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Nuovo Patto per il Lavoro, Tronti: “Non basta inseguire l’innovazione” Breaking news, Economia, Opinion leader

Firenze – Nuovo patto per il lavoro. La proposta proviene da Maurizio Landini e ha sollevato attenzione ma anche polemiche. La vera questione è, tutto sommato, in che modo indirizzare il lavoro rendendogli una dignità che ad ora, fra contratti stravaganti, basse o pressoché inesistenti retribuzioni, orari impossibili e controlli da campo di concentramento, ha perso. Una dignità garantita dalla Costituzione e soprattutto dal principio della retribuzione equa. Al di là di tutto, una necessità, se si vuole evitare l’esplosione di un conflitto sociale che potrebbe aprire le porte già provate della democrazia a pericolose derive.

Il dibattito che riguarda i contenuti possibili del nuovo Patto per il Lavoro è dunque in buona sostanza un confronto da cui dovrebbe uscire il ritratto del lavoro da qui al prossimo decennio. Un quadro che, come ha ribadito più volte il noto economista, docente di Economia del lavoro della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione di Roma e professore di Economia del lavoro presso l’Università di Roma Tre, Leonello Tronti anche su queste pagine, non può non tenere conto dell’innovazione tecnologica che sta investendo, cambiandolo profondamente, lo stesso concetto di lavoro e di lavoratore. Un cambiamento da agganciarsi velocemente se l’Italia non vuole diventare riserva di manodopera schiava, dequalificata e a basso prezzo per altri Paesi. Ma del cui sviluppo equo potrebbe essere garante, appunto, il nuovo Patto per il Lavoro.

D. Professor Tronti, come può o potrebbe, lo strumento del nuovo Patto per il Lavoro, appoggiare e strutturare con modalità eque il cambiamento che investe il mondo produttivo?

R. A mio modo di vedere, il nuovo Patto per il Lavoro dovrà svolgersi su tre livelli. Un patto tra Sindacato e Rappresentanze datoriali, su lavoro, salari e investimenti; un patto tra Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo (nei suoi vari livelli) su investimenti pubblici, contratti pubblici, regolazione della rappresentanza e fisco; e una forte azione di pressione congiunta e coordinata di Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo nei confronti delle istituzioni comunitarie e degli altri Paesi dell’Eurozona, sull’indispensabile riforma delle politiche economiche europee.

Le cose da fare sono molte, ma quelle più urgenti si possono sintetizzare in undici punti: tre obiettivi irrinunciabili per ridare dignità al lavoro, tre assi fondamentali di politica industriale e cinque punti cardine di riforma delle politiche economiche europee.

D. Partendo dai tre obiettivi sociali irrinunciabili, lei, in un suo recente intervento, sottolinea la necessità di particolare attenzione nei confronti del Mezzogiorno: siamo di fronte a una vera e propria nuova questione meridionale? 

R. Purtroppo è così. Il Mezzogiorno è stato colpito in misura molto più grave dalla doppia crisi del 2008-09 e 2011-12 e moltissime imprese sono state distrutte. Nonostante oggi la redditività delle imprese meridionali sia analoga a quella delle imprese settentrionali, i posti di lavoro sono insufficienti e sono riprese in massa le migrazioni, soprattutto di giovani, verso il Nord e verso l’Europa. Il Sud si sta spopolando ma la disoccupazione e l’inattività dei giovani permangono altissime. I tre obiettivi sociali irrinunciabili del nuovo Patto sociale sono: tolleranza zero nei confronti delle morti sul lavoro; spostamento differenziale e strutturale del carico contributivo dal lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile, per far tornare il lavoro a tempo pieno e durata indeterminata il rapporto occupazionale prevalente; e crescita dei salari reali almeno pari a quella della produttività del lavoro con particolare attenzione al Mezzogiorno.

D. All’interno dei tre obiettivi che lei ha enunciato, potrebbe spiegare cosa intende quando parla di “spostamento differenziale e strutturale del carico contributivo dal lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile”? 

