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“ Partiti-burocrati al potere: ecco di cosa muore la democrazia ” Politica

Vaglia (Firenze) – E’ un lunga riflessione, quella che Sandro Corona, presidente della Pro Loco di Vaglia e coordinatore di quella del Mugello, consegna a Stamp, in un incontro che, dalle difficoltà della gestione dell’attività culturale e di valorizzazione del territorio che spetta alla Pro Loco, si apre a considerazioni di sistema. Perché ormai, com’è parso chiaro allo scoccare delle ultime elezioni locali, sono proprio le attività “amministrative” del territorio a dare il segnale che la società sta diventando “altro”. Un’alterità che, a parte la connotazione fortemente “glocalizzata”, non riesce ancora consegnarci neppure l’ipotesi di che cosa ci dovremo aspettare.

Un’esperienza, quella di Corona, che lo porta a stare molto vicino e dunque molto attento al meccanismo del “potere” locale, che, dal momento della elezione diretta del sindaco introdotta con la legge 81/1993 (ricordiamo che il sindaco nomina la giunta) sembrava avesse guadagnato un bonus importante in termini di assolutezza decisionale, spostando l’asse della propria figura dalla vicinanza al sistema parlamentare al sistema presidenziale.

Presidente, qual è il rapporto che lega un’attività come la sua, che in buona sostanza si concretizza nella gestione di un disegno culturale di valorizzazione del territorio pur senza portafoglio, al primo cittadino e alla giunta?

“Partendo dalla mia esperienza, posso ben dire che il primo cittadino è stato trasformato in un semplice svincolo burocratico senza possibilità concrete decisionali. Dico questo perché è inutile attribuire capacità decisionali forti ai sindaci togliendo loro al contempo i cordoni della borsa. Il continuo prelievo che viene fatto a livello centrale sulle risorse locali, i tagli, ma peggio ancora i limiti posti in nome del patto di stabilità e di tutto l’addentellato burocratico, sono tali che di fatto hanno scippato di mano al sindaco e alla giunta qualsiasi disponibilità finanziaria che non sia per l’ordinario. E questo significa svuotare di potere decisionale e dunque di potere tout court i sindaci”.

Eppure, sono ormai famose figure di sindaco che di fatto rappresentano un vero e proprio riferimento per un insieme di gruppi, movimenti ma anche partiti. In Italia pensiamo a De Magistris a Napoli, o alla Raggi a Roma.

“Se da un lato è giusto, dall’altro non possiamo dimenticare che l’Italia è fatta di tantissimi piccoli comuni dove il sindaco è ostaggio della burocrazia e della nomenklatura locale, presso cui si trova spesso col cappello in mano a questuare risorse che magari poi non potrà neppure spendere causa i regolamenti europei. E’ evidente insomma che il sindaco di Napoli ha più spazio di contrattazione, non foss’altro a livello di impatto mediatico, nei confronti della burocrazia e della politica fatta dai partiti, rispetto a un sindaco ad esempio del Mugello. Il problema comunque conduce allo stesso risultato: se lo spazio di manovra di un sindaco rimane sempre limitato da chi decide se una spesa si può fare o no, e se l’unica cosa di cui può occuparsi in modo “libero” è l’ordinaria amministrazione, allora spiegatemi via, che differenza fa avere un sindaco di una parte o di un’altra?”.

Immagino parli l’esperienza …

“Certo. Posso mettere in piedi una fantastica “stagione” di eventi, ma se i soldi non ci sono, il sindaco può essere di destra, sinistra o di tutte le gradazioni intermedie e essere d’accordo con me, anzi, innamorato del mio progetto: ma non si farà niente. Perché ripeto, a parte l’ordinaria amministrazione, qualsiasi sindaco di una piccola comunità diventa fatalmente solo un passacarte”.

Se ragioni burocratiche, amministrative ed economiche rendono il percorso del sindaco “obbligato”, esaltando il suo ruolo amministrativo e “spegnendo” il suo significato politico, non è che, almeno di fatto, si arriva a un deficit democratico, nel senso che la partecipazione ad esempio al rito elettorale diventa inutile?

