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Nicola Nuti: “L’arte riparte con la lungimiranza dei galleristi” Cultura

Firenze – Tra  pochi giorni si vivrà una nuova socialità, limitata e impegnativa ma utile alla nostra salute. Anche la cultura sta facendo i preparativi per una riapertura delle attività museali e artistiche. Abbiamo chiesto una riflessione a Nicola Nuti, storico e critico d’arte, sui cambiamenti in atto in settore così sensibile e sempre in divenire.

Caro Nicola, come figlio d’arte, immagino che sarai cresciuto circondato da tele, pennelli ma anche da un gruppo di pittori che condivideva dei progetti e delle passioni. Che ricordi hai?

Come dico sempre, la mia infanzia è stata latte e trementina: i primi tempi mio padre lavorava in casa, ma solo per fare disegni e le illustrazioni per i gialli che pubblicava La Nazione sera, perché ero asmatico e i solventi potevano darmi noia, ma i dipinti, quelli che realizzava allo studio, transitavano tutti a rotazione sulle nostre pareti, ancora fragranti di olio di lino e acquaragia. La casa era frequentata soprattutto da collezionisti, critici e storici dell’ arte, tra cui Luigi Cavallo, Raffaele De Grada, Leopoldo Paciscopi, Tommaso Paloscia, Umberto Baldini,  Mario Bucci, Ermanno Migliorini (col quale poi sostenni un esame di Estetica all’ università), e una volta vennero anche Alfonso Gatto e il regista Ioris Ivens. Ma  gli altri artisti, eccetto Fernando Farulli, che aveva sposato la sorella di mia madre, capitavano raramente da noi: il babbo li incontrava fuori, da Rigacci, il negozio di belle arti, o nelle gallerie o, specialmente con Vinicio Berti, nei laboratori artigiani, primo fra tutti Piumaccio d’oro, che era un restauratore di mobili, Emilio Malenotti, anche vivace pittore naif. Però, uscendo con mio padre ho conosciuto, oltre a Berti, anche Nativi, Brunetti, che lavorava come decoratore su pelle e ceramica, in un negozio nella stessa via Guicciardini dove abitavamo: io gli portavo sempre una mela o un dolcetto. Poi Monnini, sempre di passaggio perché viveva già a Milano; Bruno Rosai, Colacicchi, il mercante milanese Tamar Del Fante.

Quando sono nato era finita la stagione di Astrattismo classico, che aveva portato il gruppo alla ribalta dell’arte d’avanguardia, e da quel momento mio padre prese a collaborare principalmente con una galleria, la Michaud, che gli organizzava mostre anche nel giro nazionale. Sapevo che all’epoca il babbo era in crisi col linguaggio astratto e voleva recuperare la figura e che c’erano state delle discussioni con Berti che lo accusava di essere un traditore (Astrattismo classico era nato per inaugurare un nuovo lessico comune per l’arte non figurativa che sarebbe dovuto essere la definitiva emancipazione della pittura di ricerca dalla tradizione), ma in famiglia non era abituato a parlare di progetti, tranne quando io cominciai a parteciparvi come critico d’arte”.

Anche la tua è una vita per l’arte…

“Diciamo: in parte una vita con l’arte e in parte una vita per l’arte, come dici. In realtà all’inizio, avendo seguito studi letterari, pensavo di occuparmi di critica letteraria, finché mi resi conto che non ci sarebbero stati molti sbocchi professionali. Poi, un giorno, al mare mio padre mi fece parlare con Giordano Goggioli, ex olimpionico di Palla a nuoto ed ex caporedattore dello Sport a La Nazione. Lui aveva preso le redini di un nuovo giornale: La Città e mi chiese di fargli un articolo, una recensione d’arte, per provare. Scrissi un pezzo su una retrospettiva di Rosai, accorgendomi di avere una grande familiarità con la “grammatica” dell’arte e una discreta capacità di scrittura: per me era, ed è, naturale leggere un’opera, come se fosse una pagina di un libro. Da allora sono rimasto a scrivere d’arte per quella testata per diversi anni, diventando giornalista pubblicista. Erano gli anni Ottanta e tutti organizzavano mostre, ma nessuno diceva a un ragazzo venticinquenne come si facesse. Qualcuno mi suggerì di inventarmi un titolo, un tema, e poi adattarlo agli artisti che più mi interessavano. Mi piaceva l’idea di una mostra a tema, ma non volevo forzare nessuno in una griglia che non gli si confacesse, allora cominciai a seguire gli artisti nello studio, per parlare con loro, capire quali erano i loro obiettivi, conoscere a fondo il loro linguaggio. Solo dopo ho cominciato a curare mostre. E da trentaquattro anni non ho mai smesso”.

Tra poco probabilmente usciremo dall’isolamento casalingo e per un po’ dovremo mantenere un distanziamento sociale. Per Firenze e il nostro patrimonio artistico sarà un cambiamento radicale.