R. In Italia le tipologie contrattuali flessibili, o addirittura precarie, sono state introdotte su sollecitazione europea. La Strategia Europea per l’Occupazione varata a Lussemburgo nel 1997 dedicava loro un pilastro. E l’Italia, pur avendo un bisogno di flessibilità nettamente minore, perché dotata di un segmento di lavoro autonomo molto più ampio della media europea, ha accolto l’invito con una straordinaria profusione di modalità contrattuali, che si è via via arricchita nel tempo, dal Pacchetto Treu alla legge Biagi, dalle riforme Fornero al Jobs Act. La Strategia Europea, però, raccomandava sì l’introduzione di forme flessibili di lavoro, ma solo per cercare di soddisfare tutti i fabbisogni di lavoro, anche temporanei, di particolari categorie di lavoratori (studenti, neomamme, pensionati) o di imprese caratterizzate da alta stagionalità o volatilità del ciclo produttivo. Questo senza però mettere in dubbio la rilevanza e la centralità economica e sociale del lavoro standard, a tempo pieno e durata indeterminata. Tant’è che richiedeva che le imprese incorressero in un qualche tipo (non specificato) di penalità nel fare uso del lavoro flessibile. Ora, davanti al numero raggiunto dai rapporti di lavoro flessibili in Italia, che vanno a sommarsi a quelli di lavoro autonomo o parasubordinato, non si può che richiedere che, a parità di prestazioni, il lavoro flessibile sia scoraggiato con un carico contributivo più elevato, tale da limitarne davvero l’uso agli impieghi che non possono essere svolti altrimenti e al contempo ad assicurare ai lavoratori flessibili tutele sociali (in caso di malattia, maternità, infortuni) e diritti ( formazione, ricollocamento, integrazione salariale e soprattutto pensione) non troppo dissimili da quelli dei lavoratori standard.

D. Passando al secondo punto, quali sono i tre assi sui quali dovrebbero essere indirizzati gli investimenti? 

R. In estrema sintesi, i tre assi lungo i quali indirizzare gli investimenti per lo sviluppo economico, anche qui con particolare riferimento al Mezzogiorno, sono: messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo; digitalizzazione del lavoro (Lavoro e Impresa 4.0), con le conseguenti politiche necessarie a costruire il Sistema nazionale di innovazione; programmazione e sviluppo del green new deal italiano.

D. Cosa potrebbe significare in concreto, in particolare per i lavoratori, la sua proposta per la costruzione di un sistema nazionale di innovazione che accompagni e costruisca la digitalizzazione del lavoro? 

R. Il lavoro sta cambiando profondamente. Il centro propulsore del cambiamento è nelle opportunità offerte da una tecnologia che mette a disposizione di una platea di lavoratori molto ampia un’enorme quantità di dati e informazioni a costi bassissimi. Di questo nuovo ambiente produttivo l’informazione è la materia prima e la sua trasformazione in conoscenza il processo produttivo fondamentale. La conoscenza è capacità di trasformare la realtà per ottenere un risultato desiderato, sia esso una teoria scientifica, un algoritmo, una macchina, un effetto finanziario o sociale.

In altri termini, siamo ormai entrati tutti (e da tempo) nell’Economia della conoscenza. Ma non è sufficiente vivere in un mondo caratterizzato da un certo livello di sviluppo tecnologico. La tecnologia è solo un enabler: rende possibile fare cose prima impossibili, ma non può garantire un vero progresso se l’uomo non sa come sfruttarne le potenzialità ai fini dello sviluppo umano, non per pochi ma per tutti, non solo per l’oggi ma anche per il domani. Per consolidare l’aggancio all’Economia della conoscenza la tecnologia è condizione necessaria, ma assolutamente non sufficiente. Il Paese si deve dotare di un’istituzione particolare: un Sistema nazionale di innovazione. Non la semplice proliferazione di centri di ricerca pubblici e privati e di istituzioni che si occupano per statuto della conoscenza, ma un vero e proprio sistema. Capace di coinvolgere e far collaborare centri di ricerca, amministrazioni pubbliche e parti sociali su un progetto coerente di sviluppo (come ad esempio il Fraunhofer in Germania o l’Istituto per l’innovazione sociale in Olanda). Con il fine di assicurare la qualità dell’informazione e dirigere la produzione di conoscenza lungo un sentiero di vero progresso, la cui costruzione rechi benefici a tutte le forze in campo. È questo l’obiettivo che va perseguito nel trasformare il Piano Industria 4.0 in un vero e proprio Sistema nazionale di innovazione.