“A mio parere è così. Il problema grave è che al di là del sindaco, che è solo un esempio, è l’intero sistema politico che in questo momento sta risentendo del deficit di partecipazione di cui sopra. Un “salto” vero e proprio che rende inutile anche un altro aspetto, vale a dire il sistema dei partiti. L’evoluzione del sistema è evidente, secondo quanto toccato con mano e quanto emerge dalle ultime vicende politiche locali, nazionali e internazionali: l’appartenenza partitica salta in quanto percepita come inutile e il sistema si avvia di fatto verso una forma di democrazia plebiscitaria. E, dal momento che il partito più grande in questo momento in Italia è quello dell’astensionismo, vuol dire che la gente l’ha capito”.

A questo punto, se la partecipazione popolare ai processi decisionali non trova più nei partiti adeguata cinghia di trasmissione, ci si trova a galleggiare in un pericolosissimo vuoto o stanno nascendo altre forme di partecipazione?

“La voglia di partecipazione si riorganizza, a quanto tutti possono vedere, prendendo altre forme e percorrendo altre vie. L’evoluzione di questi percorsi è tuttavia rapidissima e imprevedibile. Infatti fino all’altro ieri, era fuor di dubbio che si trattasse di movimenti o gruppi che si univano in modo spesso spontaneo su determinati interessi, che avevano ambito preciso in un territorio (es.l’inceneritore di Case Passerini, l’aeroporto, il geotermico) e che portavano con se’ istanze comuni per quanto riguarda l’interesse, ma esperienze diversissime e spesso divergenti a livello politico, ideologico, personale. In un certo senso, si creavano dei contenitori che nel collante dell’interesse comune finivano per appiccicare esperienze anche opposte. Negli ultimi tempi sembra invece di scorgere più attenzione anche per il sistema ideale che coordina gli interessi. In altre parole, tornerà a giocare qualche ruolo l’ideologia, intesa nel senso di sistemazione della realtà su assunti dati? …. Chissà. Di sicuro, l’esperienza partitica è ormai vissuta solo come sistema di ottenimento di regalìe o di semplificazione di passaggi burocratici altrimenti insuperabili”.

Considerando comunque che spesso il “collante” per indurre la partecipazione popolare è l’aggancio a un interesse comune che si percepisce minacciato, pensa ci si muova sull’onda del “glocal”?

“Direi che si va sempre più verso temi “locali” trattati però a livello almeno europeo. Basti pensare alla prospettata alleanza fra grandi città europee, a cui, tra l’altro, con ogni probabilità non importerà nulla neppure della Brexit: si pensi a Londra, multietnica e convinta europeista, che magari si metta in asse con Barcellona e poi con Napoli, come in qualche modo De Magistris (e non solo) si auspica. In questo caso, l’importanza del primo cittadino emerge, ma si tratta di città che sono piccoli “stati”. Pensiamo alla popolazione di Londra, ai servizi, alle comunità che porta in seno. In questo senso si capisce anche il riorganizzarsi della partecipazione. Non solo: aggiungerei che si tratta di una nuova era che sta partorendo un nuovo sistema che vedrà fra i suoi svincoli nodali la risoluzione della diade partecipazione- rappresentanza. Una lancia devo spezzarla a favore del M5S, che è riuscito a convogliare la forza contestatrice delle giovani generazioni impedendo ad oggi derive estremistiche. Vorrei anche chiamare in causa la classe dirigente emersa negli anni ’60, che ha avuto un’enorme possibilità di produrre un cambiamento reale, di evitare l’allargamento di questa iniquità sociale che getta ovviamente discredito sull’attuale sistema politico, ma che si è giocata tutto per brama di potere, spianando la strada alla situazione attuale. Un esito a mio parere solo in parte attribuibile alla crisi”.

Perché non si mette lei stesso a disposizione della politica?

“Dipende da cosa cercano i politici. Se si cerca il burocrate che faccia “massa” attorno alle decisioni prese dal club dei prescelti, allora no. Se la politica sta cercando qualcuno disposto a mettersi i gioco per un reale cambiamento, allora potrei pensarci”.

Ma c’è uno schieramento politico preciso cui pensa?

“No, venendo meno l’appartenenza ideologica (almeno a tutt’oggi, come segnalato), il problema non si pone. Stiamo parlando di una società liquida, in piena crisi partecipativa che sta cercando nuovi moduli per arrivare a influenzare le decisioni politiche. Prese sempre più sulla sua testa”.

 

 

 

 

 

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