energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Piketty: il capitalismo macchina creatrice di disuguaglianze Opinion leader

Firenze –  Per  gli appassionati lettori di Paul Krugman e Joseph Stiglitz, quelli che sono alla ricerca inquieta di strumenti e modelli per capire cosa sta accadendo nelle nostre società bersagliate dalla recessione, è arrivato il saggio in grado di porre il dibattito sui binari giusti, corrispondenti alla cultura, alla sensibilità e all’esperienza della vecchia Europa. Si parla del libro di Thomas Piketty, “Il capitale nel XXI secolo” (Bompiani), il best seller mondiale di economia che verrà discusso venerdì 5 dicembre alle ore 17 nella sala Pistelli del Palazzo Medici Riccardi con la partecipazione del presidente del PD, Matteo Orfini, l’economista Massimo d’Antoni e l’assessore al Bilancio del Comune di Firenze, l’economista Lorenzo Perra.

Non è la prima volta che un francese offre al dibattito pubblico una sintesi propositiva di quanto si va elaborando da parte degli economisti più seri e indipendenti. Gli anni 90 si aprirono con il saggio di Michel Albert, “Capitalisme contre Capitalisme” che metteva a confronto, dopo la fine del comunismo, due modelli di capitalismo: quello “neoamericano” fondato sul successo individuale e il profitto finanziario a breve termine, e il modello “renano”, che dà più valore al successo collettivo, al consenso, al pensare sul lungo termine. E fu ancora Viviane Forrester, una giornalista francese, che alla fine del millennio mise in guardia sulle tendenze che anche il capitalismo renano stava mostrando in un  pamphlet che denunciava “L’horreur économique”, il “pensiero unico” che rende fatalistiche le analisi economiche dei sistemi capitalistici avanzati.

C’è ancora un libro da citare che ci porta dritti ai temi di Piketty. Nel 2005 uscì il libro di Jacques Attali, già presidente della Banca europea degli investimenti, “Karl Marx ou l’esprit du monde”: nel momento in cui si è accelerata la globalizzazione, che per altro aveva previsto, Marx ritorna di attualità, superando “le code di paglia” e il ridottissimo tasso di credibilità di chi si è schierato con maggiore o minore onestà intellettuale per il socialismo reale.

Piketty non ha di questi problemi.  Quando è caduto il Muro di Berlino aveva 18 anni per cui è “vaccinato  a vita contro i discorsi anticapitalistici convenzionali e  triti, i quali paiono a volte ignorare il fondamentale fallimento storico del socialismo reale e troppo spesso rifiutano di ricorrere ai mezzi intellettuali adeguato per elaborarlo”. Dunque nessun imbarazzo a dare al suo saggio lo stesso titolo dell’opera principale di Marx, anche perché parte da presupposti assai meno teorici e pregiudiziali del filosofo tedesco, e molto di più basati  sul lavoro di grandi economisti statistici, come Simon Kuznets che ha studiato la crescita della disuguaglianza negli Usa fra il 1913 e il 1948, ma anche come Corrado Gini inventore del  molto usato coefficiente, che misura la diseguaglianza, ma che ha dei limiti della stessa natura che Piketty rimprovera in generale alla disciplina economica “mai guarita dalla sindrome infantile della passione per la matematica e per le astrazioni puramente teoriche, sovente molto ideologiche a scapito della ricerca storica e del raccordo con le altre scienze sociali”.

La tesi centrale di Piketty è che, in certe condizioni di crescita debole, il capitalismo diventauna macchina creatrice di disuguaglianze” che sono “insostenibili, arbitrarie, e rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche”. E’ quella che definisce “legge fondamentale del capitalismo”. Ciò accade “quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito”, un momento nel quale per il capitalista è più facile fare crescere il suo patrimonio, rispetto al lavoratore che deve costituirsene uno.  Il risultato è che oggi in Europa il valore complessivo dei patrimoni privati equivale a 5,5 annate di reddito nazionale (la somma dei redditi annuali di capitale e lavoro), addirittura 7 in Italia, mentre nel 1950 equivaleva a 2,5 annate.

La dinamica creatrice di disuguaglianza è accelerata dalle differenze dei rendimenti del capitale fra i molto ricchi e gli altri. Si arriva così a una delle espressioni più belle dell’autore: “il passato divora il futuro”, perché quando il reddito del capitale è in modo forte e durevole più elevato della crescita economica, è inevitabile che quanto si è ereditato dei patrimoni frutto dell’accumulazione del passato, domina su quanto si può accumulare dai redditi attuali.

La domanda da porsi è dunque:” Lo scontro capitale lavoro appartiene al passato o tornerà a essere una delle chiavi di volta del XXI secolo?”.  Se è vero che “il peggio non è mai prevedibile”, l’autore è convinto che “esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche”. E avanza una proposta che definisce “utopia utile”, cioè “un’imposta mondiale progressiva sul capitale uno strumento che avrebbe anche il merito di produrre trasparenza democratica e finanziaria sui patrimoni, condizione necessaria per una regolazione efficace del sistema bancario e dei flussi finanziari internazionali”. Un’utopia perché sarebbe necessaria una unità di intenti fra i paesi europei che attualmente non è realistica, considerato l’alto tasso di concorrenza fiscale in regime di libera circolazione dei capitali. Ma vale la pena discutere perché se si vuole che “la democrazia riprenda il controllo del capitalismo finanziario globalizzato, vanno cercati strumenti altrettanto nuovi”.

Nel frattempo nuovi sistemi di welfare dovranno potenziare il più possibile i fattori che aiutano a equilibrare le disuguaglianze con investimenti soprattutto sulla istruzione e la formazione e sul capitale umano. Perché “se non ci si interroga di continuo su come adeguare sempre meglio i servizi alle pubbliche necessità, il consenso all’alto livello dei prelievi fiscali e dunque allo stato sociale non durerà in eterno” e dunque vanno affrontati con razionalità e urgenza i problemi di organizzazione, di modernizzazione e di consolidamento dello stato sociale.

Ma di questo discuteremo con Orfini, D’Antoni e Perra nell’incontro organizzato dall’Istituto Gramsci. 

 

foto: www.trend-online.com

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »