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Nella nuova galleria 28 Nero si respira l’arte internazionale Cultura

Firenze – Si chiama 28 Nero, in via Ghibellina 28r a Firenze, la nuova galleria di arte contemporanea nata nel cuore di Firenze. Nuova in tutti i suoi attributi. Si distanzia dal concetto comune di esporre arte in un ambiente neutro, dove usualmente l’architettura diventa assenza, per fare emergere le opere d’arte che vi si espongono.

Lo spazio, primariamente solo uno studio di architettura ha assunto ora una doppia funzione. 28 Nero nasce da un’idea di Alessandra Testori, versiliese, che unisce interior design, architettura e arte, fondendo tradizione e innovazione. Qui la caratteristica principale è il profilo internazionale che si respira, non solo nella selezione di artisti presentati in occasione dell’inaugurazione della galleria.

Con la loro poetica, gli artisti Lorenza Demata, Diego Giordano Palma, Maria Montesi, Lir Tasho e Zhiyu Xiao rappresentano una ricerca che Giacomo Biagi, il curatore della mostra, ha fatto nello sterminato mondo, dalle mille sfaccettature, delle nuove frontiere dell’arte.

“Discordanze è una mostra che attraverso il lavoro di cinque artisti indaga quelle che sono ancora le incoerenze formali, naturali e ideologiche della contemporaneità. – dice Biagi, il giovane critico, promotore della mostra – Nella prima sala in cui abbiamo un confronto con la dimensione storica a livello iconografico e una seconda sala dove apparentemente il rapporto è visivo, ma si trasforma anche in un’indagine di tipo ideologico, antropologico e formale”.

Continua la sua presentazione delle opere e degli artisti.

“Il primo lavoro è di Lir Tasho, albanese, è laureato in architettura e adesso sta studiando  all’Accademia di Belle Arti di Firenze, in questo suo lavoro si inserisce nel linguaggio storico e artistico del Novecento perché fa parte del Surrealismo e dell’Informe. Tasho recupera un’antica tradizione del Lingchi, nota come la “morte dei mille tagli”, un tipo di tortura che portava alla morte, praticata in Cina fino al 1905, dove alla vittima venivano lentamente asportate, con precisione, alcune parti anatomiche, prolungandone la vita e la sofferenza prima del decesso. Nell’opera di Tasho la cianotipia è ottenuta mediante la sovrapposizione di due negativi: un primo negativo derivato da un disegno puntinato e invertito della mano dell’artista; un secondo, composto da più layers, è ricavato dalla silhouette, “tagliata” alla maniera Lingchi del Cristo tarlato e dorato, presente a fianco delle cianotipie. In Tasho è sempre presente il tema del sacro, della religione, del sacrificio”.

Come si collega il suo lavoro con quello di Diego Giordano Palma presente nella stessa sala?

“Entrambi sono caratterizzati dal recupero di temi e soggetti riferibili ai registri della storia dell’arte. Diego Giordano Palma è l’artista italiano più giovane del gruppo. Originario di Napoli, ha lavorato con Milovan Farronato, la curatrice del Padiglione Italia della Biennale di Venezia. Recupera la tradizione del Novecento della perspective transparente di eco duchampiana, delle macchine desideranti di inizio Novecento. Palma  si confronta in modo esplicito con questa tradizione. Né cioccolato, né pistoni a simboleggiare il desiderio ma circuiti elettrici ripresi da schedine hardware sovrapposti, con una stampa laser, su plexyglas. Sullo sfondo inserisce un iconismo ovvero una lamina d’oro che rappresenta la purezza.  Un simbolo spirituale per eccellenza e una cosmogonia visiva”.

 

E nella seconda sala?

“Prima di tutto abbiamo un corto circuito astratto attraverso la ripetizione ossessiva e ricorrente di un tema, ovvero il moto ondoso, le onde. Allo stesso tempo il sentimento è geografico. Abbiamo le onde di Maria Montesi davanti allo Stretto della Manica, nel lavoro di Zhiyu Xiao davanti al Golfo del Baltico e le onde dell’Adriatico di Lorenza Demata”.

Mi parli della poetica di Lorenza Demata.

Lorenza Demata è una fotografa, diplomata alla Fondazione Marangoni, con un master presso il London College of Communication di Londra.  È un’indagine radicale la sua. Ci sono riferimenti alla camera chiara. Il soggetto è il mare, come superficie: reale e contemporanea, estratta e manipolata. Un ripetersi di onde increspate elude la moltiplicazione di una stessa immagine entro la medesima superficie, su cui si innesta il susseguirsi ossessivo di frammenti in successione. La composizione in superficie e rilievo, non è né plastica né pittorica. Come nella memoria, i ricordi si sgranano, si concentrano.  La fotografia è digitale, stampata su blueback, su foamboard, incorniciata o adesa al muro, è presente qui come materiale puro e come immagine, ma mai as image, like image”.

E il video di Maria Montesi?

“Ha un curriculum vasto, con tante residenze d’artista. Collabora con Theaster Gates per Documenta 13 a Kassel. Il video è stato realizzato in occasione di una residenza d’artista in Francia, nel 2015. Attraverso il video Faire le mur di mezz’ora, Maria Montesi realizza un’indagine circolare, antropologica, di grande impatto. Il video riprende due orizzonti a Wissant, vicino lo Stretto della Manica, famosa per i tentativi degli immigrati, raccolti nella jungle di Calais, di attraversare, sui tir merci, il mare in direzione dell’Inghilterra e per i fenomeni erosivi della costa. Montesi raccoglie sei interviste a personaggi coinvolti in quella realtà. Non ha un’impostazione politica nelle interviste, sono semplicemente antropologiche. Tra le interviste c’è anche quella fatta a un pakistano che, dopo ripetuti tentativi, è riuscito ad attraversare la Manica e vive e lavora a Londra. Sullo sfondo di un paesaggio in continuo moto ondoso si sovrappongono le interviste”.

Infine, il quinto artista, Zhiyu Xiao.

“Il cinese Zhiyu Xiao, il più giovane degli artisti in mostra, ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, il Minneapolis College of Art and Design e l’Università di Helsinki. Attualmente vive e lavora a Berlino. Il movimento delle onde del Mar Baltico che propone in queste formelle di legno, bloccato nella dimensione oggettuale di ciascun pezzo, si presenta come una direzione senza direzione. La superficie delle onde vuole essere espressione di sola forma, che nasce dal mare random, nella sua  densità viscosa e allo stesso tempo sensuale. Resistente e respingente per la vernice nera, quasi a significare le problematiche esistenti nel mare, come le piattaforme petrolifere. Sono blocchi, tutti diversi. Una somma di pittura e progetto. Il progetto è realizzato al computer poi stampato con una stampante apposita, su legno pieno, e poi dipinto con glossy black dall’artista. Una produzione destinata a crescere, con movimenti diversi, fino a coprire un’intera stanza”.

La mostra è un lavoro di gruppo tra l’architetto, il curatore e gli artisti che si sono organizzati in associazione Senza numero, che si pone come una piattaforma di connessione, collaborazione e mediazione, anche e soprattutto di esposizione, ma senza confini spaziali. Ha associati a Parigi, Firenze, Napoli, Londra, Berlino come ad Amman..

Giacomo Biagi, di origini fiorentine, dopo il liceo Michelangelo si è laureato in Storia dell’Arte a Firenze. Attualmente sta ultimando il dottorato alla Scuola Normale di Pisa, in Società e cultura dell’Europa contemporanea. Ha studiato anche negli Stati Uniti.

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