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Obama: come cambierà la politica estera Opinion leader

Stefano Silvestri Un Barack Obama più libero. Meno vittima del consenso interno. Non più preoccupato della sua rielezione. Dovrebbe affrontare così in politica estera il suo secondo mandato il Presidente americano. E' l'opinione di Stefano Silvestri, alla guida dell'Istituto Affari Internazionali (Iai).

FIRSTonline – Un risultato all'insegna della continuità anche per le relazioni internazionali?

Certamente: l'amministrazione dovrebbe rimanere la stessa. L'unica variazione possibile è che Obama si senta meno condizionato dall'opinione pubblica, dal Parlamento e dai partiti. Sarà più libero di agire. E questo potrebbe significare posizioni più esplicite, soprattutto nel Medio Oriente.

FIRSTonline – Lì cosa può cambiare?

Potrebbe assumere un atteggiamento più duro nei confronti di Israele, anche se bisogna vedere quale sarà l'evoluzione della politica di Benjamin Netanyahu sul fronte dell'Iran e anche della Palestina, un dossier che in realtà negli ultimi tempi non sembra più interessare nessuno, neanche i palestinesi. Poi finora Obama è stato molto prudente nei confronti delle primavere arabe e anche di Paesi come l'Arabia Saudita e il Qatar, quelli dell'islam conservatore. Adesso che ha le mani più libere, il Presidente Usa potrebbe fare la distinzione tra gli islamisti con cui si può discutere e quelli con i quali, invece, questo non è possibile.

FIRSTonline – Veniamo all'Europa. Qui la rielezione di Obama dà comunque un po' di sollievo rispetto all'opzione Romney, decisamente meno europeista…

Diciamo che è sempre meglio avere a che fare con il diavolo che si conosce. In realtà anche da parte di Obama sarebbe auspicabile un rilancio delle relazioni fra gli Usa e la Ue. Un trattato di libero scambio euro-americano, ad esempio, potrebbe rappresentare un'iniziativa che andrebbe in questa direzione. E in controtendenza rispetto al progressivo indebolimento del legame tra le due sponde dell'Atlantico, visto negli ultimi tempi, non tanto per volontà di Obama ma per il fatto che si ritrova a seguire la corrente.

FIRSTonline – Perché la priorità è ormai l'Asia?

In un certo senso sì. E in effetti è molto interessante vedere l'evoluzione dei rapporti con Pechino, ora che siamo sull'orlo di una crisi cino-americana, con gli Stati Uniti che temono il nazionalismo cinese e la Cina che ha paura di un accerchiamento da parte degli Usa. Le cose potrebbero cambiare, proprio adesso che si aprono i lavori del congresso del Partito comunista. Finora abbiamo visto delle oscillazioni nei rapporti di Obama con il gigante asiatico.

All'inizio del suo primo mandato il Presidente aveva promosso diverse iniziative di apertura nei confronti della Cina. Poi è diventato più freddo e prudente, anche perché Pechino si è avviata sulla strada di un maggiore protezionismo ed è entrata in questo processo di cambiamento di leadership. Speriamo che adesso si concluda con una transizione chiara, non lasciata a metà. Questo potrebbe influenzare positivamente i rapporti fra le due parti. E Obama, con la rielezione, ha più margini di manovra.

FIRSTonline – Ritornando al confronto con Romney, sollievo anche per le relazioni con la Russia…

Sì, il candidato repubblicano aveva una strategia da guerra fredda. Obama è più moderato. Continuerà sulla linea attuale. E forse vedremo qualche proposta in più sul sistema anti-missile.

Leonardo Martinelli

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