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Pandemia, la fine di un’epoca Breaking news, Opinion leader

Riceviamo e pubblichiamo da Giovanni Calì, studioso d’economia:

Firenze – Ci sono tempi delle vicende umane che mostrano caratteristiche inattese e sconcertanti e richiedono di essere fronteggiati con risorse mentali e modalità di comportamento d’eccezione, perché è inatteso l’evento che ci coinvolge.

Occorre una svolta rapida con misure economiche straordinarie prima che sia troppo tardi per il nostro Paese. Mario Draghi, ex governatore della Banca Centrale Europea (BCE) afferma una cosa molto importante, che in questo momento le politiche di austerità e la cavillosa burocrazia, soprattutto in una situazione di emergenza straordinaria, sono semplicemente da evitare è continua: il percorso degli indebitamenti pubblici durerà molto tempo sarà una caratteristica del prossimo futuro. Si deve fare indebitamento fino a quando si ritiene utile per dare un aiuto sostanziale a imprese e famiglie, vale a dire all’economia reale e tutto questo deve essere fatto subito. Adesso! Su Draghi e le sue proposte ci tornerò alla fine di queste riflessioni “a braccio”.

Un altro tema sul quale vorrei soffermarmi è quello degli Euro bond (volgarmente definiti corona bond). Si afferma da parte di alcuni pensatori, opinionisti e giornalisti che anche i più euroscettici vorrebbero gli Euro bond, non è cosi, coloro che pensano che per l’Italia sarebbe meglio uscire dall’UE, gli Euro Bond sono visti come un altro vincolo nel caso di un ritorno alla lira, almeno che non si voglia fare riferimento a qualche parlamentare del Movimento cinque stelle che ha cambiato idea nel corso del suo operato parlamentare e politico. Si afferma anche che la richiesta degli Euro bond presuppone una cessione di sovranità, certo, ma questa volta equamente suddivisa tra i paesi dell’eurozona, cosa diversa dal richiedere aiuto al MES (meccanismo europeo di stabilità), dove è il singolo Paese che si sottopone al giudizio della BCE, della Commissione europea e del FMI, la cosiddetta troika che ha distrutto il tessuto economico e sociale della Grecia. A suffragare questo ricorso al MES sarebbe il fatto che il nostro Paese, già da qualche tempo, non ha sostenibilità finanziaria e per i mercati questo sarebbe un rischio. L’Italia, secondo questa ipotesi, non sarebbe in grado di restituire il debito contratto e gli interessi.

Non è così, l’Italia ha sempre onorato i suoi debiti nonostante rating negativi da parte delle agenzie statunitensi, le stesse che dichiaravano AAA+ le banche che poi sono fallite nel 2008. L’Italia è il Paese con un risparmio privato tra i più alti del mondo e con un debito privato tra i più bassi dei Paesi dell’UE. Se provate a fare la somma tra il debito pubblico e il debito privato, vi accorgerete che non siamo in cima alla lista dei cattivi e degli spendaccioni. L’Italia da quando ha aderito all’UE è firmato il relativo trattato, in una sola occasione ha avuto un avanzo primario negativo nel 2009, per il resto le entrate hanno sempre superato le uscite al netto degli interessi. Infatti, la variazione del debito pubblico da un anno all’altro è dato dagli interessi pagati a fronte dell’indebitamento accumulato.  L’Italia dunque è al top tra i Paesi UE nell’avanzo primario e lo è da trenta anni. E’ importante segnalare questo dato che spesso qualcuno dimentica. Infatti, il saldo primario è considerato il termometro della capacità di un governo di gestire i conti pubblici. In altre parole, le nostre entrate (imposte, tasse, contributi ecc) sono superiori alle uscite per le spese. Da questo punto di vista i dati del FMI (Fondo monetario internazionale) parlano chiaro, dal 1996 a oggi il saldo primario italiano è stato pari al 2% del PIL mentre quello tedesco si è fermato allo 0,7.

Se ci fermiamo e restringiamo l’analisi alla differenza tra le entrate e le spese, prima che siano sottratti agli interessi, sembrerebbe che la salute della finanza pubblica italiana sia ampiamente sottovalutata, mentre quella tedesca fin troppo sopravalutata. Il nostro governo, (non solo quello in carica), non è in grado di rappresentare all’Europa e ai mercati i punti di forza del nostro paese, tra cui la solidità e la continuità del bilancio primario che l’Italia è in grado di esprimere da ormai quasi tre decenni. Perciò, se vi fosse più consapevolezza di tali punti di forza, e conseguentemente maggiore capacità negoziale anche le “note dolenti” di cui sotto, assumerebbero un’altra connotazione. Così come di “altri numeri e percentuali” si parlerebbe se avessimo usato una diversa contabilità per misurare il debito, come invece ha fatto la Germania, ma di questo dirò nel proseguo di questo ragionamento. Dicevo delle note dolenti, le note dolenti arrivano per l’Italia quando si parla d’interessi sul debito. Il nostro debito pubblico è sopra quota 100 da diversi anni, questo ci costa in interessi. L’avanzo primario riduce il debito quando è superiore agli interessi. Alimentare ulteriormente l’avanzo con le imposte o le tasse non è una strategia che paga, perché riduce i consumi e gli investimenti privati. Si agisce spesso (presi dalla voglia di tagliare) per ridurre le spese in modo lineare sulla Sanità sulla Scuola ecc, con i risultati che stiamo verificando drammaticamente in questi giorni.

