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Omaggio a Machiavelli: “Clizia” e “Mandragola” per la regia di Ugo Chiti Spettacoli

Che Niccolò Machiavelli abbia dato spunto a gran parte della letteratura italiana dopo di lui non c’è dubbio, le sue opere cinquecentesche sono “macchine teatrali” ben strutturate basate su intrecci, inganni e una comicità tutta fiorentina. Maneggiare testi di tale garbo non è facile, ma in questo caso la fortuna vuole che a farlo sia un drammaturgo esperto e ragionevole come Ugo Chiti. Su progetto della Compagnia Arca Azzurra Teatro, che da trent’anni lavora con l’autore e regista toscano, sono andati in scena al Teatro di Rifredi le due maggiori commedie machiavelliane “Clizia” e “Mandragola”, con una regia minimalista, lineare ed efficace. Ad arricchire gli spettacoli un cast di attori di tutto rispetto nei panni dei personaggi d’epoca rinascimentale. Sostenuti da un linguaggio semplice e popolare, senza fronzoli e decori, che inevitabilmente giunge al cuore dello spettatore toscano, gli interpreti hanno narrato le due divertenti storie con cura e maestria.

Chiti, ideatore, adattatore e regista delle messe in scena, propone due operazioni diverse. Una vera e propria riscrittura, accorta e intelligente, della “Clizia”, la cui comicità divampa grazie alla presenza e simpatia scenica di Massimo Salvianti ed alla passionalità e forza interpretativa di Lucia Socci (rispettivamente nei panni dei coniugi Nicomaco e Sofronia). La storia è semplice: la bellezza della trovatella Clizia (motore dell’azione, ma assente nel testo), presa in casa dai due e ormai in età da marito, incanta il patrigno destando lecita preoccupazione nella matrigna. Nicomaco ordisce un complotto con il losco Pirro (Andrea Costagli), imponendolo come pretendente per poi sostituirlo nel letto una volta conclusesi le nozze; Sofronia tenta invano di contrastarlo proponendo il malaticcio e gracilino Eustachio (Dimitri Frosali). A soffrirne le pene il fratellastro “perbenino” Cleandro (Alessio Venturini), neanche lui tanto innocente nei pensieri verso Clizia, ma con più giudizio e rispetto. Nell’adattamento di Chiti emergono anche altri personaggi minori o appena citati, come la proverbiosa Sostrata (la brillante Giuliana Colzi) e il sempliciotto Siro (Mirko Batoni), servi complici della contro-beffa predisposta da Sofronia, la quale sostituisce la sposa con Siro portando all’umiliazione il vizioso marito che, finalmente, rinsavisce.

Maggiore “ossequio”, invece, riceve l’opera madre “Mandragola”, in cui Chiti attua piccoli sottili interventi, più di riduzione che di contenuto. In questo caso è Dimitri Frosali (già eccellente nella “Clizia”) a padroneggiare la scena nei panni dello stolto Nicia che, pur di ottenere un figlio, si fa raggirare dal giovane Callimaco (Lorenzo Carmagnini), innamorato di sua moglie Lucrezia (Giulia Rupi) della cui onestà e ritrosia il marito finisce addirittura per lamentarsi. Giunto a Firenze da Parigi, infatti, il forestiero si finge dottore e riesce, con un inganno, ad infilarsi nel letto della donna e diventarne l’amante. Complici del complotto il poco raccomandabile Ligurio (Andrea Costagli, ancora nei panni di un cialtrone) e un frate corrotto (interpretato con la sua indistinguibile verve da Massimo Salvianti). A contornare la storia la madre di Lucrezia (Giuliana Colzi), il servo di Callimaco (Paolo Ciotti) e il narratore, agile e poetico, che scandisce le scene e gli atti, commenta gli eventi e se ne burla (ancora la bravissima Lucia Socci). Emerge il principio base dell’opera, ripetuto dai personaggi più volte e fondamento del pensiero politico di Machiavelli: il fine conta più di tutto, non importa quanto male si compia per realizzarlo. La convenienza non ha regole. In conclusione i due spettacoli, magicamente, risultano attualissimi e godibili come se fossero stati scritti interamente da un autore contemporaneo.

Foto di scena © L. Bojola

 

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