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Opera: la Clemenza di Tito, Mozart e la ricerca dell’assoluto Spettacoli

Firenze –  Nonostante tutte le polemiche le sottovalutazioni, le condanne e le assoluzioni che hanno accompagnato la sua esistenza, la Clemenza di Tito è un capolavoro che mantiene orgogliosamente il suo posto all’interno di quell’enorme patrimonio dell’umanità che è stato l’ultimo anno di vita di Wolfgang Amadeus Mozart: accanto al Flauto Magico che aveva quasi finito di comporre e accanto al Requiem.

Se qualcuno si fosse lasciato sopraffare da tanti giudizi, anche suggestivi e  autorevoli, l’allestimento dell’Opéra National de Paris presentata al Teatro del Maggio mercoledì 20 marzo con la direzione di Federico Maria Sardelli e la regia di Willy Decker ripresa da Rebekka Stanzel contribuisce a liberarlo degli ultimi dubbi.

L’opera composta nel 1791 per celebrare l’incoronazione di Leopoldo II re di Boemia fa parte delle più profonde riflessioni di Mozart sulla natura umana, esperimento sull’assoluto e il suo lato oscuro. Come Don Giovanni è il cattivo assoluto, stupratore seriale privo di un barlume di morale, che conquista alla fine una tragica grandezza nell’accettare il suo destino contro Dio e contro gli uomini, Tito è il buono assoluto. In modo quasi imbarazzante, se la sua natura viene commisurata con un potere senza limiti di fronte a rei confessi pronti ad affrontare la pena capitale.

Anche il secondo imperatore dei Flavi accetta una condizione tragica, quella della solitudine raffigurata, nella scenografia di John Macfarlane, da un gigantesco busto marmoreo che viene scolpito gradualmente, scena dopo scena, fino alla compiutezza. Diventa una sorta di convitato di pietra nel contesto di uomini e donne che vivono sentimenti sanguigni – amore, odio, vergogna – quelli che sono propri della natura umana e della sua avventura terrena.

“Se all’impero amici Dei, necessario è un cor severo, o togliete a me l’impero, o a me date un altro cor”: bellissimo è il dibattito interiore sulla scelta da prendere. Se firmare la condanna a morte di Sestio, l’amico che voleva ucciderlo, come vorrebbero le leggi, e dunque cominciando il suo regno “dal sangue di un amico”, o perdonarlo in nome dell’amicizia.

La decisione di stracciare la sentenza del Senato è un atto di straordinario coraggio: “Se la fe’ de’ regni miei coll’amor non assicuro, d’una fede non mi curo che sia frutto del timor”, i versi del libretto di Metastasio del 1734 nel radicale adattamento di Caterino Mazzolà che con il compositore si impegnò nell’arduo compito di produrre un’opera in poche settimane. Tito alla fine accetta quella corona, simbolo di potere e solitudine, che Decker gli toglie e gli rimette a rappresentare la lotta che si svolge nel suo animo.

La musica di Mozart esprime questo flusso interiore più delle cento arie previste dal libretto originale, opportunamente tagliate da Mazzolà, spostando l’accento drammatico nel confronto con gli altri, nei grandi insiemi della fine dei due atti. Un’opera, in sostanza, che non poteva essere capita dai contemporanei e ha dovuto aspettare una sensibilità tardo novecentesca per trovare il suo riconoscimento.

Ne è stata interprete sopraffina la direzione di Sardelli che ha messo in evidenza “il perenne contrasto semplicità – profondità” di cui parla nel programma di sala e in generale tutte le novità di una partitura innovativa per il genere opera classica del settecento. Come l’uso del clarinetto, strumento da poco sperimentato con successo dall’orchestra di Mannheim, amatissimo da Mozart che gli dedica un concerto. Sempre in quel cruciale ultimo anno di vita.

Di fronte alla grandezza di Tito, perdono completamente schematicità i personaggi che lo circondano. Perfino Vitellia, aspirante Regina della Notte armata di coltello, che ha bisogno di un Sarastro simmetrico nemico, si annienta nella generosità del mancato marito imperiale.

Il pubblico ha lungamente applaudito tutti i protagonisti e in particolare Antonio Poli (Tito) e Roberta Mameli (Vitellia). Spettacoli 22, 24 e 27 marzo.

Foto di Michele Monasta

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