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Offese alla Kyenge: più controllo sui reati d’odio Opinion leader

Dopo le offese del leghista Calderoli il ministro italiano Kyenge è stata oggetto di lancio di banane, è stata contestata da estremisti di destra che hanno esposto sagome insanguinate e infine sono giunte al suo indirizzo le minacce dal web. Lei alle offese, ormai giornaliere, risponde con tanta intelligente ironia. Ma il problema rimane reale. Che l'Italia non fosse solo un Paese di brava gente ce ne siamo accorti tutti. È sufficiente recarsi allo stadio e ascoltare i cori indirizzati ai giocatori di origine africana. Una pratica consolidata in molte tifoserie e mai veramente osteggiata e punita come meriterebbe. Perchè in fondo è considerato un crimine minore di cui non indignarsi troppo e quindi accettabile. Questo è un errore di giudizio imperdonabile. Il razzismo è un crimine e come tale deve essere punito.

Esplorando le diverse tipologie di crimini razziali, che estendo in questo breve articolo alla classificazione più generica introdotta recentemente in criminologia ai reati connessi all'odio e alla discriminazione (in inglese hate crime), è fondamentale partire soffermandosi sulla figura del criminale e delle motivazioni che spingono a tale forma di abuso.

E' stato rilevato da studi sociologici come la maggior parte di questi reati è commesso da gruppi di giovani, nello specifico da persone che già hanno ripetutamente compiuto atti di violenza e intimidazione verso il prossimo. Sono un numero di casi rilevanti ma non l'assoluta totalità di crimini a sfondo razziale e discriminatorio presenti ad oggi. Non si deve e non si può cadere in inganno, i reati a sfondo d'odio rappresentano un crimine complesso. Basti ricordare che alla base delle motivazioni di tali nefandezze troviamo un forte risentimento contro bersagli appartenenti a minoranze etniche, religiose o di genere. Tale atteggiamento delinquenziale risulta diffusamente “giustificato” dal fatto, inesistente, che le minoranze rubano lavoro, casa ed altre risorse e che sono anche responsabili per il peggioramento delle condizioni di vita di tutti noi. Falsità ignobili. Ingannevoli come la percezione che i politici, la classe dirigente, stiano dando priorità alle problematiche dell'integrazione rispetto a quelle economiche e finanziare del Paese. Anche questa falsità oggettiva e populista viene troppo spesso divulgata e sbandierata da chi dissemina odio e tensione sociale. Ho citato il dato che gran parte dei reati razziali sono compiuti da giovani. Aggiungo che c'è una componente politica in questi crimini. Numerose ricerche indicano che gli estremisti di destra sono responsabili di alcuni casi. Quando gli attivisti di destra commettono tali reati l'incidente risulta maggiormente premeditato ed estremo che non quello commesso da cittadini ordinari.

In Gran Bretagna, il Paese forse più all'avanguardia nelle politiche di prevenzione alla discriminazione, recenti sondaggi sul tasso di criminalità indicano che nel 2006 a fronte di circa 60 mila casi accertati di crimini razziali approssimativamente ci sono stati 139 mila reati d'odio che non sono stati denunciati. E quindi rimasti impuniti. La prima conclusione è che nella società i crimini d'odio non sono solo commessi da giovani, da fascisti xenofobi ma da una larga fetta della società. A nessuno di noi piace sentirsi chiamare razzista e allora facciamo in modo che ciò non avvenga. La soluzione è isolare il razzismo nella società. Estirpare le radici dell'odio. Per far questo occorre un maggiore controllo.

Il controllo sui reati d'odio è senza dubbio un compito difficile che richiede un considerevole livello di impegno e sensibilità. Per sviluppare un'agenda di sensibilizzazione e prevenzione è necessario operare capillarmente su tre linee. Il primo ambito e, a mio avviso, il più importante è che la politica applichi una seria visione sull'argomento. Implementando la legislazione vigente e promuovendo un servizio di sicurezza informato ed inclusivo nell'identificare, punire e prevenire i reati d'odio. Lanciando al contempo un programma di attivo supporto, psicologico e legale, alle vittime.

Nonostante i positivi sviluppi che hanno avuto luogo nei tempi recenti, alcuni degli aspetti più problematici delle politiche d'integrazione e di prevenzione dei reati d'odio sono riconducibili alla mancanza di fiducia delle vittime nei confronti delle forze dell'ordine e delle istituzioni, si deve operare al fine di incoraggiare le minoranze, e i soggetti più deboli, a denunciare i crimini di cui sono oggetto.

Infine l'evidenza suggerisce di invertire non solo la diffidenza delle vittime nei confronti delle istituzioni ma anche la percezione della polizia nei confronti delle minoranze. Al momento le due realtà muovono su piani distanti e non sinergici.

L'Italia a partire dal 1993 si è data una legislazione di misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa. É la legge nota con il nome dell'allora ministro dell'interno Mancino. Resta questo il principale strumento legislativo che l'ordinamento italiano offre per la repressione dei crimini d'odio. Non tutti i reati d'odio rientrano in questa normativa che al momento è palesemente deficitaria nei confronti dei reati basati sulla discriminazione di genere o di orientamento sessuale. In tal senso un'estensione della legge come proposto dal Partito Democratico e da altre forze del parlamento è una necessità urgente. Senza ombra di dubbio eventuali cambi della legge, come quello sopra descritto, significherebbero il desiderio del governo Letta di onorare principi antirazzisti. Tuttavia anche se ben pianificate l'introduzione di norme di prevenzione e tutela delle minoranze possono essere difficili da applicare e le leggi possono non avere l'effetto voluto, come in parte è già avvenuto per la legge Mancino.

 

Un potenziale problema legato all'inasprimento delle pene per reati razziali è che potrebbe provocare una reazione negativa e contraria nelle persone che credono che le minoranze ricevono un trattamento privilegiato. Sebbene in realtà non ci sia stato negli anni passati una reazione di fronte all'approvazione di tali provvedimenti sussiste il pericolo, in una società attraversata da forti crisi economiche e sociali, che questa visione distorta della normativa possa diffondersi. Ricerche sull'impatto dell'introduzione di leggi più punitive in materia di discriminazione hanno portato alla conclusione che l'aggravante razziale genera nel criminale un senso d'odio anche verso le istituzioni. Ebbene ritengo che al momento questa risposta è un rischio che le istituzioni e la società devono afferrare e affrontare con rigore.

Enrico Catassi

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