Occorre invece una riqualificazione tra spesa corrente e investimenti, perché i tagli di spesa lineari servono solamente a contenere gli effetti di una crisi in modo pro ciclico e non risolvono il problema della crescita, anzi questi tagli non solo non eliminano gli sprechi ma riducono la qualità delle prestazioni e hanno effetti recessivi. Su questo punto che non è semplice mi vorrei soffermare più nei dettagli. In termini semplici, poiché il lo Stato Italiano non può creare euro ma solo generarli tassando il settore privato, esso deve raggiungere un surplus di bilancio sufficiente a coprire il servizio del debito e il suo ammortamento. Questo surplus deve poi essere più elevato per raggiungere i limiti stipulati con il Patto di Stabilità e crescita… . Se questa regola deve essere rispettata cosi come ci impone la BCE che non può prestare direttamente ai governi, com’è risaputo, si crea un paradosso  per quei paesi che hanno un debito che supera i limiti stabiliti dal PIL. Infatti, un surplus di bilancio crescente può essere raggiunto attraverso una combinazione di crescita reale e di tassazione più elevata. Ma una tassazione elevata ha un limite. Allora, la risposta ai problemi dell’eurozona si deve trovare in una maggiore crescita. Bene. Ma i Paesi non possono produrre questa crescita con il deficit spending; essa (la crescita) dovrebbe provenire dalla domanda interna e dalla domanda esterna, però la riduzione della spesa pubblica o l’incremento delle tasse per generare il surplus fiscale richiesto riduce la domanda interna.

Ci rimane quindi la sola domanda esterna. Ma senza la possibilità di stimolare la competitività con l’estero con svalutazioni di cambio, occorre che queste vengono sostituite da una riduzione dei salari e un incremento della produttività, mentre sarebbero necessari incrementi salariali. Ed è proprio questa asimmetria che determina deflazione. Da qui il paradosso: tutte le politiche proposte per incrementare la crescita del reddito e generare surplus di bilancio comportano un impatto negativo sullo sviluppo reale. Keynes lo chiamò paradosso del risparmio, mentre è il paradosso della sopravvivenza dell’Euro. Il problema si potrebbe risolvere se la BCE fosse abilitata come prestatore di ultima istanza per permettere ai governi di raggiungere accettabili saggi di crescita. La BCE potrebbe avere un deficit fiscale emettendo obbligazioni europee, i famosi euro bond, in questo modo agirebbe da nuovo agente fiscale generatore di un deficit che consentirebbe di formarsi un surplus nei Paesi indebitati per consentire loro di servire e rimborsare il debito che i mercati non dovessero rifinanziare. La Bce in pratica deve fungere da vera Banca Centrale cosi come la FED negli USA. Torniamo adesso ad una interessante comparazione.

 A questo punto del nostro ragionamento fare una comparazione con la prima della classe la Germania è molto interessante. Ed è una accostamento curioso e sorprendente per certi versi. La Germania, nonostante la crisi economica degli ultimi anni e a differenza di tutti i paesi dell’UE è riuscita a ridurre il debito pubblico dall’82% del 2006 al 63% di oggi (2019)! Mentre noi nello stesso periodo siamo passati dal 104% al 135%, non c’è paragone, siamo distanti anni luce. E’ difficile spiegare un tale prodigio, perché sia successo e a cosa sia dovuto un divario così ampio, anche prendendo spunto da vari manuali di macroeconomia, di politica monetaria o scienza delle finanze, in altre parole, produrre un saldo primario positivo in un periodo di crisi non è da tutti. Così come ricercare la crescita senza investimenti pubblici, tanto per capirci. Qualcosa non torna, cosa?

