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Novoli e le sue trasformazioni, viaggio attraverso la “gentrification” di Firenze Cultura, Società

Firenze – Il progetto è affascinante, gli strumenti pure. Si tratta di un’indagine fotografica che ha la finalità di cogliere il passaggio dalla città “popolare” alla città “gentrified”, e, dal momento che la città in questione è Firenze, le sorprese e l’originalità del percorso sono assicurate. In realtà, il vero nocciolo di quello che sarà un percorso costellato da punti fermi, le mostre fotografiche, risiede proprio in questa parola inglese, intraducibile in italiano se non a costo di perdere molti aspetti del concetto. Un concetto che, declinato in italiano e in fiorentino, va ad intendere quel processo di cambiamento che Firenze sta subendo, o, per altri, portando avanti in modo attivo, che ha come finalità  la sostituzione, in alcuni luoghi finora popolari, del ceto esistente con un ceto diverso. Una sostituzione sociale che si riverbera e spesso addirittura è preannunciata dal mutamento strutturale del tessuto cittadino. Un mutamento che viene volta a volta definito “rigenerazione urbana”, “ristrutturazione contro il degrado”, “recupero”, ma che spesso viene inteso come una vera e propria “ricostruzione” della città. Secondo canoni, esigenze e soprattutto modelli che corrispondono sia al mutamento della classe sociale che si addensa sull’area, sia alla tendenza delle maggiori città occidentali.

Un’analisi che, come spiega Silvana Grippi, fotogiornalista e una dei “padri” del progetto, verrà attuata attraverso il linguaggio fotografico, in una sorta di “scuola” on the road allo scopo di cogliere il cambiamento attraverso  l’immagine per quella trasmissione senza parole che da sempre la fotografia giornalistica porta con se’.  Il progetto è portato avanti dal Centro Studi Ricerche e Archivio D.E.A. e dall’Associazione Uno Cultura. Il primo lavoro consiste nella mostra fotografica “Novoli e le sue trasformazioni” che verrà inaugurata il 23 settembre alle 18,30 presso il Circolo Arci via di Novoli, Firenze. La mostra si è avvalsa del lavoro del gruppo fotografico DEApress in collaborazione con l’Arci di Novoli, DIDA e MADIARC dell’Università degli Studi di Firenze e con la partecipazione di un gruppo di richiedenti asilo della zona, guidati dalle loro coordinatrici. Un esempio, quest’ultimo, anche dei nuovi punti di vista che una presenza per certi versi destabilizzante ma anche fertile di nuovi confronti come quella dei richiedenti asilo, può aprire nel corso della gentrification delle aree cittadine.

Novoli non a caso costituisce la prima tappa di questo percorso. Intanto, Novoli ha alle spalle, come una grossa fetta delle aree cittadine italiane, una storia molto antica, addirittura romana, con importanti presidi nel Medioevo; da antico borgo, lo sviluppo lo porterà a dare vita al quartiere 5 di Firenze. Rimangono ancora le tracce storiche del passato: dalla chiesa di San Donato in Polverosa a quella di Santa Maria a novoli a quella di San Cristofano, senza dimenticare la villa degli Agli e villa Demidoff. su queste ultime tuttavia la storia ha inciso fortemente: la Torre degli Agli è rovinata in seguito all’ultima guerra, mentre Villa Demidoff è stata trasformata da una grossa operazione edilizia, che l’ha suddivisa in abitazioni di pregio.

ciminiera novoliSe questo è il passato, tuttavia è il passato prossimo, il presente e le ragionevoli prospettive future a interessare in modo più specifico la mostra. Perché Novoli è stata per molto tempo, a partire dall’insediamento Fiat del 1930 e di quello Caparelli, una zona industriale, che conteneva oltre agli stabilimenti industriali anche le case degli operai. La situazione comincia a sbloccarsi senza mai però assumere davvero quelle caratteristiche di “gentrification” di cui sopra, negli anni 60, quando, nel 1962, l’allora assessore all’urbanistica Detti dà vita a un Piano Regolatore che prevede anche  la “riqualificazione” del quartiere. Riqualificazione che diventa invece “l’assalto alla diligenza”  delle lottizzazioni di iniziativa privata. Risultato: il boom edilizio degli anni ’50 e ’60 comporta per l’area una caotica e forsennata espansione edilizia. Un passaggio che però non è scevro neppure di qualche accenno a ciò che il futuro riserverà a questo quartiere industriale. Ad esempio, negli anni ’60 nei palazzoni a sette- otto piani che sorgono come funghi vengono introdotti particolari che inducono a pensare alla previsione di un “cambio” ancora molto timido di utenti: pavimenti in marmo, ad esempio, stucchi alle pareti, qualche tentativo di rendere il costruito innegabilmente più “borghese”. Un costruito che viene indirizzato anche ai quadri delle industrie presenti, che spesso si trovano così gomito a gomito con la maestranza operaia. 

polo_universitario_novoli.jpgUn altro cambio di marcia si inserisce negli anni ’80, quando la Fiat si ritira e lascia il proprio patrimonio, compresi i 32 ettari di terreno su cui insiste, al Comune, a disposizione per compiere una nuova edificazione e una nuova “rilettura” di quella porzione di città. “L’introduzione di centri come la sede regionale, il Palazzo di Giustizia, il Polo universitario – spiega Grippi – diventano le premesse per dare infine una svolta decisa a un processo che in qualche modo ha preso piede almeno un decenni prima: il cambio di ceto , fenomeno sociale e urbanistico insieme. Si passa scopertamente ormai dal lavoratore delle fabbriche (smantellate) al ceto impiegatizio-professionale. Con il risultato edilizio di cambiare il tono generale dell’area”. La “gentrification” non si limita a cambiare a poco a poco le caratteristiche “visive” degli edifici (e i loro prezzi sul mercato, che di fatto completano la rimozione delle classi meno abbienti dall’area) ma anche il tessuto socio-economico urbano: più ristoranti, cinema, una piazza dentro l’Università con tanto di supermarket, sala cinema, vari esercizi commerciali e iniziative come mercatini artigianali e librari (San Donato) danno un tono diverso all’area, riportandola più vicino a standard europei e occidentali. Non ultima la stessa tranvia, che renderà facile e veloce il passaggio dal centro storico della città all’area “novolina”. Un passaggio molto interessante, in cui guadagna un ruolo molto significativo la presenza dei battistrada di un nuovo cambiamento, questa volta non interno all’occidente, vale a dire il gruppo dei ragazzi migranti. Una presenza che sicuramente scatenerà una nuova dinamica anche in quel processo di gentrification di cui la mostra stessa darà conto. “Di sicuro – conclude Grippi – la mostra pone una domanda: il processo in corso sarà di tipo evolutivo o involutivo? La risposta è affidata al nostro pubblico”.

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La presentazione della mostra “Novoli e le due trasformazioni” vedrà la presenza, oltre a Silvana Grippi, del docente di disegno industriale per comunicazione visiva del Dipartimento di Architettura Alberto Di Cintio.

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