevato da più ricerche, funzionano bene come elemento “partecipativo reale” nelle piccole realtà ma invece tendono a convergere verso la tipologia dell'impresa tradizionale nel caso di grandi strutture.  Quindi si tratta di una “via da percorrere” ma con le dovute attenzioni e cautele del caso. E, purtroppo, con i rischi di burocratizzazione e di aziendalizzazione che si voleva invece superare con questa tipologia gestionale.

Infine mi viene a mente un modello misto, misto fra la gestione comunitaria, la partecipazione dei cittadini come soggetti “proprietari” e la gestione pubblica tradizionale che riesca a produrre, di fatto, una struttura pubblica tradizionale e una gestione invece più comunitaria e partecipativa. Le modalità a cui si può attingere per il raggiungimento di un obiettivo così “complesso” sono plurime.   Ma si può dire che l'idea di riavvicinamento fra lo Stato e i cittadini attraverso una partecipazione maggiore dei cittadini e un coinvolgimento più diretto nella gestione delle strutture pubbliche può essere una indicazione significativa da seguire. La soluzione dei problemi da superare non è semplice. E il rischio di ricreare, sotto nuove forme, le criticità che si intendeva superare con le innovazioni gestionali è sempre presente e attuale. Ma ciò nondimeno il rischio va corso. Anche perchè oramai è chiaro a tutti che lo Stato, e le sue articolazioni decentrate, anche al di fuori di comportamenti erratici e di gestioni malaffaristiche, non riescono per statuto a rappresentare “sempre e in tutto” il volere della comunità. E quindi è bene che quest'ultima subentri nelle responsabilità e quindi anche nei poteri di decisione e di indirizzo delle attività produttrici di servizi e di beni comuni. Residua infine, qualunque sia la strada di innovazione che si sceglie per riportare la comunità, con le sue responsabilità e le sue volontà, dentro lo Stato, un problema da chiarire. E che purtroppo non sempre risulta chiaro nel dibattito sui “beni comuni” e nelle proposte appena abbozzate e a volte anche contraddittorie, del multiforme movimento per i “beni comuni”.

Ed è il problema delle fonti di finanziamento dei beni comuni. Qui il dibattito non è chiaro e le proposte sono le più svariate. Si va dall'idea, molto tradizionale nella sinistra italiana, che tutto ciò che è definito bene comune deve essere coperto dalle imposte progressive fino all'attuale modello di copertura di alcuni di questi beni (acqua , rifiuti, etc) che si basano per  una quota sempre più rilevante sulle tariffe. Il tema delle fonti di finanziamento non è per sua natura legato a quello delle forme di gestione. E una maggiore partecipazione della comunità nella gestione non per questo richiama necessariamente il finanziamento completamente  attraverso le imposte.  Questa è una delle parti oscure, rimasta tale (ed anzi resa ancora più oscura) nel recente dibattito sul Referendum per l'acqua pubblica. Ed è invece un punto importante da chiarire e da dibattere. Penso che se riusciremo a tenere separate le due problematiche sui beni comuni (e cioè le forme di gestione e le forme di finanziamento) si potranno aprire  spazi interessanti di discussione e anche spazi interessanti di convergenza fra le diverse forze politiche, culturali e sociali del paese.

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