La KFW la banca pubblica tedesca, creata dagli alleati per gestire i fondi del piano Marshall. Da decenni ha l’importante ruolo per lo stato teutonico, di finanziatore e motore dello sviluppo. Proprio quel ruolo che i falchi di Berlino non vogliono attribuire alla BCE: a trarne vantaggi è solo il sistema tedesco. La KFW: (Kreditanstalt fuer Wiederaufbau) infatti, svolge molti compiti di finanziamento del settore pubblico, rendendosi artefice anche di salvataggi di aziende e banche. Interventi che agli altri paesi non verrebbero mai concessi ma che Berlino continua a far passare come interventi non pubblici, a dispetto della proprietà dell’istituto che è al 100% pubblica. Come può la Germania aggirare tutti i divieti europei? Ci riesce appellandosi a dei criteri contabili che permettono di escludere dal computo del debito pubblico quello delle società pubbliche che coprono i propri costi per oltre il 50% con ricavi di mercato. La KFW rientra in questo criterio, ma ciò non toglie che se qualcosa andasse storto, il governo federale garantirebbe le sue obbligazioni, esattamente come gli altri Bund. Più nello specifico perché è importante capire come si può fare debito pubblico e farlo passare da altri canali. La KFW è una delle più grandi e potenti banche del mondo, cioè Istituto di credito per la ricostruzione. E’ ritenuta da molti una seconda Bundesbank, o anzi qualcosa di più: una Federal Reserve tedesca che non vuol dire di esserlo, una superbanca pubblica che a differenza dei Templari di Buba, custodi del più ortodosso rigore, non esita a concedere prestiti a favore del sistema- paese Germania. Insomma, quella che potrebbe essere definita una specie di Cassa Depositi e Prestiti tedesca in realtà è molto di più. E’ una potenza nascosta, un’eminenza grigia del Modell Deutschland senza cui la Germania non sarebbe la quarta potenza economica mondiale.

E’ la banca che non esita a mettere in campo 550 miliardi di euro che però non vengono conteggiati nel debito tedesco, a differenza dei 350 miliardi raccolti dalla Cdp (cassa depositi e prestiti) che invece vengono conteggiati nel debito pubblico italiano. Facciamo allora due conti, il debito pubblico tedesco senza questo “trucchetto” arriverebbe al 95% del PIL, ben sopra i vincoli europei (60% debito/ PIL Patto di stabilità ora sospeso per l’emergenza economica dovuta al coronavirus). Se l’Italia utilizzasse, a sua volta questo “trucchetto” il suo debito pubblico sarebbe del 116%, purtroppo per noi la CDP pur essendo di proprietà dello stato per 80% è tenuta a operare a condizioni di mercato, fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Occorrerebbe che il governo, dopo tanti annunci, trasformasse il CDP in Banca pubblica. Che cosa aspettano? Forse le banche private non lo vogliono? Poiché avere titoli di stato, costituisce comunque un guadagno per gli interessi più alti di quelli che si dovrebbero pagare a una banca pubblica. Attendiamo notizie dal governo.

Si parla spesso in questi giorni della grande “liquidità” in “giro” per l’Europa, addirittura 3.000,00 miliardi che famiglie e imprese possono avere…sic. In effetti, Draghi nei mesi scorsi, (prima della fine del suo mandato di Presidente della BCE) pur di spingere le banche a investire, prestando denaro ai soggetti di cui sopra, ha pensato di penalizzare gli accantonamenti arrivando ad applicare lo -0,50%. A questo si aggiunge la congiuntura economica che già prima di questa emergenza non era rosea, è ha impaurito i risparmiatori che hanno tenuto i loro risparmi inconsapevolmente infruttiferi in conto corrente, appesantendo ancora di più l’accumulo in conto corrente e determinando per le banche un costo dello 0,50 quindi di 7,5 miliardi. In Germania il doppio. Questa politica dei tassi negativi voluta da Draghi che l’attuale Presidente della BCE Lagarde continuerà nel breve periodo, è servita a evitare il crollo dell’eurozona, per ora.  Non basteranno i palliativi che danno respiro ad alcune banche italiane a cambiare la situazione. Chi pagherà il conto? Cerchiamo di dare una risposta a questa domanda tornando all’intervento di Draghi.

E torniamo a Draghi e su quello che ha detto al Financial Times:

“Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. 

Che cosa vuol dire: “cancellazione del debito privato”? Che si cancellano i mutui? Cosi si cancellano i crediti delle banche col rischio certo del fallimento ma Draghi non risponde direttamente a questa domanda, ma afferma, “Le banche in particolare si estendono in tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente! E aggiunge: ”Prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo (le banche) stanno diventando un veicolo per le politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti”. Questo vuol dire un’ epocale intervento pubblico in aiuto del sistema economico/finanziario e un vero sostegno alle famiglie, mai visto prima, neanche alla fine della seconda guerra mondiale. Di fatto si danno poteri alle banche di “creare moneta” in modo da intervenire subito nell’economia reale. E continua: “Né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo”. Prosegue, “il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette”. E’ una rivoluzione copernicana, è il superamento di barriere che fino a qualche giorno fa costituivano muri invalicabili. Allora mi chiedo, in Europa, dove i dibattiti si rinviano per prendere decisioni se utilizzare il MES senza condizioni, emettere o meno Euro bond, dove ancora si annunciano emissioni di miliardi di euro a debito e in misura del debito pubblico di ogni singolo stato, hanno capito che siamo alla fine di un’epoca?

Giovanni Calì 

 

  

 

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