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Non per gioco ma per amore: ottimo Marivaux alla Pergola. Cultura

Bel successo ieri sera del debutto alla Pergola della difficile commedia settecentesca,  Il gioco dell’amore e del caso, tra le migliori di Marivaux. Difficile perché come giustamente ha intuito nell’adattarla, Giuseppe Manfridi – e come dichiara, riferendosi a una metafora di La Capria sul “limpido dipanarsi di una frase” – “il motore dell’azione drammatica è in ogni parola, in ogni sillaba, in ogni interpunzione del testo”. Questa riuscita commedia degli equivoci si snoda con una perfezione di simmetrie dura da sostenere, nel complicato intreccio amoroso, cui si assomma la problematica delle differenze di classe sociale. L’abile regia di Piero Maccarinelli ha immaginato le manovre di due ricche famiglie di nobile stirpe che cerchino di fondersi come facessero un investimento o costituissero una società, servendosi del matrimonio dei figli, Silvia e Dorante, praticamente obbligati al contratto. Ma i due sensibili giovani, dopo un primo coinvolgimento nel gioco dello scambio tra le parti, si abbandonano alla forza dell’amore, quello vero e disinteressato. Le due coppie, SilviaDorante (Antonia Liskova e Paolo Briguglia), BorgezioLisa  (Francesco Montanari e Fabrizia Sacchi),  rappresentano, appunto, due mondi diversi socialmente e psicologicamente, e gli attori hanno calcato questa differenza, dando vita a personaggi che affrontano l’inganno messo in piedi, con una partecipazione opposta: sofferenti, introspettivi i primi, estroversi, provocatori i secondi.  Riusciti Sandro Mabellini e Emanuele Salce, nelle vesti di fratello e padre di Silvia. Molto sofisticato e al contempo geniale l’apporto della costumista Gabriella Pescucci, che ha mescolato stili ed epoche, a sottolineare il senso del gioco e del complotto. Eccellente la scena di Giacomo Costa, di cui già avevamo anticipato la tecnica. L’artista è pienamente riuscito con la sua proiezione di giardino, che trascolora  impercettibilmente da un’immagine offuscata a una densità di colori che paiono a olio, a fondere visivamente ed emotivamente quanto avviene sul palcoscenico, senza mai eccedere. Esiste anche la musica in questa bella versione scenica della Fondazione Teatro della Pergola, e la firma Antonio Di Pofi. Ecco, qui viene da fare un appunto, o piuttosto da dare un suggerimento: la musica è troppo poca, è stata usata in modo assai sobrio e morbido, però poteva servire di più a riempire e legare certi momenti un po’ vuoti, un po’ troppo lenti e irrisolti, che hanno causato in platea qualche sporadico sbadiglio. Peccato veniale, intendiamoci, perché tutto si tiene mirabilmente. Si replica fino al 29 aprile.

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