energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

Pianeta carcere, dall’incremento della politica edilizia alla natura della pena Breaking news, Cronaca

Firenze – L’incredibile vicenda della fuga di sette ragazzi, detenuti nel carcere minorile milanese Beccaria, ripropone all’attenzione dell’opinione pubblica alcuni quesiti che riguardano il mondo carcerario, che affronta una delle sue crisi ricorrenti più buie dell’intera storia repubblicana. All’ordine del giorno infatti i disagi fortissimi cui vengono sottoposti sia i detenuti che gli operatori della sicurezza, al netto della fatiscenza delle strutture e dell’insufficienza dell’organico. Sulla questione carcere, in particolare per quanto riguarda Sollicciano, è il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia Francesco Torselli, raggiunto da Stamp, a intervenire. “Uno dei problemi del sistema carcerario è quello della popolazione detentiva in sovrannumero, problema da cui non è esente nessuna Regione italiana. Fra le soluzioni che Fratelli d’Italia auspica e caldeggia, è primaria quella di un deciso investimento sull’edilizia carceraria e non sui provvedimenti di depenalizzazione. L’ammodernamento delle strutture esistenti e e la realizzazione di nuove permette una migliore distribuzione dei detenuti con risvolti positivi in termini di sicurezza degli istituti e degli genti in servizio”.

Continua Torselli: “Si pensi al carcere di Sollicciano, doce i corridoi delle sezioni sono curvi, pertanto non permettono una visione completa agli agenti che sono costetti spesso ad interventi di emergenza, non potendo prevenire”.

Con un approccio diametralmente opposto, in particolare a valle degli accadimenti di Milano, interviene Massimo Lensi, uno dei massimi esperti sul tema. “La vera domanda da porsi è: ha ancora un senso, il carcere minorile? Questa è la vera domanda su cui riflettere, non la reazione di sconcerto di fronte all’evasione dal minorile Beccaria di Milano. Le riforme recenti hanno individuato l’inserimento in comunità per i minori e i giovani adulti (i giovani adulti sono quelli che superano i 18 anni d’età) e la funzione residuale del carcere. L’inserimento in comunità prevale su tutto: prevale la responsabilizzaizone del ragazzo, gli accertamenti sulla sua persoalità in formazione, il legame affettivo fra il ragazzo, la famiglia, il luogo d’origine. Non ha più senso, oggi, il carcere minorile”.

“In Toscana – continua Lensi – abbiamo anche l’unico carcere minorile femminile in Europa. La Toscana terra dei diritti, dovrebbe avere maggiore attenzione su questo fenomeno, perché siamo in un’ambito in cui il carcere non ha più ragione di esistere. Va ristabilito il legame forte con la comunità. Non dev’essere neanche residuale. Ovviamente, ci possono essere casi in cui si fallisce. Ma il punto di partenza non dev’essere la valenza punitiva dello Stato”.

Quindi, si torna al concetto di pena, valido per tutti i detenuti. “Il senso della pena deve cambiare sia per gli adulti che per i minori. Per fortuna, nel minorile vige il concetto di funzione educativa della pena, non rieducativa, che è un altro concetto. La rieducazione in carcere non ha mai funzionato, come ho avuto occasione di dire svariate volte, e oggi si sviluppa in una sorta di ipocrisia buonista. La rieducazione è presente in regimi che hanno i campi rieducativi di lavoro, è una forma di umiliazione che nel nostro ordinamento è per di più premiale: si accede al sistema alternativo tramite un giudice di sorveglianza che decide a seconda del fatto che tu ti sia comportato bene o no. Sono i meccanismi disciplinari criticati da Michel Foucault. La Corte Costituzionale ha già smantellato da tempo questo meccanismo. Oggi nel nostro sistema si parla di polifunzionalità della pena, all’intern della quale c’è un magma che deve prendere corpo, ma vi si sono inserite nuove funzioni, come quella di “riparazione”. La funzione riparativa della pena rompe quella linea diretta fra imputato e giudice inserendo una nuova triangolazione: imputato-giudice- vittima del reato. Tra la vittima e l’imputato, sia in fase processale che in fase di esecuzione, si potrebbe trovare un accordo riparativo. Il che non significa affidamento al lavoro, ma è dare un senso ai famigliari della vittima alla vittima del reato, sia un’utilità alla pena. E’ questa la parola chiave: utilità. Oggi nel nostro ordinamento la pena non dev’essere rieducativa, ma utile. Alla vittima, all’imputato e alla società”.

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »