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Per un welfare del merito e della responsabilità Cultura, Opinion leader

Non è cosa di facile soluzione. Intanto il discrimine è fra chi vuole “salvarlo”, con proposte di innovazione e di trasformazione in tutti i sensi e largo raggio, e chi invece vuole “abbandonarlo”.
Ma salvarlo su cosa? Quale è l'elemento determinante che ci fa dire con certezza che, pur a fronte di cambiamenti necessari e irrimandabili, siamo però sempre di fronte al  “nostro welfare”?
Direi che gli elementi sono più di uno. Il primo è quello relativo all'universalità. Cioè non si progetta un welfare per i più poveri. O per chi ha più bisogno. O per i lavoratori dipendenti. O chissà cosa. Il welfare deve coprire tutti i cittadini senza distinzione di condizione economica, sesso, razza e religione. A me piace ricordare la frase che veniva detta nei dibattiti sul welfare all'era del Pci, parlando in particolare di sanità: “noi vogliamo un ospedale che curi, secondo i rispettivi bisogni e utilizzando le stesse tecniche di cura, Agnelli e il suo operaio della Fiat”. Ecco, questa è la grande idea di un welfare universale che punta alla qualità e che è punto di riferimento sia per i ricchi che per i poveri.

L'altro elemento è che sia un welfare decisamente redistributivo delle ricchezze e anche delle opportunità. Cioè un welfare di qualità è l'elemento centrale della redistribuzione del reddito fra i diversi ceti sociali in quanto viene pagato con entrate fiscali legate ad un sistema sensibilmente progressivo. Inoltre è l'elemento di redistribuzione delle opportunità in quanto, dotando ogni cittadino di una dose adeguata di beni pubblici fra cui la salute, l'istruzione, l'assistenza etc, consente di avvicinare le potenzialità degli individui nel proprio percorso di vita  a prescindere dalla propria collocazione sociale e familiare di origine. Ed infine, cosa importante in una società che deve rimanere  libera, competitiva e anche differenziata per percorsi individuali, oltre a redistribuire opportunità consente anche  di accompagnare gli individui nella soluzione o mitigazione dei problemi che questi si trovano ad affrontare nel corso della vita. Cioè una sorta di assicurazione sociale collettiva contro la sfortuna, l'incapacità, il caso, la malattia etc che possono interrompere un percorso di vita che , anche se ben progettato e supportato da impegno e volontà o addirittura in qualche caso  mal gestito, può trovare difficoltà e criticità che ne impediscono un sereno e proficuo procedere.

Insomma quando si parla di welfare italiano, che è una modalità arricchita e in qualche caso appesantita da concezioni fortemente ispirate al pensiero socialista-comunista e cattolico, si parla di un sistema complesso e centrale nella vita degli individui, delle famiglie e dell'intera comunità del nostro paese che non può essere pensato riduttivisticamente come semplice prestazione di servizi pubblici. C'è qualcosa di più che deve essere tenuto di conto. Dietro questi servizi c'è un patto fra cittadini e Stato che è un elemento fondativo e non marginale, o accidentale, della Costituzione sostanziale del paese. 

E' partendo da questa “complessità” che si deve entrare nella discussione sul nuovo welfare. Dobbiamo salvare il concetto universalistico, al di là del quale c'è il welfare per i poveri che rischia dequalificazione e mancanza crescente di risorse, e dobbiamo salvare il suo contenuto redistributivo e assicurativo generale. Quel contenuto che significa davvero inclusione, solidarietà e senso della comunità.

Nell'impostazione di Petretto non ho trovato questo “senso della complessità”. Conosco personalmente l'Assessore e so che invece questo senso fa parte della sua cultura politica e della sua impostazione economico-sociale.  Diciamo che il messaggio era fortemente centrato sul problema della copertura finanziaria dei servizi ed è parso, in un ristretto spazio giornalistico, fermarsi a quello. Il tema della copertura è certamente centrale e prioritario. Ma una copertura che sia strategica e non congiunturale (cioè ogni anno se ne riparla!!!) richiede di entrare con i “piedi nel piatto”. E quindi richiede una discussione ampia sul nuovo patto fra cittadini e Stato. Cosa si deve aspettare il cittadino, cosa deve dare e quale è il modello di lungo periodo che emerge da una profonda e innovativa Riforma. A quel punto ben venga il discorso sulla copertura, sulle esternalizzazioni e sulla riduzione dei costi e dell'area di prestazione pubblica dei servizi. Ma solo dopo e non prima della Riforma.  Altrimenti si fa solo “bassa ragioneria”, con tutto il rispetto per i ragionieri!

