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Mps e la rivoluzione dei tecnici Economia

Risveglio con sorpresa per il cda del Monte dei Paschi di Siena, sorpresa che riguarda una poltrona e tutti gli sgabelli. La poltrona, è quella di vicepresidente che sembrava ormai blindata per Alfredo Monaci, fratello di Alberto, presidente del consiglio regionale, Pd area ex-Margherita; per gli sgabelli, non un nome rientra fra quelli della vigilia: da Tania Groppi, docente di Istituzioni di diritto pubblico nella facoltà di Economia dell'Università di Siena, Paola Demartini, docente di Economia Aziendale dell'Università degli Studi di Roma Tre, Angelo Dringoli, professore ordinario di Economia e gestione delle imprese presso la Facoltà di Economia dell'Università di Siena, Marco Turchi, commercialista, amico di Massimo D'Alema, già nel Collegio sindacale della Banca. Per la nomina dei sindaci, saranno indicati Paola Serpi e Claudio Gasperini Signorini.

Ma se ha tenuto la "blindatura" sui due nomi di vertice, Alessandro Profumo alla presidenza e l'attuale direttore generale Fabrizio Viola, presto primo amministratore delegato dell'istituto di credito senese, per quanto riguarda lo scettro principale lo scontro interno sembra essere stato assai acceso. Non si spiegherebbe altrimenti la scelta di Gabriello Mancini, presidente della Fondazione, di negare il suo voto alla candidatura Profumo, ormai in pista da svariate settimane, con la conseguenza di causare una vistosa incongruenza nell'intero sistema Fondazione-Banca: il presidente della Banca non avrebbe la fiducia del presidente della Fondazione, azionista di riferimento del Monte con il 46% del capitale, destinato a scendere al 33,5% per ridurre un debito di 900 milioni di euro . Paradosso tanto più evidente di fronte alle odierne dichiarazioni di Mancini (anch'egli, come Monaci, Pd area ex-Margherita) di non avere nessuna intenzione di presentare le dimissioni.
Che la partita abbia preso avvio qualche mese fa, e che il risultato sarebbe stato quello emerso fra ieri sera e oggi, lo testimonia, almeno in parte, la decisione, risalente a diversi mesi fa, dell'ex-ad di Unicredit di comperare casa in Provincia di Siena: alcune voci la collocherebbero nelle campagne di Monteriggioni, altre, più precisamente a Staggia. Riferimento ovvio alla statuto della Fondazione del Monte dei Paschi, che vuole che il presidente della Banca Mps sia almeno domiciliato nel territorio senese.

Uno scontro, quello che ha dilaniato il Pd senese e i vertici Mps, che è possibile leggere in vari modi. I più accreditati, sono quelli degli scontri interni al Pd, come una resa dei conti fra Pd-Ds e Pd-Margherita, con il chiaro "sovescio" di questi ultimi. Una riflessione ovvia, se si considera chi ha perso e chi ha vinto, almeno per ora: il sindaco di Siena Ceccuzzi (Ds), che si si è schierato apertamente per Profumo è incoronato vincitore, Mancini (Margherita) si vede rinchiuso in un solitario diniego, mentre l'altro "compagno-amico" di area, Alfredo Monaci, è (a bocce ferme) fuori dal cda.

L'altra lente possibile per guardare alla tormentata vicenda è quella di un cambiamento epocale nella storia del più antico istituto di credito italiano, magari "suggerito" dalla discreta pressione della Banca d'Italia. Una pressione che potrebbe essersi tradotta in un cda dal profilo più tecnico rispetto a quello precedente incarnato da Mussari. Una tesi che potrebbe godere di qualche credibilità, se si considera l'ingresso di due donne (assolutamente non previsto alla vigilia) nel consiglio di amministrazione e il profilo delle competenze dei nominati (con un alto tasso di conoscenza non solo della lingua, ma anche della cultura e dell'ambiente economico-finanziario anglosassone internazionale).
Innovazione che potrebbe valere anche qualora si volesse esaminare il tasso di "senesità" attuale della Banca. I due vertici, Profumo e viola, non sono senesi. Uno degli elementi che qualcuno dice sia stato utilizzato vanamente da Mancini per motivare il suo rifiuto a votare l'ex numero uno di Unicredit. Anche se in coppia con l'altra criticità, vale a dire il rischio giudiziario che pende su Profumo per il suo coinvolgimento nell'affaire "Brontos", nel caso di un rinvio a giudizio chiesto dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo per Profumo e altre 19 persone nell'ambito della presunta frode fiscale da 245 milioni di euro realizzata attraverso l'omonima operazione di finanza strutturata.

Ma al di là di ogni previsione, le vicende di questa ultima settimana spingerebbero a concludere che, pur con resistenze e sacche di resistenza anche forti, la "rivoluzione" in casa del Monte sia cominciata dalla nomina di Fabrizio Viola a
direttore generale dell'istituto senese. Non bisogna dimenticare due fatti: da un lato, che la sua nomina è stata accettata con la previsione che da direttore generale sarebbe diventato amministratore delegato, rivoluzionando quello che finora era stato un principio preciso della Bmps, vale a dire, non avere un ad ma solo un direttore generale. Questione di forma? Anche, ma non solo. Soprattutto a Siena.
In secondo luogo, non possiamo scordare che il primo sciopero dei dipendenti Bmps dopo 14 anni si è svolto proprio sotto Viola e il suo piano industriale. Che potrebbe liquidare 1500 lavoratori. Inacettabile per i sindacati, soprattutto per la potentissima Cgil. Forse, il lavoro sporco, i senesi lo fanno fare agli "altri", magari aspettando che torni il periodo delle vacche grasse, vale a dire quando i dividendi del Monte, trasformati in erogazioni dalla Fondazione, irroravano prolificamente il territorio?

Intanto, mentre il titolo vola in Borsa, risultando tra i titoli migliori a Piazza Affari con un rialzo del 2,8% a 0,39 euro  a metà seduta, domani scade il termine per le offerte per l'acquisto delle quote del Montepaschi in mano alla Fondazione, che ha messo in vendita una quota fino al 15,5 per cento della banca. Un pacchetto del 2,5% è stato venduto nei giorni scorsi sul mercato dei blocchi mentre per la restante parte, pari al 13,5%, restano in gara Equinox, Clessidra e altri due fondi di private equity.

Foto: Alessandro Profumo
 

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