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Pd, se ci sei batti finalmente un colpo Opinion leader, Politica

Insomma visto da questo punto di vista, pur nella crisi profonda della politica e del paese, il PD c’è. Il PD c’è: e vive e lotta insieme a noi, si sarebbe detto in altri tempi. E dovrebbe agire, come deve fare un partito, per consolidare la propria base militante ed elettorale  e, laddove possibile, per estenderla.

Ma così non è. Il gruppo dirigente è indispettito da una parte, impaurito dall’altra e stordito da un’altra ancora dall’ondata montante di antipolitica che accompagna la crisi del paese e dà l’idea di un pugile toccato da un diretto al volto che, sentendosi oramai ineluttabilmente vicino al “knock out”, mira solo a tenere l’avversario e a far passare il tempo.

Intendiamoci la fase politica non è facile. E non è facile in particolare per chi pensa più al “bene” del paese piuttosto che ad incrementare di una qualche quota percentuale il proprio patrimonio elettorale. E la crisi che incalza e che si incarognisce, senza prospettive, non è certo un elemento su cui fondare e, su qualche aspetto, anche rifondare il rilancio di un partito intrinsecamente governativo come il PD.

Ma per un partito, anche nato da poco come il PD, non ci sono scorciatoie o altre strade. O si legittima e cresce accompagnando il paese fuori da questa crisi oppure il progetto PD è destinato a fallire. Con l’esplosione delle tante anime politiche, ideologiche e culturali che sono un valore aggiunto se contenute in un perimetro ben definito e che diventano invece vere e proprie bombe ad orologeria se lasciate andare senza una guida sicura, serena e forte nello stesso tempo.

Ecco le parole giuste: una guida serena e forte. Ed invece la guida del PD, che prescinde dalle caratteristiche personali del buon Bersani (persona seria, competente e onesta), è una guida poco serena. Come di chi sta alla guida di una vettura complessa e, pur procedendo, dà l’idea di non sentirsi a suo agio né con la strumentazione a bordo né con le caratteristiche della strada. E forse neppure, in termini di fiducia, delle persone che siedono a fianco e nei sedili posteriori della vettura!

E forte. Non nel senso che abbiamo bisogno tutti, in periodi di crisi, di un leader a cui affidarci. Dio (o chi per lui!) ce ne scampi. Ma forte nel senso che, una volta legittimato da una qualche procedura democratica, il gruppo dirigente deve procedere senza tentennamenti. Mettendosi in gioco e rischiando. Ecco il “vero senso” di una leadership forte e legittimata. Mettersi in gioco. Sapendo che se va bene il leader si rafforza e se invece va male  esso lascia per far posto ad altri.

Questa non è la situazione del PD. Anche la vicenda del Governo Monti è vissuta male. E rende molto meno, sia in termini politico-elettorali che in termini di risultati da parte del Governo, di quanto invece potrebbe fare. Il sostegno a Monti appare impacciato. Ogni giorno c’è una dichiarazione che smentisce disimpegni e mal di pancia che emergono da ogni “parte” del partito. E quindi ne confermano l’esistenza e la persistenza. Ed invece il PD se appoggia Monti deve da una parte sentirlo più suo e dall’altra farlo più suo. Concedendo di più e chiedendo di più.  Il gioco dell’amico “disincantato” non paga da nessuna parte. Ci sono due o tre punti che il Governo deve perseguire che devono diventare battaglie “trasparenti e forti” del PD e che devono caratterizzare in questo modo  la presenza del PD nella maggioranza del Governo. In primo luogo il lavoro e la crescita del paese. In secondo luogo la moralità della politica e delle istituzioni. Ed infine la battaglia decisa e senza tentennamenti contro la parte “malata” della società civile (evasione fiscale, criminalità, lavoro nero, affarismo, illegittimità, etc).

Ma il Pd vive male non solo il rapporto con il Governo Monti ma anche quello con i “possibili” alleati per il futuro governo del paese. Essere dotati di un 25% di voti a fronte di una grande area di astensionismo non è certo una dote indistruttibile. Ma non è neppure un “niente”. E allora perché il PD quotidianamente vive sul “banco degli imputati” chiamato ora da Di Pietro, ora da Vendola, ignorato da Casini e svillaneggiato da Beppe Grillo?  Ma un minimo di dialogo con i militanti e gli elettori, uno straccio di programma strategico e un piano comunicativo conseguente  e, con questi elementi di forza, un “attacco” agli alleati per scalzarli dalle loro “auree certezze”, non sarebbe un’azione da partito maggioritario della futura alleanza? Ed invece sempre lì titubante e sconsolato come uno studente interrogato, senza preavviso, da una professoressa arcigna.

Ed infine il PD con l’antipolitica. Con i tanti Grillo (non solo Beppe , ahinoi!) , comitati, associazioni di destra, di centro, di sinistra, di nulla che non avendo più nessuno da attaccare a fronte del completo cedimento di istituzioni e partiti della seconda repubblica, non trovano di meglio che un PD stanco, arroccato e timoroso sulla propria strada. Ed è uno stillicidio quotidiano. Non solo con la casta romana. Ma con quella di tutte le città, i borghi e i quartieri dell’intera penisola. Non c’è argomento su cui il PD non deve rendere ragione a giuste rimostranze della popolazione ma anche a tante favole e favolette inventate “ad arte”. Ed anche qui il PD tentenna. Lo scoramento dei gruppi dirigenti a tutti i livelli è palpabile. Ma non può essere questa la riposta di un partito. Scoramento, paura di essere oramai “out” e quindi arroccamento in quei pochi fortini rimasti ancora vivibili: non può essere questo il futuro del PD.  La riforma della politica, delle istituzioni deve essere in testa ai pensieri del partito. E con la riforma deve essere mandato in soffitta tutto l’armamentario “politichese” del vecchio modo di fare politica. C’è un mondo nuovo, ci sono nuovi interessi e nuove sensibilità nella società e c’è una rabbia montante per come la politica rimane immobile. O la politica fa i conti con questo “nuovo che avanza” (dando un “verso” alle tante istanze che provengono, anche in maniera contraddittoria, dal basso) oppure quello che rimane della politica e in particolare  il PD si trova a  difendere un bidone vuoto.

E mentre scorrono questi pensieri, arriva, inaspettata come la neve a maggio la grande operazione di “inciucio parlamentare” fra PD, UDC e PDL sulle nomine nelle Authority.  Ci saranno sicuramente motivi di ordine politico, giuridico e istituzionale che potranno spiegare in parte l’azione del PD. Ma in questo momento è “pazzesco” aver solo pensato di poter gestire questa vicenda nel modo in cui è stata gestita. Meglio buttare “il cappello in aria” rispetto al trovare una soluzione così pasticciata. Poteva essere l’occasione per sperimentare qualche elemento di novità nel rapporto fra politica e competenze, fra nomine e partecipazione dei cittadini, fra procedure interne e trasparenza. Ed invece si è seguita la solita, vecchia , oramai inaccettabile, strada. Ed allora sorge il dubbio che questo gruppo dirigente sia “irriformabile”. Che ci sia bisogno di una “scossa dall’esterno” che rimescoli le carte e forse cambi anche le regole del gioco.  Il coraggio di Bersani nel lancio delle primarie per la scelta del candidato premier è un buon inizio. La speranza è che a questo coraggio seguano idee chiare, regole certe e conduzioni trasparenti che siano in grado davvero di far svoltare pagina al PD. Serve al partito. E serve, ancora di più, al paese.

 


 

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