energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Opera: grandezze e limiti di un Campiello ritrovato Spettacoli

Firenze – Prima opera in cartellone dopo la pausa estiva, Il Campiello di Ermanno Wof-Ferrari ha aperto ieri sera la Stagione del Teatro dell’Opera di Firenze. Un titolo inedito per  Firenze dove l’opera, che ebbe il suo debutto a Milano nel 1936, non è mai stata rappresentata.  Misconoscimento per un autore a torto o a ragione considerato un epigono post-romantico, o scarsa considerazione per un’opera difficilmente catalogabile nel contesto  delle mode e avanguardie musicali novecentesche?  Quesito di difficile risoluzione  che di fatto ha relegato un compositore di vaglia come Ermanno Wolf Ferrari  tra gli autori meno rappresentati nei cartelloni nostrani.

L’opera è in effetti un catalogo ben armonizzato, ottimamente strumentato e drammaturgicamente efficace,  di prestiti.  Vi riecheggiano Mahler, Puccini, Verdi, Strauss, Wagner, citazioni palpabili così ben congegnate  sulle quali il compositore costruisce un linguaggio personale, forse non originale ma che fa vivere sul palcoscenico con nobiltà e generosità espressiva. La commedia,  tratta dall’omonima commedia goldoniana, si snoda per tre atti (ridotti rispetto ai cinque originari), nei quali l’autore mette in scena le vicende quotidiane di tre famiglie le cui finestre si aprono su un popoloso e vivace campiello veneziano.

Un affresco popolare, còlto nello spazio di una giornata, all’interno della quale si susseguono vicende amorose e patrimoniali tra  baruffe, scenate di gelosia, balli e banchetti. Nel  primo atto lo spettatore è proiettato in un Settecento frivolo e bonario, dove si misurano le  facezie di Dona Cate e Dona Pasqua, i due ruoli en travestì, interpretati  con buon gusto e brillantezza vocale da Cristiano Olivieri e Luca Canonici . L’intuizione del regista Leo Muscato di cambiare ambientazione storica nel corso dei tre atti è forse frutto dello scarto linguistico che lo stesso Wolf-Ferrari opera nella partitura a partire dal II atto, dove egli affina le  armi con una musica più densa  e sinfonica  che si misura più da vicino con i suoi contemporanei.

Il  rimarcare questa discontinuità linguistica non è sembrato tuttavia giovare  alla buona riuscita dell’opera laddove una maggiore sobrietà avrebbe aumentato l’unità stilistica del lavoro che  invece va a cascare in movenze caricaturali e sguaiate, per ad arrivare – nel terzo atto –  fino  ai giorni nostri in un crescendo di braccia tatuate, graffiti e naturalmente, selfie. Per fortuna l’opera contiene brani melodici e pezzi d’insieme che ne riscattano le sorti grazie soprattutto ad un cast di livello  con coppie di interpreti che sul palcoscenico si contendono la palma di miglior interprete, in particolare Barbara Bargnesi (Gnese) e Alessandro Scotto di Luzio ( Zorzeto ), per la loro capacità di tratteggiare personaggi delicati e patetici.

Parimenti  Alessandra Marianelli disegna una Gasparina  briosa,  espressiva  ed anche garbatamente malinconica nella celeberrima aria finale “Bondì Venezia”  che riscatta la disattenzione su quelle zeta, pronunciate al posto delle esse, non abbastanza “sorde”, che tanto rendono divertenti  la sua dizione  affettata. La direzione di Francesco Cilluffo non  ha avuto esito del tutto felice, in particolare per alcune sfasature ritmiche tra palcoscenico ed orchestra.

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »