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Opificio delle Pietre Dure, ricreato ex-novo tavolo-gioiello di fine ‘500 Cronaca

C'è un gioiello in più, da oggi, al Museo dell'Opificio delle Pietre Dure. È un piano di tavolo, con intarsi e commessi in marmo policromo, ed è un'opera nuova. L'arte dell'Opificio, solitamente al servizio di opere di prestigiosissimo restauro, questa volta ha creato per il gusto di creare e per ricordare a tutti di cos'è capace l'eccellenza del laboratorio artistico fondato dai Medici nel 1588.


L'opera, nata da un progetto pensato inizialmente a scopo didattico per la scuola di alta formazione, è stata realizzata dagli esperti del Laboratorio prendendo a modello un tavolo di fine Cinquecento appartenente alle collezioni medicee (oggi conservato al Museo degli Argenti), dal quale sono stati ripresi la composizione decorativa e i motivi astratti, reinterpretando la scelta dei materiali e gli accostamenti cromatici. Per portare a compimento il piano, i restauratori Sara Guarducci, Tommaso Brogi, Cosimo Tosi e Eleonora Pucci – guidati da Giancarlo Raddi delle Ruote, capo-restauratore del Laboratorio – hanno attinto alle "riserve auree" dell'Opificio: marmi e calcari di epoca romana (il meglio che le Province dell'Impero potessero offrire all'Urbe) che nel periodo della prima manifattura i Medici fecero arrivare a Firenze e finora conservati nei depositi dell'Opificio stesso. Se dunque il disegno è originale, qualità e cromia hanno risposto alla disponibilità delle pietre, oltre che al gusto degli artefici. Per il piano di fondo del tavolo (che misura complessivamente 110 x 110 cm per 6 cm di spessore e presenta bordi modanati "a becco di civetta", tipici dei tavoli cinquecenteschi) è stata utilizzata una lastra di marmo di Carrara che, intarsiata a mano con i tradizionali scalpello e mazzuolo, ha poi accolto i marmi policromi, tagliati secondo l'antica tecnica del "commesso fiorentino". 

La varietà di materiali lapidei che ha ospitato l'intarsio è da capogiro. Sull'ottagono centrale del piano, di alabastro orientale bordato da un listello di sesamanto proveniente dall'isola greca di Spyros, è stato applicato il Giallo antico per il riquadro interno, proveniente dall'antica Numidia. Vengono invece dalle cave poste ai piedi dei Pirenei le quattro cartelle di Bianco e Nero antico che vi si iscrivono, con bordure di Breccia d'Egitto, Rosso antico greco e lapislazzulo. Vi sono poi una fascia di rigiro in marmo nero del Belgio, scudi angolari nuovamente in alabastro alternato al Broccatello di Spagna e Rosso antico per le cartelle verticali. Drappeggi, poi, in Alabastro a pecorella originario dell'attuale Algeria (così chiamato per il morbido effetto a panneggio dato dalle sue macchie rosso violacee) e bottoncini di corallo e madreperla, molto usati nel primo periodo della manifattura medicea. 

Il tavolo è dunque una vera e propria fusione di epoche e materiali oltre che un'autentica lezione di tarsia e commesso fiorentino, tecnica ostica e preziosa, finora messa prevalentemente al servizio della conservazione e del restauro di opere del passato. Arte rara, come ha ricordato Annamaria Giusti, già direttrice del Settore Restauro del Mosaico e commesso in pietre dure, che tutto il mondo ci invidia e richiede. Un'arte che non è però immune dal rullo compressore di questo periodo di difficoltà, in cui cerca ossigeno e risorse per continuare a dar prova di sé. Il tavolo, come comunicato dall'Opificio, è infatti in vendita, o meglio, "in attesa di un destinatario in grado di apprezzarne l'eccellenza". La produzione di manufatti riprende quindi oggi – come già nella seconda metà dell'Ottocento quando, non più manifattura di corte, rischiava di chiudere – per contribuire al reperimento di nuove risorse che possano permettere una florida sopravvivenza di questa tradizione ad alto rischio di estinzione.
L'opera sarà esposta a partire da domani fino al 3 maggio 2014 al Museo dell'Opificio in Via Alfani 78.

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