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Parametri di Maastricht, 16 Paesi l’anno scorso non li hanno rispettati Breaking news, Economia

Firenze – Parametri di Maastricht, grande spada di Damocle appesa sul collo di Paesi come l’Italia, con polemiche, timori, rivendicazioni  conseguenti. Ma quanti sono del gruppo dei 28, i Paesi che li rispettano davvero? A curiosare fra i dati si è incaricato l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che consegna una realtà per molti inaspettata: secondo l’elaborazione effettuata tra i 28 Paesi che compongono l’Unione europea poco più di 1 su 2, esattamente 16,  sono i Paesi che l’anno scorso non hanno rispettato le disposizioni.

Facendo un passo indietro, i “parametri di Maastricht” in soldoni significa non aver rispettato la “regola” del rapporto deficit/Pil sotto il il 3 per cento e il rapporto debito/Pil non superiore al 60%. E’ questo a conti fatti il contenuto concreto dettato dalle disposizioni previste dai 2 principali criteri di convergenza sanciti dagli accordi di Maastricht (1992), ribaditi a Lisbona (2007) e sanciti con il Fiscal compact (2012).

Inoltre, ad eccezione della Polonia, tra i 12 paesi virtuosi ritroviamo perlopiù  realtà di piccola dimensione, come precisa la Cgia Mestre,  tra cui Malta, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Bulgaria ed Estonia. “Si pensi che questi 12 paesi rappresentano appena il 12 per cento del Pil dell’intera Unione europea” sottolinea la nota dell’Ufficio Studi della Cgia, sempre e pur tenendo presente il ruolo della crisi, che ovviamente ha contribuito in maniera determinante al mancato rispetto di questi parametri;  tant’è vero che tra il 2009 e il 2016 sono stati solo 3 Paesi, precisamente Svezia, Estonia e Lussemburgo a non sforare mai la soglia del 3 per cento del rapporto deficit/Pil.
Spagna, Regno Unito e Francia lo hanno superato  8 volte, vale a dire ogni anno, mentre Grecia, Croazia e Portogallo 7. Per quanto riguarda l’Italia, lo sforamento è avvenuto in 3 occasioni. Inoltre, in questi anni, il nostro Paese ha mantenuto un’incidenza percentuale media del disavanzo pubblico al -3,3: contro il -7,9 della Spagna, il -6,6 del Regno Unito e il – 4,8 della Francia .

“Delle due l’una – commenta il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeoo le disposizioni previste da Maastricht sono troppo rigide, oppure le economie più avanzate d’Europa, dopo tutte le crisi economiche e finanziarie che sono scoppiate in questi ultimi anni, non ce la fanno più ad adeguarvisi. In entrambi i casi, comunque, è necessario intervenire, introducendo margini di sicurezza per debiti e deficit eccessivi meno stringenti, perché le politiche di austerità e di rigore praticate fino ad adesso non hanno funzionato. Anzi, hanno peggiorato i conti e hanno aumentato a dismisura la disoccupazione e l’esclusione sociale in tutta Europa”.

Un’altro dato da ricordare è che, mentre stiamo attendendo di conoscere la composizione della manovra di correzione richiestaci da Bruxelles che dovrebbe ridurre il nostro disavanzo pubblico di 3,4 miliardi di euro, dal 2009 l’andamento del nostro deficit è in sensibile diminuzione. Ecco i dati: 8 anni fa registravamo un rapporto deficit/Pil del -5,3 per cento (pari a quasi 83 miliardi di disavanzo), l’anno scorso, secondo le stime della Commissione Europea, questo indicatore si è attestato al -2,3 per cento (37,7 miliardi).

“Con questa elaborazione– sottolinea il segretario della CGIA Renato Mason non vogliamo esprimere alcun giudizio sui singoli Paesi. Ricordo che la valutazione dei parametri viene effettuata dalla Commissione Europea sulla base di complessi meccanismi di calcolo che tengono conto di ulteriori criteri, come il Pil potenziale, medie triennali, relativi scostamenti ed eventuali accordi precedenti. E’ chiaro, tuttavia, come più della metà dei paesi nel 2016 ha avuto un rapporto debito/Pil superiore al 60 per cento e 6 di questi 16, tra cui l’Italia, hanno visto aumentare tale rapporto rispetto al 2015, aggravando nel complesso la tenuta dei conti pubblici”.

Tirando le somme, è indubbio che il nostro problema rimanga  l’eccessivo peso del debito pubblico. Anno scorso l’incidenza sul Pil del debito si è attestata al 132,8 per cento. Inoltre, non si può sottovalutare il fatto che se (come pare) con la fine del 2017 terminerà l’iniezione di liquidità decisa dalla Bce nel marzo del 2015 che è conosciuta come Quantitative easing, potremmo correre il pericolo di vedere aumentare  il costo del debito di alcune decine di miliardi di euro l’ anno. Se questo accadesse, va da se’ che per coprire la differenza si dovrà ricorrere  o a maggiori tasse o a minore spesa pubblica, o a tutt’e due insieme.  “In via puramente teorica – concludono dalla CGIA – il debito, invece, deve scendere a un ritmo in linea con quanto prescritto dal Fiscal compact: ovvero di un ventesimo all’anno (nella media di un triennio)”.

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