“Il distanziamento sociale non sarà per sempre e credo che alla fine torneranno le code agli Uffizi e alla Galleria dell’Accademia, a meno che  questo periodo di pausa non abbia stimolato la riflessione su come gestire diversamente i flussi turistici, su come differenziare l’offerta di luoghi ed eventi artistici, magari incentivando l’interesse per l’arte contemporanea. Ma ci credo poco”.

Come pensi che cambierà il mondo degli artisti e delle gallerie?

“Sono cambiamenti in atto già da diversi anni: prima gli artisti si conoscevano, si frequentavano, discutevano e gli intellettuali, i critici d’arte e i giornali  veicolavano l’interesse del mercato, delle gallerie. Le gallerie stesse erano luogo di aggregazione, di scambio di idee,  una seconda casa per gli artisti e chi li seguiva. Fino alla fine degli anni Settanta a Firenze vi erano più di cento gallerie, tutte aperte al collezionismo di ogni livello. Ma oggi, che sono venute meno le possibilità economiche, e, voglio dire, anche l’interesse di una grande fascia di piccoli e medi collezionisti o semplici appassionati, l’arte è diventata una merce come un’altra, suscettibile di variazioni nelle quotazioni, su cui investire e speculare. Le poche gallerie rimaste sono diventate una specie di uffici o semplici showroom, dove operare principalmente attraverso internet, stabilendo contatti commerciali soprattutto con l’estero. Non che tutto questo sia necessariamente un male, ma bisognerebbe che le istituzioni fossero più attente e l’economia fosse meno avara nei confronti dell’arte, in modo da variare il meccanismo e riaccendere la lungimiranza di certi galleristi. Ci sono ottimi artisti che non trovano sbocchi sul mercato per via di un collezionismo scarso e sempre orientato verso scelte commercialmente più “sicure”, spesso allettati da vere e proprie strategie di marketing. Nessuno vuole rischiare, anche se poi, a volte, alla fine…”.

Come vivi questi giorni? Stai lavorando a delle presentazioni di mostre… come cambiano?

“Vivo questo isolamento con una gran pena e un senso di incertezza. Soprattutto mi manca la progettualità. Le gallerie con cui collaboro, tra cui Spazio Dinamico che ha in gestione l’Archivio Nuti,  sono chiuse sine die, e ormai si riprenderà, se va bene, verso ottobre”.

Qualche progetto futuro?

“Come detto, è difficile fare progetti a breve termine: ho una mostra pronta da inaugurare con catalogo, opere selezionate e inviti stampati e altre da portare avanti e non solo sul territorio nazionale. Il progetto più concreto su cui sto lavorando è il catalogo generale di Mario Nuti. Impresa assai complessa perché mio padre era tutto meno che ordinato e sistematico nella catalogazione di documenti e dipinti. Infatti, recentemente ho dovuto espertizzare diverse sue opere di cui non conoscevo neppure l’esistenza. Ma una volta pubblicato avrà una degna presentazione e tutto il lavoro, almeno per quanto riguarda la produzione astratta, sarà finalmente sistemato e ben analizzabile nella sua complessità”.

Nato a Firenze, Nicola Nuti è figlio di Mario Nuti, uno tra i protagonisti del gruppo storico fiorentino dell’Astrattismo classico, insieme a Berti, Brunetti, Monnini, Nativi.

La sua preparazione culturale ha salde radici nel territorio, a partire dal suo breve sodalizio con Vasco Pratolini e gli artisti della sua cerchia sul quale ha scritto la tesi nell’ambito del corso di laurea tenuto da Piero Bigongiari.

Ha cominciato a occuparsi di critica d’arte nei primi anni Ottanta, commentando eventi d’arte sulle pagine de La Città (poi Gazzetta di Firenze) e scrivendo testi per i cataloghi degli artisti.

In seguito ha curato numerose mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero, e ha pubblicato sulle pagine di diversi quotidiani e riviste: L’Indipendente, La Nazione, Il Giornale, The European magazine, Arti e mercature, Artecultura, Artleader, Contemporart, D’Ex, Il Governo, Eco d’arte moderna, Kermes, Professione architetto.

Ha redatto, per l’Istituto Italo – Latinoamericano, un saggio introduttivo per gli artisti panamensi in occasione della XLVII Biennale di Venezia del 1997. Ha curato inoltre, in collaborazione con Luigi Cavallo, pubblicazioni monografiche su Domenico Cantatore e Alberto Manfredi, nonché su Ardengo Soffici.

Ha tenuto una lezione in ambito del master sul mercato dell’arte condotto da Fabio Fornaciai e promosso dall’Università di Firenze; ha tenuto diversi incontri sull’ arte contemporanea e un corso sul restauro contemporaneo per  il progetto Prometeo della Regione Toscana e la Comunità Europea.

Suoi, numerosi studi, approfondimenti e scritti monografici dedicati all’Astrattismo classico e agli artisti che lo fondarono: in particolare testi su Vinicio Berti e Alvaro Monnini; monografia su Bruno Brunetti e cataloghi su Gualtiero Nativi e su Mario Nuti.

Attualmente è curatore dell’ Archivio Mario Nuti, consulente per collezionisti, gallerie e per il gabinetto di restauro Andrea Fedeli.

Foto: Nicola Nuti

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