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Parco regionale Apuane e cave di marmo, Legambiente presenta dossier shock Ambiente

Firenze – Legambiente presenta un dossier shock per documentare i danni di 13 cave di marmo che stanno compromettendo la biodiversità nel Parco Regionale delle Alpi Apuane: si tratta delle cave di Piastriccioni, Pratazzuolo B, Fossa Combratta, Calacatta, Crespina e Fivizzano, Puntello Bore, Rondone, Vestito, Borrelle, Castelbaito/Fratteta, Macchietta, Tombaccio e Serra delle Volte.

L’86,4% delle escavazioni è composto da detriti, mentre soltanto il corrispondente 13,6% va a costituire blocchi per edilizia: “Questo è un bollettino di guerra per il nostro ambiente”, secondo Fausto Ferruzza, Presidente di Legambiente Toscana. La conferenza stampa di stamani alle Giubbe Rosse ha coinvolto anche due responsabili nazionali di aree protette di Legambiente Antonio Nicoletti e Matteo Todini, e il Prof. Sansoni del comitato scientifico che si è occupato del dossier. Dalle ricerche dell’Associazione emergono seri pericoli per circhi glaciali, cavità carsiche, versanti sopra i 1200 metri e siti d’interesse comunitario per la biodiversità, che sono costantemente minacciati da un’attività intensa di riaperture, ampliamenti e fusioni di cave dismesse.

Il problema, secondo Legambiente, deriva in buona parte da un sistema di autorizzazioni malfunzionante, che si presterebbe, accusa l’associazione ambientalista, “ad accordi e ad omissioni di controlli”: prima di cominciare i lavori, le ditte stesse sono incaricate di produrre una relazione di impatto ambientale e definire i potenziali rischi connessi alla propria attività. Tuttavia, come spiega Sansoni, i rischi sono calcolati tramite un sistema di punteggi dei quali viene fatta una media: quindi, impatti consistenti su un aspetto del territorio potrebbero essere compensati da impatti nulli su un altro aspetto, e restare in tal modo invisibili, seppelliti sotto dati fuorvianti. Le relazioni devono poi essere visionate da alcune commissioni esaminatrici (della direzione del parco stesso e del comune e della provincia in cui si ricade), dall’ARPAT e dalla Soprintendenza. Questo sistema esiste solo in Toscana: nel resto d’Italia, è la regione stessa a farsi carico della verifica. Bastano poche firme, dicono i relatori,  fatte “leggendo delle fotocopie”, per partorire un’autorizzazione e dare inizio ai lavori.

Il Parco regionale è riconosciuto come Geoparco dalla rete europea dei Geoparchi e ospita il 52% di tutta la biodiversità toscana: di questo passo, Legambiente ne proporrà l’esclusione dalla Lista dei Geoparchi europei e adirà alla Corte di Giustizia dell’UE per segnalare la violazione della direttiva “Habitat” e della successiva “Natura 2000” che prevedono tutele alla biodiversità.

Inoltre il Parco è la più grande risorsa idropotabile di tutta la Toscana, a detta dei relatori: durante periodi di pioggia, i materiali fini delle cave filtrano dalle crepe del marmo e inquinano le sorgenti rendendole bianche, di un colore lattescente. In particolare, si è fatto riferimento alla sorgente del fiume Frigido.

Tra l’altro, “La marmettola – che, in spesso strato, ricopre i piazzali e le altre superfici di cava – e le terre – sia quelle presenti in cumuli all’aperto nelle cave, sia quelle scaricate, abusivamente ma impunemente, nei ravaneti e sulle scarpate delle vie d’arroccamento – sono dilavate dalle piogge e, scorrendo negli impluvi, sui versanti e sulle strade, raggiungono i corsi d’acqua provocandone l’intorbidamento.” Si legge nel dossier. Tutto questo provoca la “morte biologica dei corsi d’acqua.”

Le misure ad oggi adottate non sono sufficienti secondo Legambiente: occorre, prima di tutto, mantenere le superfici di cava “sempre scrupolosamente pulite, assolutamente prive di inquinanti esposti al dilavamento”, e inoltre, rivedere i criteri in base ai quali si stabilisce la tossicità dei componenti: “il limite principale delle misure adottate deriva probabilmente dal fatto che i materiali fini (marmettola e terre), essendo privi di una propria tossicità, non vengono considerati veri inquinanti”.

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