E' chiaro che l'impostazione del Presidente Rossi è parsa più convincente. Il welfare toscano non deve essere abbandonato. Dobbiamo trovare il modo per salvare universalità, redistribuzione e assicurazione sociale in un sistema che sia innovativo (ci sono nuovi soggetti e nuovi bisogni da considerare, che non riguardano solo gli immigrati!), che presenti meno sprechi e che definisca in maniera trasparente e strategica cosa è “dentro” e cosa è “fuori”. E le proposte del Presidente Rossi, molto chiare in Sanità e ancora “abbozzate” negli altri settori, sono certamente una buona e solida base di partenza per discutere. Credo che sulla necessità di non abbandonare il campo, ed anzi di rafforzarlo in alcune componenti, la gran parte della comunità regionale stia col Presidente. Certo lamentandosi per una lista di attesa più lunga, per un disservizio per eccesso di burocrazia e di disattenzione e anche, succede, per modalità di accesso ai benefici non sempre trasparenti e condivise (chi ha la casa popolare e chi no? Chi sta in una Rsa e chi no? Chi ha il bimbo in un asilo e chi no? E così via..). Ma la legittimazione del welfare toscano rimane alta a fronte di una qualità intrinseca e percepita di livello assoluto.

Quello che non sempre appare condivisibile, più che nelle scelte, nella presentazione politica delle scelte sul welfare  da parte del Governatore della Toscana è la particolare enfasi che pone nella scelta di finanziare gli sbilanci attraverso il maggior carico fiscale e contributivo dei cittadini che hanno redditi più alti (quando sopra 100 mila euro, quando 75 mila euro, quando 36 mila euro etc).  Intendiamoci nessuno mette in discussione che a fronte della crisi ci sia un peso finanziario che non può che gravare sui redditi più alti. Ma questo ricorso deve tener conto di tre elementi:
a) il primo è che questi redditi, legalmente denunciati in un paese dove questo accade non sempre e non ovunque, sono già gravati ampiamente da imposte progressive (riconoscimento del problema elusione ed evasione reddituale e patrimoniale);
b) il secondo è che questi redditi sono legittimamente guadagnati per attività che spesso richiedono competenze e capacità e non per “grazia ricevuta” – ammetto che ci sono anche questi casi, ma non rappresentano certamente  la “norma”! Per cui la filosofia dello slogan “anche i ricchi piangono” può strappare applausi in una Festa di Partito ma non rappresenta una base adeguata per un patto fra Stato e cittadini (riconoscimento del merito);
c) il terzo è che la copertura del welfare deve essere favorita da un atteggiamento “risparmioso e di attenzione” da parte di tutti i cittadini. Per cui il riequilibrio deve essere il frutto di un'azione collettiva e non solo di quelle fasce sociali su cui ricade direttamente  e indirettamente il costo o su singoli e gruppi dotati di maggior senso di responsabilità individuale. Quanti flaconi di medicine gratis buttate nei rifiuti. Quante analisi gratis che non tengono conto della necessità. E così via.  (riconoscimento della responsabilità).

Penso che se ai giusti temi della redistribuzione del reddito, della assicurazione sociale e  della redistribuzione delle opportunità, il welfare toscano (e italiano) saprà tenere conto del principio del merito e della responsabilità e si porrà il problema, endemico e sempre meno accettabile, dell'evasione fiscale (si parla del 30% del pil) e della non vericidità  delle dichiarazioni  di appartenenza a fasce di reddito e di patrimonio (si parla del 30% dei cittadini) si potrà dire che siamo ad un nuovo, buon, inizio per una Riforma seria e condivisa del welfare.

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