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Musei: compiti e problemi per la legione straniera dei direttori Opinion leader

Pistoia – Può sembrare che gli italiani siano anche un popolo di visitatori di musei. La nomina di nuovi venti direttori ha riempito le pagine dei giornali. Ma non è così. Solo tre italiani su dieci, sopra i diciotto anni, vanno in uno dei circa quattromilasettecento musei che avrebbero a disposizione.

I nuovi direttori dovranno considerare anche questo dato. A poco serviranno i confronti con altre esperienze. Troppo diversi i contesti. Negli Stati Uniti sia va al museo con la scuola a partire dagli anni ’20 del Novecento. In Italia la prima sezione dedicata alla didattica risale ai primi anni ’70 ed è agli Uffizi. Cinquanta anni di differenza.

Spesso si guarda al Louvre e ai suoi otto milioni di visitatori, ma non si dice mai che tra questi ci sono anche molti parigini. Quanti altri musei italiani potrebbero dire altrettanto? Giustamente James Bradburne,  passato da Palazzo Strozzi a Brera, si è posto come primo obiettivo quello di aumentare la relazione tra i milanesi e il museo.

E non è neanche vero che tutto quello che riluce è solo all’estero. L’Italia ha una tradizione che ha fatto scuola, dal restauro alla museografia. In Francia negli anni della ricostruzione del secondo dopoguerra si guardava ai musei italiani e alla loro capacità di inserirsi con un nitore unico in contesti storici straordinari.

Molti nuovi direttori si troveranno pertanto a muoversi in un terreno per loro del tutto nuovo. Altri avranno il vantaggio di conoscere già le difficoltà. Tutti con risorse e poteri finora inediti. Quello che li attende è ricostruire un’idea pubblica del museo. Lavorare per l’accessibilità culturale che è qualcosa di più di un bookshop o di un tablet. Investire nella formazione, soprattutto del personale di accoglienza. Rilanciare la ricerca senza la quale un museo non vive.  Non sono compiti da poco. Non possiamo che augurare a tutti buon lavoro nell’interesse di un patrimonio comune.

Restano un dubbio e un’amarezza. La commissione ha sicuramente selezionato le persone che riteneva più adeguate alle istituzioni da dirigere. Questo non toglie che la scelta sia stata influenzata anche da una necessità di immagine. Si spiega male, altrimenti, come dagli Uffizi sia stato escluso Antonio Natali, uno studioso di valore che ha finora governato con capacità il museo in un contesto di difficoltà sicuramente sconosciuto a molti suoi colleghi di altri paesi.

Troppo forte il valore simbolico nella narrazione governativa del museo fiorentino per non richiedere un cambio sacrificale.

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