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Non son solo canzonette Rubriche

E non è nemmeno solo il vecchio palco della Scala con i suoi spettacoli di gala, signore in decolté discese da un romantico cupé. Insomma a ben guardare ha torto Bennato perché non è mai vero che le canzonette sono solo canzonette. Tata, Felice, Virgilio e Lucia hanno contribuito a fare la storia di questo Paese, soprattutto, ma non solo, la sua storia televisiva e musicale. Certamente sono stati ironici e leggeri cronisti di un Italia che si era buttata a capofitto nella modernità post bellica e nell’incipiente globalizzazione. Nella vecchia fattoria (ia ia o) abitavano ancora molti italiani insieme al bel cane (bau), al bel gatto (miao), all’asinell (hi ho): era ancora un’Italia in gran parte contadina e la popolazione metropolitana, nelle sue fasce più abbienti, faceva dire, ancora con sapore ottocentesco, quanta quanta gente nella sala, c’è tutta Milano in gran suaré. Ma intanto la televisione portava il mondo in casa, almeno nelle case di coloro che avevano il meraviglioso elettrodomestico e lo mettevano a disposizione di buona parte del palazzo. E fu così che vedemmo per la prima volta il calcio stellare del Brasile vincere a mani basse i mondiali del ’58 in Svezia e ubriacare gli avversari con Didì, Vavà, Pelè, tre giocolieri neri neri del verde regno del caffè. Il sogno di molti ragazzi allora diventò prepotentemente riuscire a farsi dire oh oh oh oh che centrattacco! Oh oh oh oh tu sei un cerbiatto, sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco, oh oh oh oh che centrattacco! Intanto facevano capolino gli anni Sessanta ed il boom economico. Dall’America cominciano ad arrivare le orecchiabili e ritmate canzoni dei gruppi vocali doo-wop e puntualmente il quartetto ne registra l’avvento affermando che quando nel mio giùbox c’è un disco dei Platters voglio riascoltare soltanto onli iù perché sembra tornar l’estate, le miss con i blùgins fasciate, i flert, il rocchenroll coll’uan tu thri sempre a ballar così l’estate morì. Era un’altra musica, eppure i Cetra sapevano anche guardare con amorevole nostalgia la serenata, magari organizzando un concertino, al chiar di luna sotto il balconcino. Non più solo nascondino e palla avvelenata, ai giochi di gruppo si vanno affiancando quelli individuali ed individualistici pieni di suoni e luci abbacinanti e alla ragazza si può dire con una nuova audacia che bimba mia sei come un flipper, se ti tocco con le mia mani tu ti accendi risplendi vertiginosamente, mi dai dieci, venti, cento, mihille baci. Non era ancora la rivoluzione sessuale ma la ragazza che si accende fra le nostre mani era tanta roba per allora. E’ appena passata la festa della donna e come non notare che l’ultima dei Cetra, Cia Mannucci è morta a 91 anni propria alla vigilia. Ma soprattutto come non ricordare che donna, tutto si fa per te, tutto pur di piacere a te, tutto per un sorriso, per un si, per un no, per te. Ora dei Cetra non ne resta più nessuno, se ne sono andati nello stesso ordine col quale si presentavano: Tata, Felice, Virgilio e Lucia. Tata Giacobetti era già morto ed il gruppo non cantava più da anni: ci piace ricordare l’intelligente passione per la musica di Mimmo Locasciulli che chiamò i restanti tre, Felice Chiusano, Virgilio Savona e Lucia Mannucci, a incidere con lui “Arte moderna”, una delle sue canzoni più belle e ironiche: “Splendendo di luce moderna / un’opera eterna mi salverà. / Peccato Picasso che ho perso perché / sennò ti portavo con me. / Peccato Picasso che ho perso lo sai / ma ci rivedremo vedrai.


Gianni Caverni

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