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Pensieri repubblicani da cui ripartire Opinion leader

La drammaticità della crisi è accentuata dai recenti sviluppi politici di natura del tutto eccezionale verificatisi negli ultimi mesi:
1.    un risultato elettorale sbilanciato tra i due rami del Parlamento, che non ha consentito l’individuazione di una maggioranza di Governo;
2.    la rielezione per la prima volta nella storia repubblicana del Capo dello Stato;
3.    la formazione di un governo cosiddetto delle “larghe intese”, che riunisce i
partiti che si sono aspramente combattuti nell’ultimo ventennio.
        Il clima politico e sociale del Paese si caratterizza per una crescente sfiducia non solo nella capacità della classe dirigente in quanto tale di superare la crisi, ma anche nelle risorse del Paese stesso, che è sempre più ripiegato e di fatto sopravvive soltanto attingendo alle reti di sostegno familiare.
In particolare, è venuto meno e si è anzi ribaltato in senso negativo il solo punto di forza degli ultimi due decenni, vale a dire il “collante” europeo.

La moneta unica, da fattore di stabilità e sicurezza, appare oggi una parte del problema e non della soluzione.
L’attuale Governo, sulla scia del precedente, sta forse operando responsabilmente per sfruttare tutti i margini offerti dagli attuali equilibri politici ed economici in seno all’Unione europea, ma è ben lungi dall’avere impostato quel progetto di riforma globale di cui il Paese ha bisogno per poter cominciare a nutrire la speranza di un rilancio.
Gli ultimi giorni, d’altra parte, stanno registrando una recrudescenza della contrapposizione tra le due principali forze dell’attuale maggioranza sul tema della giustizia, in relazione agli sviluppi delle note vicende processuali.
In tale contesto, la maggioranza di Governo ha concordato la ripresa del processo delle riforme costituzionali, varando un disegno di legge che ne stabilisce le tappe procedurali.

La prima domanda da porsi è se sia nell’interesse del Paese avviare tale processo e se l’attuale Parlamento sia nelle condizioni di affrontare questo tema in modo ponderato e rispondente alla volontà popolare.
Come repubblicano ribadisco, a tale proposito, la piena validità della Costituzione repubblicana in vigore. Tale posizione di principio non esclude naturalmente la valutazione di alcune necessarie modifiche della parte relativa all’ordinamento della Repubblica, che non ne alterino però l’impianto e siano comunque coerenti con i principi fondamentali nonché con i valori della prima parte della Costituzione.
Quanto all’ipotesi presidenzialista, nel ricordare peraltro che essa è stata nel passato proposta anche da alcune correnti del movimento democratico repubblicano, non si tratta di assumere una preclusione di natura ideologica, ma di valutarla alla luce della situazione attuale.
Il punto da chiarire preliminarmente è se i problemi del Paese sarebbero risolti dalle riforme costituzionali ovvero se le attuali disfunzioni del sistema costituzionale siano la causa della crisi italiana.
A mio avviso, ci sono senz’altro alcuni aspetti migliorabili nella Carta costituzionale, ma le ragioni della crisi sono da ricercarsi altrove, vale a dire nell’inadeguatezza dei partiti politici, nel conservatorismo della struttura sociale, incrostato dall’evasione fiscale e dalla corruzione diffusa, e nell’arretratezza dei diritti civili.

Ne consegue che non è questo il momento di avviare una riforma complessiva dell’ordinamento costituzionale, anche perché l’attuale Parlamento è il frutto di una legge elettorale iniqua ed è quindi privo della necessaria legittimazione popolare.
Appare altamente discutibile anche il metodo prescelto di ricorrere ad un Comitato di esperti sul fronte governativo e ad un’ennesima Commissione bicamerale sul fronte parlamentare. Ove mai fosse il caso di procedere ad una riforma complessiva della Costituzione, occorrerebbe piuttosto la convocazione di un’Assemblea costituente e la più ampia consultazione della cittadinanza. L’eventualità pur prospettata di un referendum, a conclusione del processo di revisione costituzionale, sembra essere una mera “foglia di fico” che porrebbe l’elettorato di fronte ad un “prendere o lasciare”.

