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Pelléas al Maggio: Debussy, l’innovatore totale Opinion leader

Firenze –  “Orfani”  sono per il regista Daniele Abbado i personaggi di Pelléas et Mélisande, nel senso che vanno tutti, soli e senza scampo, incontro al loro destino. Ma “orfana” è tutta l’opera di Claude Debussy di scena in questi giorni all’Opera di Firenze, evento del 78° Maggio Musicale Fiorentino (v.la recensione di Rossella Rossi).

Pelléas è infatti un unicum: non ha padri e non  ha figli riconoscibili. E’ uno di quei  diamanti della storia della cultura che non sono incastonati con altre pietre e splendono dunque di luce propria.  Tradizionalmente la critica musicale la etichetta come “simbolista”, ma esiste una poetica simbolista univoca e riconoscibile, quando Paul Valéry parla di enigma e dice che il movimento fu essenzialmente “un’epoca di invenzioni, di libera ricerca, un’avventura assoluta nel campo della creazione artistica”, come ricorda Jacqueline Risset nell’interessante programma di sala?

Del resto sia nella struttura musicale che nel testo di Maurice Maeterlinck  ci si imbatte in elementi che sono in contraddizione con il programma artistico dichiarato. Debussy voleva liberarsi dell’influenza di Richard Wagner, dei “biglietti da visita declamati”, ma poi utilizza, quando ne ha bisogno, soluzioni wagneriane. Maeterlinck voleva scrivere una storia fuori dal tempo, tutta giocata sul dramma esistenziale dell’uomo impotente a uscire dalla trappola del suo io, conscio e inconscio,  sul quale il destino intreccia trame beffarde, ma poi il racconto poetico è ricco di riferimenti  ai drammi molto reali della vita comune di gente del popolo che va a morire di fame “proprio nel castello reale”.

Allora liberiamoci per un momento dallo storicismo semplificatorio ed entriamo nel mistero di una creazione artistica per realizzare la quale Debussy ha fatto ricorso, senza pregiudizi né stereotipi d’accademia, a tutto ciò che della cultura del tempo poteva essere al servizio della sua idea. I mutamenti dell’anima e della ragione dell’uomo a cavallo fra i due secoli, lo spingevano a cercare qualcosa di nuovo che corrispondesse a questi mutamenti che, come accade per i grandi, sentiva muoversi dentro di lui.

Uno spirito innovatore “totale” lo animava nella composizione musicale (l’accademia del tempo consigliava agli studenti di musica di non andare a sentirlo perché non seguiva i manuali utilizzati dai maestri) , ispirata da una poetica che voleva rappresentare la percezione sempre più acuta dell’io, che resta però irrisolta fra libero e consapevole discernimento e schiavitù del destino, fra la bellezza immobile della natura e il dramma dell’esistenza.

Mélisande è una donna sperduta e infelice (“Non sono di qui, non sono di là”), Pelléas è un poeta candido e generoso, Golaud è un uomo semplice che ha sempre mentito a se stesso ed esplode nella violenza al solo sospetto che qualcuno gli dimostri che è un mediocre. Sono tutti e tre travolti dal senso di colpa, ma è colpa suprema,  quella che desidera  la Verità:  che cosa è verità per l’uomo della modernità? Per restare in tema di simboli, Mélisande è lo spirito del mondo, Pelléas è l’artista e Golaud è la tradizione che non accetta di sentirsi messa da parte.

Pelléas et Mélisande è dunque un’opera fuori dagli schemi  e va ascoltata come un atto di nascita della modernità, scolpito non solo nella misteriosa vicenda  ma anche nella vita e nell’arte di Debussy, che il direttore Daniele Gatti è riuscito a riportare per noi nell’essenzialità del suo messaggio.

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