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Neurochip, nuova frontiera dell’informatica Innovazione

I computer odierni hanno trasformato la nostra vita quotidiana, la rapida e continua evoluzione tecnologica dei microprocessori è ormai realtà, ma, come ha chiarito il fisico italiano Federico Faggin in un recente articolo pubblicato su CorrierEconomia, i computer pur essendo macchine molto sofisticate, dipendono sempre dal software, dai programmi, e l’essere umano rimane colui che crea e sperimenta nuove funzionalità e tecnologie. Faggin, fisico di fama internazionale che ha contribuito alla progettazione del microchip insieme a Marcian Hoff e Stanley Mazor alla Intel nel 1971, ha ricevuto recentemente da Obama la National Medal of Technology and Innovation.
Oggi stiamo facendo grandi progressi nel settore del riconoscimento vocale o su nuove modalità di interazione uomo-computer come le tecnologie basate sul tatto. Assistiamo a progressi notevoli nei settori dell’internet degli oggetti e tra dieci anni ci saranno miliardi di oggetti in costante comunicazione ognuno con il proprio indirizzo internet. Sarà possibile, così, interrogare il frigorifero attraverso il telefonino, o attivare videocamere a distanza, e, in parte, alcune di queste soluzioni sono già realtà.
Nonostante microchip e memorie siano sempre più potenti, c’è ancora molto da fare nei settori del web semantico e delle tecnologie basate su neurochip. Nel primo caso la ricerca contemporanea non è ancora in grado di fornire al computer modelli sufficientemente ricchi della realtà umana, nel secondo le tecnologie neurali si sono rivelate molto efficienti su compiti specifici, ma siamo lontani ancora da una completa conoscenza dei meccanismi alla base del pensiero e della cognizione. Risulta arduo, oggi, pensare di trasferire tali conoscenze alle macchine. Sono ancora troppe le lacune in questi settori di ricerca, infatti fin quando non avremo modelli esaustivi della architettura dei nostri cervelli, non potremmo rendere più efficienti le tecnologie basate sulla Cognitive Computing, la computazione in grado di sfruttare le risorse neurali incapsulate nel nostro hardware più prezioso, il nostro cervello.
Il processo conoscitivo in atto, aggiungiamo, è bidirezionale, le conoscenze sul nostro cervello hanno un impatto per la crescita di ricerche su sistemi e tecnologie sempre più efficaci, ma è vero anche il contrario. Molti ricercatori nel settore della Intelligenza Artificiale, tra cui, per esempio Marvin Minsky del MIT, ritengono addirittura che l’unico modo per comprendere la mente umana sia darne una qualche simulazione informatica. Indagare i limiti delle macchine in prestazioni per noi del tutto naturali, può offrire al ricercatore spunti centrali per chiarire i meccanismi alla base delle emozioni, delle intuizioni, della consapevolezza. Processi mentali di estrema complessità, al di fuori della portata di un computer attuale, ma che sono, in ultima analisi, il prodotto di determinate architetture cognitive. La sfida, ancora una volta, è connettere l’hardware con il software.
È interessante, infine, che un fisico come Faggin ribadisca l’importanza di investire anche nella ricerca dei meccanismi neurali alla base dei processi mentali come la consapevolezza, la coscienza, la memoria, con la convinzione che la comprensione scientifica di ciò che ci rende più umani possa servire per lo sviluppo di tecnologie informatiche al servizio dell’uomo, compatibili con le nostre preziose risorse cognitive.
 

foto: http://faculty.washington.edu/ctmoritz/main/ResearchPage.htm

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