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Perché l’Unione Europea conviene alle donne Opinion leader

Firenze – E’ difficile negare che esista una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni europee. Per il 51% dei cittadini europei l’Europa evoca un’immagine negativa. Per quasi l’84% degli Italiani appartenere all’Unione europea non ha migliorato gli standard di vita degli italiani.

È un fenomeno da attribuire in gran parte alla crisi economica e alle misure di austerità e di tagli che l’Europa ha imposto soprattutto ad alcuni Paesi. Politiche di rigore, riforme senza risorse, regole e vincoli di bilancio che impediscono investimenti nazionali hanno creato in molte aree dell’Europa problemi sociali, tagli al welfare, maggiore disoccupazione, soprattutto giovanile.

Tutto questo ha prodotto una corrente sempre più forte di antieuropeismo e di conseguente sovranismo e populismo che si sta sviluppando in tutta Europa. Insomma, è come se il sogno europeo si fosse infranto. Comunque è chiaro a tutti che ha subito dei duri colpi.

Sia pure in un quadro fatto di luci e ombre, credo però che per le donne il rapporto con l’Europa e le sue istituzioni debba essere valutato diversamente. Occorre riconoscere che le varie istituzioni europee, a più riprese, hanno segnato orizzonti sempre più avanzati, sia sul piano dei valori che su quello delle indicazioni politiche, di piani di azione, di regole, di investimenti in formazione attraverso importanti programmi realizzati in tutta Europa.

È innegabile che l’UE si sia posta tra gli spazi giuridici più avanzati del mondo in generale e in particolare per l’affermazione dei diritti delle donne. Le politiche che sono state promosse hanno contribuito notevolmente all’apertura di un nuovo orizzonte, che viene definito «democrazia paritaria» e che ha come perno l’empowerment femminile, il riconoscimento dell’autorevolezza delle donne, del loro ruolo in tutti gli ambiti della società e non solo nella famiglia, ma anche nel lavoro, nelle professioni, nel discorso pubblico, nella politica.

Un cambiamento che si comincia a riscontrare anche nel linguaggio, un nuovo linguaggio paritario che riguarda anche le leggi, e che dimostra che possiamo entrare in un cambiamento effettivo delle regole. Pensiamo soltanto alla legge elettorale: oggi le leggi non possono non prevedere norme antidiscriminatorie.

Possiamo sintetizzare dicendo che le istituzioni europee hanno saputo assumere e rilanciare le elaborazioni culturali sulla parità e la democrazia paritaria che sono venute dai vari Paesi e dagli organismi internazionali come l’ONU.Se dovessi dare una definizione della democrazia paritaria, direi proprio che essa consiste nell’eguale partecipazione delle donne e degli uomini alla costruzione di tutte le agenzie e istituzioni della democrazia.

È la possibilità di condividere sia la sfera pubblica che la sfera privata, il potere pubblico e il lavoro di cura. Bisogna tener conto dei cambiamenti che le donne hanno prodotto su se stesse, del fatto che le donne oggi hanno molti desideri e sono diventate poco disposte a fare rinunce: vogliono studiare, svolgere un lavoro all’altezza della loro formazione, fare carriera, essere madri. In sintesi, vogliono contribuire a costruire le condizioni per poter essere davvero libere e responsabili; vogliono essere artefici di se stesse e del loro destino.

Questo nuovo essere delle donne richiede la costruzione di una nuova e diversa forma di con-vivenza fra uomini e donne, un nuovo ethos, nel senso letterale di questo termine, che significa “dimora”: un luogo in cui abitare insieme, uomini e donne; una forma del con-vivere fondata su un nuovo patto su come stare nel mondo insieme e basata prima di tutto sul rispetto dell’aspirazione femminile alla libertà e a un’eguaglianza più piena; una con-vivenza basata sul riconoscimento del loro desiderio di stare sulla scena pubblica.

“Democrazia paritaria” non è allora una formula vaga, ma ha una sostanza culturale, giuridica e politica molto pregnante e concreta che dà forza al principio di eguaglianza, previsto sia nella nostra Costituzione sia nella Carta europea dei diritti. Significa effettiva cooperazione nelle attività sociali e politiche; condivisione del lavoro di cura in una democrazia che riconosce l’esistenza sulla scena pubblica di due generi che godono di eguaglianza e di eguali opportunità.

