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Nascita e rinascite, il significato universale del Natale Opinion leader

Firenze – Da ben oltre 2000 anni il Natale si ripropone puntualmente con tutto il suo fascino, il suo carico di sentimenti, di emozioni, di speranze ― in un mondo sempre più plurale e conflittuale ― ma anche di mistero, di inquietudini e con ricorrenti e crescenti interrogativi, di fronte alla prova della pandemia che ha sorprendentemente coinvolto il mondo intero. È la prima grande celebrazione del nuovo anno solare e del nuovo anno liturgico, che prepara il nuovo anno civile 2021.

Pur facendo memoria della nascita di Gesù, è difficile trovare nel mondo una ricorrenza così ampiamente condivisa, celebrata e partecipata in moltissimi Paesi, come il Natale. Nella grande varietà delle culture e delle etnie tutti se ne sono in diverso modo appropriati, quale che sia la loro appartenenza etnica e confessionale. E, una festa può essere così universale, solo se evoca e celebra temi, problemi e valori fondamentali propri di ogni essere umano.

La parola Natale, infatti, etimologicamente, vuol dire “nascita”. E celebrare il Natale, come del resto ogni “natale”, significa ricordare o fare memoria del giorno della nascita, del nascimento, o dell’inizio della vita, di una vita nuova.

Sappiamo tutti che la nascita permane pur sempre un mistero o, per lo meno, stupisce; anche se oggi conosciamo molto di più sulla biologia della nascita, anzi, sappiamo quasi tutto e disponiamo di tecniche in grado di controllare i processi riproduttivi, fino nei minimi dettagli e, addirittura, di correggere e innovare il corso stesso della natura. Siamo noi a decidere di far nascere, non più la natura, anche se l’esperienza del coronavirus ci ha fatto comprendere che la natura è più forte della cultura.

In pochi decenni siamo passati da un esercizio delle sessualità esclusivamente orientato alla procreazione, a una sessualità senza procreazione con l’introduzione dei contraccettivi, a una procreazione senza sessualità, attraverso la fecondazione “in vitro” e la prospettiva — ormai non più remota — della “clonazione umana riproduttiva.

La nascita, però, non è mai così sicura come la morte. Perché la morte, finora, è certa, mentre la nascita no! Si può infatti morire senza essere mai nati (e qui non mi riferisco solo all’aborto naturale o provocato), e si può passare nella vita come giorni senz’alba (senza vedere la luce). Oggi, per es., sappiamo che in natura si riscontra un alto spreco di embrioni umani che si generano in seno al ventre materno: mediamente solo il 20% “vengono alla luce”.

Per nascere, infatti, ogni uomo deve “venire alla luce”. E viene alla luce da quel “fondo oscuro” che è il ventre della madre, l’antro dove siamo concepiti per una nascita. Quella nascita che però da sola non basta, ma invoca la speranza di una rinascita per trovare il suo senso. Anche perché un altro antro è già pronto. L’antro di un’altra madre: la madre-terra (ossia, la morte). Sono i due poli del “pendolo della vita”.

L’evento del “Natale”, pertanto, — anche genericamente inteso nel suo “naturale” significato di nascita, — invoca un senso e un significato che, in quanto tali, trascendono le potenzialità del sapere e potere tecno-scientifici.

[2] Oggi, però, non celebriamo la nascita in senso generale, ma la nascita di Gesù. E, nel fare memoria del Natale di Gesù, la liturgia che stiamo celebrando ci ricorda che il mistero di Dio, ciò che sta a fondamento di tutto quanto esiste, si è finalmente rivelato e, — in un certo senso — continua sorprendentemente a rivelarsi nel volto tenero e seducente di un infante.

Non guardiamo però il Natale con occhi troppo ingenui. Non nascondiamoci dietro lo sguardo dei bambini. Sappiamo che nel loro incanto c’è provvisorietà e, a volte, anche un po’ di innocente inganno.

Una festa, infatti, può essere così universale, — come di fatto è il Natale ― solo se evoca e celebra tutti i temi e problemi umani, e non solo semplicità e innocenza. Da tempo, infatti, in Europa e nel mondo il Natale si presenta piuttosto usurato, vuoto di contenuti, di prospettive e di futuro credibile. Il contesto storico-globale è profondamente mutato.

Solo per citare qualche esempio, e senza cedere alla paralizzante nostalgia: nel preannunciare il Natale, le antiche profezie (come abbiamo letto nelle letture di questi giorni) invocavano il Dio con noi — l’Emanuele. Ma, la cultura Occidentale con le sue filosofie “agnostiche”, da decenni continua a proclamare che di Dio non si può dire nulla, o, addirittura, che non esiste (come se l’assenza di prove fosse prova di assenza!).

Nelle nostre Chiese risuonava il ritornello “È nato per noi il Salvatore”, quando un’inquietudine o un’emozione profonda agitavano la nostra coscienza. Ma noi di fatto sappiamo che l’unica “salvezza” sono il denaro, la carriera e il potere, serviti dalla stessa ricerca scientifica e tecnologica, di cui siamo così orgogliosi.

Sui nostri presepi era scritto (e a volte sta ancora scritto) “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma in diverse regioni del mondo — e ultimamente sulle nostre spiagge — gli innocenti possono morire affogati o massacrati, tanto noi continuiamo a difendere i nostri privilegi e a vendere armi, mentre le nostre diplomazie si consumano in trattative ad oltranza e in spreco di denaro pubblico.

Ieri, si diceva, ci salva la “ragione” e con essa il “progresso”. In questi ultimi anni, invece, abbondano parole generiche, per non dire volgari, che coprono vuoti progettuali enormi, e sperano di rigenerare tronchi ormai secchi, consumati da ideologie obsolete e da una permanente e ostinata corruzione.

[3] Sarebbe, però, riduttivo e banale cedere alla tentazione critica e al pessimismo, per cogliere del Natale solo gli aspetti esteriori, sentimentalistici e folcloristici, e approdare, poi, ad una sterile rassegnazione o indifferenza. Il tempo che stiamo vivendo non consente fughe dalla responsabilità o alienazioni consumistiche, anche se alimentate dai più nobili sentimenti e affetti.

In un momento così delicato, — sia politico e sia ecclesiale nazionale e internazionale, — in cui spesso prevalgono logiche conflittuali, utilitaristiche e, a volte, anche distruttive, logiche che minacciano la sopravvivenza stessa della tanto sperata e usurata democrazia, il Natale dovrebbe divenire occasione di discernimento e di conversione, per saper cogliere, — alla luce del mistero di Dio che si rivela e si fa storia, — la qualità morale delle relazioni sociali, dell’agire politico e delle relative scelte.

Quanto più un valore è eticamente rilevante, tanto più è impegnativa la sua assunzione a livello di mentalità e di senso comune, e altrettanto delicata ne è la promozione e traduzione legislativa. Attingere con fiducia e abbondanza alla pienezza di vita proposta dal Natale, assumere e sondare gli orizzonti e le profondità del mistero di Dio rivelato, significa aprirsi al senso della vita e della storia, e favorire quella mediazione antropologica ed etica che rappresenta sicuramente uno dei contributi più importanti che, non solo i cristiani, ma anche tutti gli uomini impegnati in politica, possono offrire alla società civile, per un’autentica rigenerazione del tessuto sociale, culturale, politico e religioso/ecclesiale. Oggi, in particolare, ne abbiamo tanto bisogno.

 

Ennio Brovedani sj

Presidente Fondazione Stensen

 

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