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Renzi, fenomeno complesso che rilancia la passione politica Opinion leader, Politica, Società

E quindi non ci sottilizziamo troppo se dai tifosi di una parte o dell'altra ogni tanto si scende di tono. E si scade in demonizzazione dell'avversario  e in osanna del leader sostenuto. Sono elementi che caratterizzano da sempre la lotta politica. L'importante è che, specialmente fra gli iscritti e gli elettori del PD, rimanga saldamente una gran parte di ragionatori e non di tifosi, e, cosa ancora più importante, che non ci sia uno scadimento dei toni nello scontro fra i leader in lizza. E su questo punto, mi sembra di poter dire, che sono state dette cose importanti in questi giorni. Se è vero che sia Bersani, a cui era dovuto in qualità di “detentore” dello scettro, sia Renzi, a cui poteva essere consentito qualche sconfinamento in quanto “sfidante”, hanno detto e fatto capire che la battaglia dovrà essere leale, trasparente e vissuta come battaglia di idee e non come scontro di persone. E che, alla fine, il perdente della battaglia delle primarie accetterà il verdetto delle urne e collaborerà con il vincitore nella battaglia vera e finale che sono le elezioni politiche del prossimo 2013.

Questo mutuo riconoscimento da parte dei contendenti è un elemento fondamentale per un Partito come il PD che è chiamato, per statuto politico, a dovere e potere rappresentare un'area politica che va dagli ex comunisti, nostalgici del vecchio Pci, ai nuovi liberaldemocratici che si rifanno alle idee di Blair e si dilettano delle letture di Zingales e Alesina. Bene, un ampio spettro di idee e di sensibilità come è quello rappresentato dal PD di oggi, non si tiene unito se non esiste, e magari viene rafforzata, la lealtà e il rispetto fra i diversi leader. E, per di più, se non esistono regole scritte e condivise che consento la possibilità di discussione, di azione politica e quindi di ricucitura unitaria fra le diverse aree politiche e culturali del partito.

Renzi, da questo punto di vista, ha fatto un notevole passo avanti in questa ultima edizione del Big Bang. Ha infatti operato una forte precisazione del suo ruolo nel partito e ha rassicurato i tanti militanti, sia fra quelli che lo seguono, sia fra quelli ancora incerti e sia fra quelli che non lo apprezzano, sulla sua lealtà alle regole e, in fondo, alla comunità dei militanti  del Pd. Cioè nella discussione e negli interventi che si sono susseguiti nella due giorni fiorentina, Renzi ha tenuto a precisare, con forza e in maniera definitiva, che lui è un dirigente del PD e che non ha alcuna intenzione né scissionista né liquidatoria del partito. E che, in seguito a questo stato, starà dentro le regole scritte e non scritte sulle primarie che portano alla divisione nella fase dello svolgimento della battaglia interna ma poi invece richiedono l'unità nella fase della battaglia esterna condotta dal vincitore delle primarie.

Ma se Renzi è un dirigente del Pd e ha promesso (e per un politico emergente le promesse davanti a milioni di militanti ed elettori sono un elemento importante!!!) lealtà politica e rispetto delle regole, perchè continua ad essere considerato da molti un “esterno”, un “infiltrato”, un “diverso” all'interno della famiglia Piddina?  In effetti Renzi è un diverso. Non viene dalla tradizione di sinistra né socialista né comunista. Né d'altra parte è facilmente classificabile come un ex democristiano. Certo da lì viene. Ma, a parte alcuni tratti dell'abilità politica che si riconoscono ai tanti leader democristiani, Renzi non incarna quella cultura politica. Basta ascoltarlo e sentire i suoi discorsi: si direbbe che in lui convivono mille rivoli e mille culture che si fondono in un pensiero che è “debole” in quanto meno strutturato di quanto, specialmente a sinistra si è abituati, ma è “forte” in quanto ad alto contenuto pragmatico ed operativo.  Cioè Renzi fa del suo “eclettismo” l'elemento di forza in una società che è sempre più complessa e richiede grande capacità di comprensione. L'impressione in chi ascolta Renzi è quella di un leader che comprende bene la realtà in cui vive in quanto vi si avvicina non con un “pensiero già fatto”, ma piuttosto con un “pensiero in compimento”.

E qui qualcuno, maliziosamente potrebbe avvicinare il nostro giovane leader al vecchio Berlusconi, che nei momenti in cui era in “auge” si diceva che sapeva aderire alla società perchè aveva il pensiero poco strutturato. Ma qui invece emerge una grande differenza. Infatti mentre Berlusconi aderiva alla società italiana partendo però da forti condizionamenti culturali di tipo liberistico (un liberismo schematico, trito e di cattiva fattura: insomma più Reagan e Bush che la Tachter) Renzi vi aderisce partendo da idealità e culture politiche profonde e non banali.

Renzi è un liberaldemocratico, à la Rawls, che cita nel suo recente articolo Blair, Zingales e Ichino e che sposa la meritocrazia come elemento fondamentale per la crescita degli individui nella società. Quindi un liberale che non disdegna l'impegno dello stato per parificare i “punti di partenza” degli individui e per “assistere” chi, nella gara della vita, si perde, ma che poi accetta che il merito sia l'elemento principale  su cui si fonda il successo in ogni campo della società. E da qui deriva il suo amore per il rischio e quindi per la responsabilità individuale. E molti dei suoi interventi sulle vicende politiche ed economiche del paese risentono di questo approccio. Può darsi che qualche giudizio a volte sia un po' affrettato (chi non si ricorda un eccesso di affidamento su Marchionne!!) ma l'impianto culturale di riferimento è chiaro e accettabile. Ma Renzi aderisce in qualche modo anche al comunitarismo (tipico del mondo cattolico ma anche dei moderni antiliberisti à la Sandel) laddove è inteso come un riferimento culturalmente avanzato ad un punto di vista delle comunità locali, della difesa dei beni comuni, dell'economia che non è solo mercato e impresa. Insomma a quel movimento che, molto presente anche fra i tanti amministratori presenti al Big Bang, connota il comportamento di quanti cercano di affermare nella vita quotidiana delle comunità e delle Istituzioni locali principi diversi e obiettivi diversi da quelli posti dal “main stream” del pensiero economico occidentale.

Quindi Renzi è pragmatismo ma anche ideali e pensiero politico profondo. Ed è su questo mix di cose a prima vista contrastanti (Rawls e Sandel sono due pensatori “avversari”!!!) che Renzi fonda la sua capacità di imporsi come leader capace di intendere meglio e in maniera più innovativa la società di quanto possa fare il più “strutturato” Bersani. E forse anche di proporre soluzioni meno tradizionali e più innovative in particolare per i tanti giovani che si sono affacciati e si affacceranno nel mondo del lavoro e nella società nei prossimi anni. Questo è il punto fondamentale. Renzi riesce a vedere la società in maniera diversa. La interpreta in maniera diversa. E, come ha detto nel recente  intervento al Palacongressi, riesce a vedere talvolta opportunità laddove gli altri, quelli più “strutturati”, vedono solo crisi e difficoltà.

Farebbero male i sostenitori di Bersani a sottovalutare le potenzialità del giovane Renzi. Ma non tanto e non solo in relazione agli esiti della battaglia per le primarie del prossimo inverno. Ma in una prospettiva più lunga per quello che Renzi può dare al partito e al paese in termini di comprensione e interpretazione della società e, quindi, di soluzione innovativa ai tanti problemi che  saranno nell'Agenda del prossimo Governo nazionale. 

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