Un ottimo segno è anche l’accordo raggiunto nelle scorse settimane nella Commissione europea sul congedo paterno obbligatorio di 12 gg. L’approvazione definitiva di questo provvedimento sarebbe un segnale importantissimo sia sul piano simbolico sia nella concretezza della vita familiare fondata sulla cooperazione e sulla condivisione, che a me parela conditio sine qua non della democrazia paritaria.

Ricordo che un precedente tentativo non è andato in porto. Dopo la Conferenza mondiale delle donne, che si svolse a Pechino nel 1995 (ormai siamo a quasi 25 anni fa) e che impose all’attenzione pubblica mondiale due parole  – empowerment  e mainstreaming  – queste diventano le categorie pilastro delle politiche europee di parità e viene messa al centro l’integrazione della tematica della parità uomo-donna in tutte le politiche comunitarie.

Empowerment era e continua a essere la parola magica: riconoscere potere, conferire potere e ruolo sociale alle donne. Nel Documento finale di Pechino si sosteneva che  il rafforzamento del potere delle donne e la loro piena partecipazione su basi paritarie a tutti i settori della vita sociale, inclusa la partecipazione ai processi decisionali, e il loro accesso al potere sono fondamentali per il raggiungimento dell’eguaglianza, dello sviluppo e della pace.

Si entrava in una fase nuova della loro storia, sul piano culturale, civile, politico. Non era più la debolezza femminile la molla delle politiche di pari opportunità, bensì la considerazione che le donne costituiscono una risorsa per costruire un mondo migliore. E anche un’Europa migliore.

Sul piano dei nuovi valori, si possono trovare passaggi importantissimi nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, approvata a Nizza nel 2000 (e assunta nel Trattato di Lisbona nel 2009), che ha un articolo, il 23, intitolato specificamente alla Parità tra uomini e donne, dove si afferma:

“La parità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso in materia di occupazione, di lavoro e di retribuzione. Il principio della parità non osta al mantenimento o all’adozione di misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato.”

Due passaggi vanno sottolineati:

  1. La parità deve essere assicurata e non soltanto affermata. Assicurata nel senso che deve essere conseguita e, dunque, alle istituzioni pubbliche si richiedono politiche finalizzate a conseguire questo obiettivo;
  2. si afferma esplicitamente che sono legittime le azioni positive a favore delle donne in quanto sesso sottorappresentato: anche in questo caso in tutti gli ambiti, compresa la rappresentanza politica.

Un altro momento rilevante in questa storia di rapporto fra Europa e diritti delle donne è l’adozione nel 2010 – in coincidenza col 15º anniversario della conferenza di Pechino e in occasione della giornata internazionale della donna – della Carta per le donne,  che contiene i principi fondamentali che devono ispirare le politiche comunitarie e nazionali: la sintetizzerei nell’espressione riconoscimento della dignità e delle capacità delle donne, che ha come implicazioni pratiche i 5 punti strategici che vi sono contenuti:

  • Pari indipendenza economica
  • Pari retribuzione a parità di lavoro
  • Parità nel processo decisionale
  • Dignità delle donne e contrasto della violenza
  • Parità fra i generi oltre i confini dell’Unione

Ma già nel 1999, con l’assunzione del principio di mainstreaming nel Trattato di Amsterdam, si era realizzato un altro passo avanti notevole perché si metteva al centro l’integrazione della tematica della parità uomo-donna in tutte le politiche comunitarie e si richiedeva l’adozione di una prospettiva di genere e del principio di parità da parte di tutti gli attori del processo politico in ogni settore e ambito di attività: il lavoro e la parità salariale in primis, ma non più soltanto questi.

Ci si è potuti finalmente così occupare, ad esempio, di pari opportunità nella ricerca scientifica, nelle politiche culturali, per i Fondi strutturali, nella rappresentanza istituzionale.

Certo, non tutte le politiche proposte e le azioni intraprese dall’UE hanno avuto efficacia.

In un altro documento – il Report sull’eguaglianza fra uomini e donne del 2014 – si legge nella Prefazione: “Nonostante i numerosi progressi e le molte azioni intraprese, la parità fra donne e uomini rimane ancora piuttosto un’impresa non finita”.  

