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Pasqua di speranza da un paese in povertà e guerra Opinion leader, Società

In questa lettera, mandata agli amici da Padre Gherardo Gambelli, gli auguri di Pasqua che arrivano dal lontano Ciad, uno dei paesi più poveri al mondo dove Padre Gambelli è missionario da circa cinque anni. Nelle sue parole la vita semplice della sua comunità, la visita al villaggio di Farchana dove Padre Filippo Ivardi, comboniano di Parma e  membro della commissione diocesana per il dialogo interreligioso, si è incontrato con l’iman locale, sullo sfondo, la situazione drammatica di un paese che ha dichiarato guerra ai fondamentalisti.

N’Djamena, 18 marzo 2015
“Carissimi/e,

La festa di Pasqua che si avvicina è sempre una bella occasione per sentirci e scambiare qualche dono spirituale, confortandoci reciprocamente, mediante la fede che abbiamo in comune.

L’inizio dell’anno 2015, in Ciad, è stato molto bello con la gradita visita degli amici di Firenze: Ilaria, Simone, Giorgio e Niccolò. Abbiamo accolto volentieri l’invito di P. Filippo Ivardi, comboniano di Parma, che ci ha ospitati nella sua parrocchia di Abeché all’est del Ciad, vicino alla frontiera col Sudan. Uno dei momenti più belli di questa visita è stata la celebrazione della Messa del 1 gennaio nel villaggio di Farchana, a circa 100 km di distanza da Abeché. I fedeli sono pochi in una piccola cappella ben curata, piena di addobbi colorati. Fin dall’inizio si avverte un clima di grande gioia, quella gioia spontanea delle persone povere che hanno poco a cui aggrapparsi e che sanno aprire il cuore alla presenza di Dio salvatore nella vita. Osservo soprattutto una bambina, seduta sulla prima panca accanto alla mamma che tiene in braccio un fratellino piccolo. Alla fine della Messa, scopro che si chiama Blandine e che è catecumena, al secondo anno di preparazione al Battesimo. Durante l’omelia, P. Filippo pone qualche domanda ai fedeli e mi accorgo che Blandine scuote la testa dicendo sempre di sì, anche quando chiede se Gesù sia nato in una bella casa piena di comfort, o se sia stato deposto in un comodo lettino dopo il parto. Ripenso a quel bel testo di San Paolo, in cui l’apostolo dice che in Gesù non ci fu il “sì” e il “no”, ma solo il “sì”. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono “sì” (2 Cor 1,19-20). Mi viene da pensare che Blandine sia sintonizzata su questa Parola di Dio e che il suo annuire non sia così ingenuo come sembra. Quel suo “sì” ripetuto manifesta in qualche modo il vibrare di tutta la persona davanti a uno slancio di amore che non tiene conto del peso delle rinunce. Al tempo stesso, il “sì” rivela la gioia di poter rispondere a questo amore senza riserve, col dono di sé e non semplicemente delle proprie cose. Grazie alla morte e risurrezione di Gesù, una forza di amore è entrata nel mondo e ci attira rendendoci capaci di abbandonare le false sicurezze umane e di accogliere le croci dell’esistenza come luoghi visitati da una luce misteriosa di Dio, che infonde fiducia e speranza.

Dopo la Messa, ci rechiamo in visita a uno dei campi profughi del Darfur, che si trova a pochi km di distanza dal villaggio. I profughi sudanesi sul territorio ciadiano sono circa 250.000 e per adesso, a causa della complessa situazione politica, molto difficilmente potranno rientrare nel loro paese. Il campo è diventato pertanto un vero e proprio borgo abitato, con case in muratura, scuole, centri sanitari, moschee. P. Filippo, come membro della commissione diocesana per il dialogo interreligioso, chiede di poter incontrare l’imam del campo. Dopo diversi tentativi riusciamo alla fine a trovarlo, ma ci fanno sapere che è occupato per una cerimonia funebre. Solo p. Filippo lo incontra, in piedi davanti alla casa del defunto, mentre noi lo aspettiamo in macchina. Nel frattempo assistiamo a una scena molto bella: la nascita di un agnellino vicino al luogo dell’incontro. La mamma con grande tenerezza lo lecca da capo a piedi, mentre lui tutto tremante comincia a muovere i primi incerti passi e batte diverse “musate” per terra. Le zampe sono molto deboli, fatica a reggersi in piedi e la mamma, ancora dolorante per il parto, continua a aiutarlo a risollevarsi. Mi sembra un’immagine molto bella per parlare del dialogo interreligioso. Davanti alle minacce dell’estremismo, i gesti di amicizia e di incontro fra i leaders religiosi sembrano insignificanti, eppure la fede ci invita a credere sempre nella forza del bene seminato. Il male esiste solo in forma parassitaria, come ci ricorda la parabola del grano e della zizzania (Mt 13, 24-30), ma molte volte ha il potere di suggestionarci e di farci perdere di vista che Dio è come quella mamma che crede profondamente in noi, che ci rialza continuamente, valorizzando tutti i nostri piccoli gesti di attenzione e di rispetto per il nostro prossimo.

