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Palestina: avanti piano e, soprattutto, senza irritare nessuno Opinion leader

Pisa – Il 27 Febbraio 2015 l’Italia ha preso una decisione storica, riconoscere lo stato della Palestina. Alla Camera dei Deputati, durante la seduta n.383 della XVII legislatura, un’ampia maggioranza ha approvato la mozione a firma del democratico Roberto Speranza che impegna esplicitamente il governo “a continuare a sostenere l’obiettivo della costituzione di uno stato palestinese”. Tuttavia il modus operandi per il riconoscimento è stato smentito, paradossalmente, pochi minuti dopo con il voto favorevole ad una seconda mozione, discordante rispetto alla prima, che preclude al riconoscimento d’Israele da parte di Hamas e Fatah il futuro status della Palestina.

Oltre 200 voti per la mozione presentata da NCD, AP-SC e votata da renziani e bersaniani, non dai dalemiani. Segnale che lo spirito di compattezza del PD è labile anche in politica internazionale. Comunque, il risultato finale della consultazione è che l’Italia si impegna a riconoscere la Palestina ma senza fretta. Nei mass media il giudizio più diffuso su questo doppio voto è stato: confusione. Un anacoluto o forse un ossimoro della politica estera italiana? Probabilmente è stata una sinestesia: stessa immagine, due stati due popoli, ma sensazioni, percorsi e tempi diversi. Il tutto è avvenuto su “consiglio” del governo, che aveva dichiarato di essere favorevole alle due risoluzioni.

A precisare la decisione dell’esecutivo non è stato il ministro Gentiloni, visibilmente nervoso nel suo lungo intervento sulle linee della politica estera della Farnesina. È toccato al sottosegretario agli esteri Della Vedova, in uno stringato messaggio, indicare la doppia posizione del governo di Renzi. Ovviamente critica al voto la lettura delle opposizioni, escluso SEL conversa nella risoluzione del PD. Anche le reazioni internazionali sono state contrastanti. La stampa israeliana ha semplicemente puntualizzato sul fatto che il riconoscimento palestinese è solo simbolico e non vincolante. L’ambasciata israeliana a Roma ha manifestato soddisfazione per la decisione italiana di sostenere il negoziato delle parti come unico strumento per arrivare al riconoscimento della Palestina. Sul fronte palestinese figure di spicco come Saeb Erekat e Nabil Shaath, storici negoziatori degli accordi di Oslo, hanno parlato di atto politico importante. Mentre altri esponenti dell’Autorità Nazionale palestinese hanno storto il naso.

Lasciamo i commenti dalla Terra Santa e torniamo all’aula di Montecitorio. Le mozioni votate nella tarda mattina di Venerdì sono state tredici. Quelle approvate se non antitetiche sono, a nostro avviso, in effetti ambivalenti in alcuni passaggi dei rispettivi testi. Ad esempio nelle prime righe della risoluzione Speranza-Locatelli-Marazziti si legge della “convinzione che l’effettivo raggiungimento di due popoli due stati è un risultato che può avvenire soltanto attraverso il negoziato sul mutuo riconoscimento dei confini”.

Questa definizione contraddice, in parte, il senso della risoluzione approvata da molti stati europei, finalizzata a scuotere lo stallo attuale attraverso una decisione unilaterale che possa far ripartire i negoziati di pace, ricordiamo che la trattativa tra palestinesi ed israeliani, ad oggi, non è congelata ma sepolta. Nell’altra mozione approvata e presentata in aula da Fabrizio Cicchito è scritto: “il governo dovrebbe promuovere il raggiungimento di un’intesa politica tra Al-Fatah e Hamas”. Senza entrare nel merito dei rapporti tra i due partiti palestinesi è certamente più importante sottolineare che il movimento islamico palestinese è inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche mondiali e per essere depennati dalla lista nera non sarà sufficiente che dichiarino l’intenzione di riconoscere lo stato d’Israele, cosa che potrebbe in futuro anche accadere, ma dovranno dimostrare di essere un movimento che opera nel rispetto della legalità e soprattutto della democrazia.

Infine, a qualcuno l’ambiguità italiana farà venire in mente il noto detto per cui storicamente l’Italia in guerra è incoerente, iniziamo una guerra con degli alleati e la finiamo al fianco dei nemici. Meno maliziosamente possiamo dire che è evidente come nel caso del conflitto israelopalestinese l’Italia non vuole avere nemici. Ma rimandare una soluzione realistica al conflitto mediorientale è il peggior errore che può essere commesso, proprio per il bene dei nostri amici. Per questo il governo dovrà riflettere bene su quale strada intraprendere.

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi 

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