Quello di cui oggi ha bisogno l’Italia è ben altro. Quello delle riforme costituzionali rischia quindi di essere un alibi. Non può essere questa la legislatura costituente. D’altra parte, ci sono delle questioni urgenti che non possono essere tralasciate prima dell’inevitabile nuovo appuntamento elettorale.
Invece di entrare in un percorso di riforme troppo ambizioso che rischia di concludersi nuovamente nel nulla, l’attuale Parlamento dovrebbe concentrarsi sulle priorità che sono già da tempo all’attenzione e che non hanno bisogno di ulteriore istruttoria e potrebbero concretizzarsi in proposte immediate:
1.    riforma della legge elettorale anche provvisoriamente con il mero ritorno alla legge precedente;
2.    sostituzione del finanziamento pubblico dei partiti con il contributo volontario in sede fiscale;
3.    riforma del bicameralismo perfetto e riduzione del numero dei parlamentari da agganciare eventualmente al tasso di partecipazione al voto;
4.    soppressione delle province;
5.    riforma dei regolamenti parlamentari.

La sopravvivenza o meno della legislatura non può essere affidata a fumosi e salvifici progetti di riforma costituzionale a troppo lunga scadenza. Essa deve ricevere più immediate e periodiche prove di sussistenza. “Poche, maledette e subito”: questo dovrebbe essere lo slogan in materia di riforme istituzionali.
Invece che inseguire ancora una volta il mito palingenetico di una riforma, sarebbe ora invece di dare piena attuazione alla nostra Costituzione in tutti i campi in cui essa è oggi apertamente violata o tutt’al più ignorata, come:
1.    lo statuto pubblico dei partiti e dei sindacati;
2.    la progressività fiscale;
3.    il diritto allo studio e l’accesso al lavoro;
4.    la laicità dello Stato e la scuola pubblica;
5.    l’imparzialità della pubblica amministrazione e la garanzia della giustizia.

Né può sfuggire il patetico tentativo di non affrontare il nodo dell’improcrastinabile riforma della legge elettorale, rinviandolo alla definizione del nuovo quadro costituzionale.
Indipendentemente dai moniti sia del Presidente della Repubblica che della Corte costituzionale, pesa come un macigno sulla classe politica la responsabilità di non avere riformato la legge elettorale nella scorsa legislatura e di continuare sostanzialmente a boicottarla. Dopo gli iniziali sussulti, forse anche per l’apparente ridimensionamento dei consensi accreditati al Movimento 5 Stelle, non è oggi da escludere che anche le prossime elezioni politiche, quale che ne sia la data, abbiano luogo con l’attuale legislazione, ma anche con le ineludibili conseguenze sul piano dell’ulteriore disaffezione da parte del corpo elettorale.
È del tutto evidente l’estrema difficoltà di raggiungere un’ampia maggioranza parlamentare su un tema così controverso.
Ma al punto in cui siamo, il Governo ed il Parlamento non possono esimersi dal farsi carico di questa responsabilità, a cui avrebbero già dovuto da tempo assolvere.
In conclusione, i punti sui quali è necessario intervenire, fermo  restando l’attualità e la validità della forma di governo parlamentare per la Repubblica italiana, sono:

1.    l’immediata riforma della legge elettorale in coerenza con i principi costituzionali ed il varo delle altre riforme istituzionali rapidamente realizzabili attraverso il canale ordinario dell’articolo 138;
2.    il blocco del progettato processo di riforma complessiva della Costituzione, da sostituire semmai con l’elezione di un’assemblea costituente su base proporzionale nei tempi e nei modi più opportuni;
3.    la prosecuzione dell’impegno presso l’Unione europea per i progressi dell’integrazione in campo economico, monetario, fiscale e bancario, nonché l’accelerazione della realizzazione della federazione  degli Stati Uniti d’Europa;
4.    la riorganizzazione del sistema politico e quindi dell’offerta elettorale attraverso una rifondazione dal basso dei partiti fondata su culture politiche di riferimento, in armonia con le tradizioni politiche europee, così come sulla trasparenza dei meccanismi di finanziamento e di selezione delle candidature.

 

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