D. Infine, lei ha enucleato cinque elementi cardine di riforma immediata delle politiche economiche e di bilancio europee. Quali sono?

R. Il governo europeo dell’economia, e in particolare quello dei Paesi dell’euro, è stato sinora deludente. La crisi del 2008-09 è stata gestita in modo insoddisfacente: si sono tutelate la stabilità dell’euro e la competitività delle esportazioni, ma è aumentata ovunque la povertà e le condizioni economiche tra i Paesi si sono divaricate. Sono quindi necessarie riforme immediate delle politiche economiche e di bilancio europee, senza le quali non possono ripartire né lo sviluppo né la convergenza a livello continentale. Le più urgenti sono una vera politica industriale continentale con titoli pubblici europei (eurobond) per finanziare gli investimenti infrastrutturali e di gestione della conoscenza; la riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, in modo da prevedere oltre alla stabilità dell’euro anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione; il ristabilimento della regola aurea del bilancio, ossia dello scomputo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale, in modo da consentire lo spazio economico necessario al varo di politiche anticicliche; l’imposizione di un vincolo rigoroso dell’avanzo commerciale corrente entro il 3% del Pil, con obbligo di rientro e sanzioni; e, infine, l’innalzamento del valore target del rapporto debito/PIL al 90%.

D. Tornando al vincolo dell’avanzo commerciale corrente entro il 3% del Pil, con obbligo di rientro e sanzioni, non si rischia di tornare a una pericolosa camicia di forza che presti il destro per un intervento punitivo europeo che conduca poi a sanzioni e richieste insopportabili per lo Stato membro che non si trovi in grado di ottemperare alla regola? 

R. Viviamo in un’epoca di neoprotezionismo e guerre dei dazi, ed è chiaro che gli avanzi commerciali di un paese non possono che essere automaticamente disavanzi commerciali di altri paesi. In altri termini, i paesi in avanzo accumulano crediti mentre quelli in disavanzo si indebitano; questo squilibrio, se protratto nel tempo, non può che generare tensioni internazionali, come è oggi evidente a tutti. Già Keynes, nella sua proposta per la costruzione del sistema monetario globale di Bretton Woods, aveva indicato la necessità di dare vita ad una stanza di compensazione che, finanziata dagli avanzi commerciali dei paesi esportatori, favorisse lo sviluppo di quelli importatori. L’importanza di istituzioni di questo tipo ai fini dello sviluppo equilibrato del pianeta, ma anche dell’Europa, credo sia evidente. Bisogna dunque correggere gli errori. La crescita sostenibile va alimentata con lo sviluppo dei mercati interni: una scelta che per l’Europa intera vuol dire non sottovalutare più un mercato che, con 500 milioni di consumatori con redditi medi elevati, costituisce un formidabile motore economico sinora colpevolmente trascurato. E in Italia prevede anzitutto una politica salariale finalmente espansiva, che combatta la stagnazione secolare dei salari reali, almeno fino a quando la bilancia commerciale torni in pareggio e l’inflazione raggiunga il target europeo del 2 per cento. Le sanzioni non dovrebbero essere altro che l’utilizzo degli avanzi eccedenti la soglia stabilita per finanziare lo sviluppo dei paesi in disavanzo ed aiutarli a riequilibrare il loro sistema produttivo.

 

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