Come saprete, a partire da gennaio 2015, il Ciad ha deciso di entrare in guerra contro gli estremisti islamici della setta Boko Haram che avevano cominciato a minacciare le sue frontiere, provenendo dalla Nigeria e dal nord del Camerun. In questa operazione sono impegnati circa 2500 soldati con 400 veicoli blindati, più l’aviazione. Le immagini che vengono trasmesse da Tele Ciad delle operazioni militari sono agghiaccianti, si vedono villaggi bombardati, case distrutte, moto e auto incendiate e centinaia di cadaveri di uomini abbandonati per terra nelle strade, o nelle abitazioni semi-distrutte. Il governo si gloria delle mirabili gesta dei suoi valorosi combattenti nella lotta contro il male assoluto dell’estremismo, ma pochi si rendono conto delle possibili conseguenze di questo modo di fare. L’esercito della Nigeria, fortemente corrotto, tarda a intervenire nella difesa dei villaggi recuperati e questo potrebbe permettere ai membri della setta di riorganizzarsi e di rioccuparli. Il vero problema tuttavia consiste, come sempre, nell’avidità dei capi di stato che cercano i loro interessi con le coperture degli occidentali, senza rendersi conto che l’unica vera guerra contro il terrorismo sia l’eliminazione delle ingiustizie. Davanti a questi drammi, talvolta, la fede in Dio che è presente nel mondo e lo conduce verso la salvezza, vacilla. Nella preghiera ripeto tante volte quel versetto del Salmo 68,31: “Disperdi Signore i popoli che amano la guerra” e cerco di accompagnarlo con l’offerta della mia vita. Papa Francesco, in Evangelii Gaudium (190), ha citato una bella frase di Paolo VI che dice: “I più favoriti devono rinunciare ad alcune dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri” (Octogesima adveniens, 23). Allora questa situazione difficile della storia del mondo che stiamo vivendo, in cui sembra che il male e la violenza siano più forti, diventa una bella sfida per “giocare più all’attacco” nella ricerca della pace. Lottare contro la mondializzazione dell’indifferenza e le ingiustizie domanda il coraggio di metterci la faccia, di non stare a osservare la vita dal balcone, di sporcarsi le mani. Un pensiero molto bello di Charles de Foucauld mi ha aiutato durante questo tempo di Quaresima: “Cerchiamo di riscattare un poco i nostri peccati con l’amore del prossimo, con il bene fatto al prossimo; gli sforzi per fare il bene alle anime sono un rimedio eccellente da contrapporre alle tentazioni: significa passare dalla semplice difesa al contrattacco” (Opere Spirituali, Milano 1960, p.773).

Vorrei concludere con due piccoli fatti di vita, che mi hanno dato speranza. Il primo è stato un breve incontro con una donna anziana della parrocchia alla fine della Messa, che abbiamo celebrato nel mese di febbraio per i malati della parrocchia. Dopo la celebrazione, un gruppo di volontari aveva preparato la cena per gli anziani e i malati. Sono passato per salutare i nostri ospiti e una signora anziana, che non conosce bene il francese, si è un po’ confusa e invece di chiamarmi: “Mon père” mi ha chiamato “mon fils”. Ci siamo messi un po’ a ridere, ma a me ha fatto molto piacere questo appellativo, perché mi è sembrato un segno di affetto e di accoglienza nei miei confronti. Mi sono venute in mente quelle parole di Gesù che promette il centuplo a quanti hanno lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa sua e del Vangelo (Mc 10,29).

L’altro fatto riguarda un sentimento che provo quasi ogni settimana quando distribuisco la comunione, specialmente la domenica. Capita spesso che le mamme vengono con i loro bambini in un fagottino legato sulla schiena e quando tendono le mani per ricevere il corpo di Cristo vedo sporgere accanto ad esse i due piedini del loro piccolo, appoggiato sulle spalle. Mi viene da pensare che Gesù tocca quelle mani, che a loro volta lavano quei piedini e continua, attraverso le mamme, a farci vedere la bellezza del gesto di alzarsi da tavola e di deporre le vesti, per servire (Gv 13,1-15). È il mistero dell’amore, del dono di sé sulla croce, senza il quale resta difficile capire la Risurrezione.

Nel ringraziarvi di cuore per le vostre preghiere e i generosi gesti di aiuto per le opere della parrocchia e della diocesi, auguro a tutti voi Buona Pasqua e prego perché il Signore ci doni l’entusiasmo di annunciare la sua Parola e la gioia di poter contemplare i prodigi che sempre l’accompagnano (Mc 16,20).

Un abbraccio, con amicizia d. Gherardo”

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