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Nencini (Psi): “Il Parlamento non vuole ricordare Craxi” Dibattito politico

Firenze – Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni di Riccardo Nencini presidente del consiglio nazionale del Partito Socialista Italiano sulla figura di Bettino Craxi e la decisione del Parlamento di non ricordare il ventennale della morte. 

Una settimana fa ho avanzato la richiesta di ricordare in aula al Senato Bettino Craxi nel ventennale della morte. Non solo la figura di statista, ma soprattutto un tempo di cui fu tra i protagonisti e di cui si discute ancora.

Trovavo naturale questa richiesta. Da settimane, lontano dalle istituzioni, tutti ne parlano, delegazioni parlamentari hanno partecipato alla commemorazione, si susseguono convegni con la presenza di autorevoli deputati e senatori. Tutti ne parlano salvo che nella sede legittima: il Parlamento italiano.

Mi sbagliavo. Nella conferenza dei Presidenti dei Gruppi del Senato è stato deciso, con una sola eccezione, di non tenere nessun ricordo dello statista scomparso.

Tant’è. Per questo motivo allego alla presente le mie riflessioni, quelle che avrei svolto in Aula se mi fosse stato consentito.

RICORDO DI BETTINO CRAXI

Signora Presidente, onorevoli colleghi,

Non sono qui a perorare rivisitazioni giudiziarie ne’ a stendere una biografia di Bettino Craxi. Quando sia nato, dove abbia vissuto, cosa abbia costruito per il suo Paese. Basta un tocco sull’iphone per immergersi nella sua vita.

Non c’è dubbio. Utile conoscere, sapere, e però, lo dico con Balzac, ‘chi fa della cronologia pescando a caso da una vita intera fa soltanto la storia degli sciocchi’. Tanto più se quella storia, quel nome, si legano a un periodo tra i piu’ controversi della storia d’Italia. Li è il nodo, e non possiamo pensare di scioglierlo affidandoci a un eccellente regista e ad un attore impareggiabile.

Tocca a noi, alla politica, rileggere quel tempo senza ipocrisie, senza affidarsi alla teoria, mediocre e salvifica per i ciechi, del capro espiatorio, del ‘nemico unico e certo’ – parole pronunciate da Luciano Violante presidente della Camera.

Guardo con sospetto sia alle celebrazioni acritiche sia ai giudizi provvisori, declamati senza scavare sotto la pelle della storia e attingendo alla cronaca.

Craxi fu un uomo politico a tutto tondo e uno statista, uno dei protagonisti di un lungo periodo della storia d’Italia e del rinnovamento del socialismo europeo, e come tale va considerato. Relegarlo al biennio 1992/94 è fare un torto all’evidenza.

Commise errori? Si. Rappresentò con dignità l’Italia nel mondo? Si. Fu parte di un sistema politico che si era forgiato attorno alla cortina di ferro, dominato in Italia e in Europa dal fattore K, con tutte le conseguenze che per quasi mezzo secolo sono figliate da quella divisione? Si.

La storia individuale di un leader politico di una nazione centrale nell’ordine postbellico non può essere scissa ne’ dal contesto ne’ dal confronto con ciò che c’era prima e con ciò che viene dopo. Altrimenti si cede alla tirannia degli stereotipi e al posto della memoria collettiva, necessaria alle nazioni per vivere – per vivere, non per sopravvivere – si sostituisce il bignami delle novelle della sera.

C’è addirittura una seconda alternativa, quella tracciata, richiamandosi a Saint Just, l’artefice del Terrore rivoluzionario, da Piercamillo Davigo. Eccola, parola per parola: tra i politici non esistono innocenti, solo colpevoli fino a prova contraria.

Bene. Per lunghi anni siamo stati dunque governati da una classe politica criminale. Dobbiamo a quella classe politica la resurrezione dell’Italia sconfitta in guerra e devastata da una ventennale tirannia e da un tradimento. Di più: le riforme in nome di libertà ed eguaglianza, la conquista di un benessere diffuso, la vittoria nella lotta al terrorismo, un ruolo importante nello scacchiere internazionale fino a raggiungere il G7. Insomma, un’Italia più libera e civile ha un marchio infame, un pantheon dantesco.

Se ci accontentiamo della superficialità, abbiamo trovato il modello. Va solo registrato.

E invece, vent’anni dopo, non sono più tollerabili ne’ i silenzi ne’ il gioco di parole fondato sul ‘ma anche’. Qualche esempio? Secondo taluni fu un latitante e non un rifugiato politico, eppure si offrono funerali di stato e la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro chiede di incontrarlo. Del resto, latitante, nella lingua madre, è colui che si nasconde. Complicato nascondersi quando si ha la casa piena di giornalisti e il telefono non smette mai di squillare.

Eccola la trappola del ‘ma anche’, del ‘si, però ‘, del ‘quasi’. Congiunzioni che allontanano da un esame di coscienza come si deve, da una confessione piena, semmai passi di lumaca verso una verità sussurrata. Cosicché, chi ha quasi vinto gioca ancora pur non essendoci mai confessato fino in fondo.

Del resto, Craxi, il 3 luglio 1992, spiego’ con dovizia di particolari come si finanziavano i partiti. Io c’ero. Non si trattò di un’invocazione alla correità. Tutt’altro, un appello a che ciascuno si assumesse le proprie responsabilità. Questo fu. La riprova? Nel 1984 e nel 1989, con voto unanime, il Parlamento vota l’amnistia per reati di finanziamento illecito. Ben due volte in cinque anni, all’unanimità.

Non mi aspetto che Craxi venga ribattezzato con l’acqua miracolosa in cui fu immerso Curzio Malaparte, eccellente scrittore, fascista della prima ora, tra i protagonisti esterni dell’omicidio Matteotti e redento, nel dopoguerra, dal ministro di molta grazia e di poca giustizia. No, mi aspetto invece che chi siede su questi banchi compia un atto di coraggio condividendo le parole lungimiranti di un ex Presidente della Repubblica e di vari capi di governo con cui Craxi lavoro’, che si ponga almeno un paio di  domande: quanto incide, nella caduta della Prima Repubblica, il mutato clima internazionale? Quanto incide il tramonto della centralità della politica a vantaggio della finanza, con conseguente svendita di pezzi pregiati dell’industria italiana?

Non tocca anche a noi valutare, scavare, immergersi nei torbidi di quel tempo, o basta affidarci alla penna di buoni giornalisti e a storici di buona volontà come non avessimo a cuore l’identità di una nazione, le radici dalle quali proveniamo?

Un’ultima questione. Quegli anni lacerano una storia magnifica del Novecento italiano. Fossi stato a Montecitorio, la geografia degli scranni mi sarebbe stata di aiuto. La’ Turati e Matteotti, più sotto Nenni, Treves, la Merlin, Loris Fortuna, lassù Saragat e Pertini, non lontano da dove siedo Gino Giugni, il padre del giuslavorismo italiano.

Chi ha fatto una scelta di vita non può accettare che una storia che ha avuto ragione venga abrasata, relegata in un canto o, peggio, narrata con sussiego o, peggio ancora, con compassione. Ma nemmeno chi ha il privilegio di sedere qui, nel Senato della Repubblica, dovrebbe accettare che il passato in cui hanno vissuto e lottato i suoi genitori e i suoi nonni, quale esso sia, venga rappresentato come una commediola da teatro di provincia.

Tutte le vite vissute con passione sono un salvadanaio dello spirito. Soprattutto quelle vissute al servizio del bene comune.

Riccardo Nencini

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