La parità fra uomini e donne in Europa è un’impresa non finita. Questo è evidente. Non si tratta di negare i progressi verso la parità fatti nei decenni trascorsi, grazie anche agli impulsi, in alcuni momenti forti e decisivi, dati dalle diverse agenzie europee e nazionali.

Ma non dobbiamo neanche sottacere ciò che ancora resta da fare; che è ancora molto, sperando che il vento della regressione che spira un po’ dovunque non arrivi fino alle istituzioni europee e a interrompere il processo di costruzione, sia pure faticosa, della democrazia paritaria. Fra gli obiettivi non raggiunti vi è l’occupazione femminile.

È ancora troppo grande il gender pay gap e la povertà femminile in alcune aree europee è addirittura in crescita. Anche i dati della violenza di genere e dei femminicidi rimangono ancora drammatici.

Non sono ancora soddisfacenti, inoltre, i numeri della rappresentanza femminile nelle assemblee elettive, nonostante i progressi compiuti nelle elezioni più recenti sia al Parlamento europeo che in molti Parlamenti nazionali. Lo stesso vale per la presenza del numero di donne nei Consigli di amministrazione, nonostante che in alcuni Paesi – come l’Italia – siano state varate leggi.

L’elenco sarebbe lungo. Voglio però citare i progressi consistenti che sono stati invece compiuti nel campo dell’Istruzione: il numero di donne laureate o con un titolo elevato di studio è aumentato e ha superato quello degli uomini. Nel complesso il loro rendimento scolastico è mediamente superiore a quello dei colleghi uomini.

E però, anche in questo ambito al migliore rendimento e alla superiorità delle donne nelle performances durante l’iter formativo non corrisponde un maggiore vantaggio nel mercato del lavoro. È dunque importante che le agenzie che in Europa si occupano di parità fra i generi comincino a interrogarsi sul perché, nonostante direttive, piani di azione e risorse economiche e umane investite, i risultati siano così scarsi e i progressi così lenti.

È evidente che molto dipende dall’impatto che le misure europee hanno sulle situazioni e sulle culture nazionali; dipende dalle strategie nazionali e dall’efficacia delle leggi e dei provvedimenti che vengono adottati, dalla permanenza degli stereotipi. Continua a essere purtroppo come un fermo immagine la foto che rappresenta da una parte l’uomo –  che è il dominus – e dall’altra la donna che deve sottostare a lui non solo sul piano simbolico, ma spesso nella realtà della vita quotidiana e sociale. Deve stare un gradino sotto, con una libertà limitata.

È questa cultura, ne sono convinta, la cultura cioè della gerarchia di valore, e della relazione intesa come possesso che è alla base del fenomeno del femminicidio e della violenza sulle donne. L’importante documento del Consiglio d’Europa La Convenzione di Istanbul per il contrasto alla violenza di genere segna un salto notevole nel livello di cultura giuridica e soaciale raggiunto, e però gli effetti sono ancora scarsi perché occorre agire sulle culture e sugli stereotipi che sono ancora di impronta patriarcale, difficile da scalfire.

Pensiamo alla sentenza su un femminicidio che ha dimezzato la pena con la motivazione che il femminicida era in preda a una tempesta emotiva e passionale (quasi una replica del delitto d’onore). Le istituzioni europee hanno fatto giustamente della lotta agli stereotipi un punto di forza.

Lo stereotipo è uno strumento potentissimo di condizionamento sociale e culturale e spesso di dissuasione della libertà di scelta. Nonostante che non tutti gli obiettivi siano stati ancora raggiunti, sarebbe tuttavia un errore – lo ripeto – non valutare positivamente la spinta che è venuta dall’Europa sulla parità fra uomini e donne per conseguire nuovi traguardi nella parità.

Possiamo dire con uno slogan che “Alle donne l’Unione Europea conviene”; essa costituisce una risorsa per potere andare avanti sulla strada di una parità più effettiva, per affermare una vera democrazia paritaria.

Vittoria Franco

Intervento tenuto al convegno Un’altra Europa è possibile? dell’8 marzo 2019

Foto: Angela Merkel con Alexis Tsipras

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