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Nuovo Pd? Primo, promuovere un saldo ceto dirigente Opinion leader

Siena – Nel discorso conclusivo tenuto alla Leopolda Matteo Renzi è sembrato archiviare il concetto di “partito della nazione” ma si è sbilanciato fino a proporre di sostituirlo, semmai, con un altro appellativo: il “partito della Ragione”. Se le parole meritano di esser soppesate per ciò che suggeriscono, nessuna delle due formule va bene per un partito che voglia essere protagonista di un effettivo rinnovamento di sistema attraverso una mirata e incisiva strategia riformistica.

Chi ancora si rifà ad una cornice per un verso neo risorgimentale e per l’altro ad un’ideologia totalizzante riesuma un lessico che ha avuto i suoi tratti di nobiltà, ma che non ha più attrattiva. Non aveva torto Togliatti a enfatizzare l’ispirazione  nazionale di un partito che intendeva convogliare nelle sue file classi e sensibilità tanto diverse. Issare il tricolore accanto alla bandiera rossa era la rappresentazione propagandistica di un’autonomia, sappiamo quanto fragile, da Mosca, e di una rassicurante eredità di famiglia. Veniva incontro ad uno spirito di rinascita che parlava ben al di là degli stretti confini dell’antifascismo militante.

Ultima reinterpretazione  di questa linea è stata la fase dell’unità nazionale tradotta malamente in pratica dal berlingueriano compromesso storico, che di storico non ebbe nulla e tanto di ambiguamente compromissorio. È stato autorevolmente ricordato che in uno Stato di (zoppa) democrazia non c’è posto per un partito della nazione, ma per partiti e movimenti della nazione, ognuno consapevole della sua complessa parzialità.

Percepibili e motivate differenze sono il sale di quanti vogliano innovare combattendo rendite di posizione ancorate ad un immobilizzante senso di compattezza nazionale. Sarà il governo ad ascoltare le varie voci e tradurle in atti che si facciano carico di un problematico interesse generale, in un quadro sempre più europeo e globale.

Dichiararsi poi, sia pure di sfuggita, partito della Ragione – vien fatto di usare la maiuscola alla maniera giacobina – convince meno ancora. Sono ben noti i guai nati da chi ha agito in nome di una Ragione geometrica, tale da non ammettere tentennamenti o dubbi. La formula puzza di banalizzato hegelismo in pillole. Il riformismo moderno si alimenta di una flessibile ragionevolezza, procede per tentativi, non coinvolge dogmatiche teologie e neppure versioni laicizzate della cattolica Provvidenza.

La discriminante non corre tra Ragione e no. Cadrebbe altrimenti l’essenza di un mobile programma riformatore capace di cogliere da un punto di vista gli elementi su cui via via far leva e costruire attorno ad essi un consenso critico. È vero che le delimitazioni classiche tra destra e sinistra non reggono più. Da un bel po’! Questa indistinguibilità s’è fatta più evidente. Basta constatare la difficoltà – per limitarsi ad un area genericamente collocata a sinistra – nel collocare fenomeni come il Movimento 5 stelle in Italia, o Podemos e i Ciudadanos in Spagna o Syriza in Grecia.

Non è lecito liquidare questo magma con la spregiativa etichetta di populismi. Riconosciamo, piuttosto, che talune categorie considerate patrimonio del liberalismo si sono innestate in discorsi tipici di quanti si impegnano per una democrazia tesa ad una concezione inclusiva, plurale, desiderosa di un’equa distribuzione delle risorse e forte di un bilanciato equilibrio dei poteri.

Ad esempio, tanto per evocare un punto cardine, chi oggi nega la cruciale importanza di una dinamica concorrenziale nell’economia? Chi è tuttora disposto a esaltare uno statalismo proprietario nei termini pervasivi ereditati dal passato? Una feconda commistione tra socialismo e liberalismo, nei loro raggiungimenti più alti, resta mèta da conquistare. E il solidarismo cristiano manifesta una necessità mai così contemporanea e traducibile in orientamenti politici.

Il congresso dei DS al Lingotto, alle soglie del nuovo secolo, fu forse il momento più ambizioso di un processo costitutivo purtroppo interrotto e fallito. La sostanza (da aggiornare) di quella linea non è surrogabile con un partito personale, o della nazione o della ragione che dir si voglia. Chi intende cambiare sul serio le cose ha il primario compito di promuovere un saldo ceto dirigente e di renderlo protagonista di prospettive lunghe.

Acquisire un cosmopolitismo europeo è la sfida da vincere, ripensando istituzioni e forme di partecipazione dalle basi. I vistosi smottamenti avvenuti in Spagna e in Grecia dalle aree tipiche della sinistra si spiegano con sordità che non si occultano demonizzando come populista e tanto meno come antipolitica richieste esigenti di rinnovamento. La radicalità delle domande va ben oltre separazioni ormai logorate ed è più fragorosa, più possente e più indecifrabile di quella esplosa nel ’68. Un riformismo forte e davvero “rottamante” non può essere il frutto di una centralità inerte, di una comoda rendita di posizione data per scontata.

Né alimentarsi di quanti escono dallo sfrangiato blocco avversario per momentanea scontentezza o per delusioni personali. La frantumazione di Forza Italia è un successo da sfruttare e sarebbe stolto non accogliere chi cambia idea o alleanze. Ma questo processo di ridefinizione e allargamento degli schieramenti deve essere guidato e amalgamato facendo leva su una cultura di governo che riesca a fondere in un maggioritario centrosinistra innovatore profonde motivazioni ideali e coerenti programmi politici.

Fissando obiettivi che parlino a quelle parti della nazione che rifiutano le secche di un decrepito trasformismo e non sono calamitate da una demagogia solo protestataria.

 

 

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