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Pino De Maio, un canto che dà speranza Rubriche

Pino De Maio per strada ci è cresciuto ed ha imparato presto la durezza della vita: è nato a Miano, in uno dei quartieri più a rischio della periferia napoletana. Sei fratelli, la madre casalinga e il padre venditore ambulante di occhiali. Portava a casa appena il necessario per sfamare i figli, ma spesso i soldi non bastavano e Pino, fin da piccolo, ha dovuto darsi da fare e accontentarsi di poco. Non c’era nessuno che potesse occuparsi di lui, giocare o raccontargli una favola, come avrebbe voluto. Difficile sottrarsi alla tentazione delle cattive compagnie, alle lusinghe della violenza e del denaro facile. Gli appigli che gli hanno impedito di perdersi sono stati l’atletica leggera e la musica, sua sorella Annamaria è stata la prima a credere in lui e a incoraggiarlo. Della chitarra si era innamorato fin da bambino, sentendola suonare in uno scantinato. Nel 1974 ha iniziato la sua carriera da professionista con il trio “I Michelemmà”, nel repertorio canti popolari e brani di grandi poeti, da Di Giacomo a Libero Bovio. La passione per la canzone napoletana, anche colta, e l’impegno nel sociale sono ancora i tratti distintivi della sua attività. Gli stanno a cuore il riconoscimento dei cultori della canzone e l’impegno per la sua Napoli, città bella e dannata. Va fiero della sua creatura: “La Villanella”, costituita dieci anni fa per promuovere e diffondere la tradizione napoletana, in particolare quella musicale, e per metterla a servizio dei ragazzi a rischio, degli emarginati, dei detenuti. Pino è arrivato lontano con la sua chitarra e ha ricevuto riconoscimenti importanti. Ha cantato per Enrico Berlinguer e per Giorgio Almirante, ha suonato di fronte alla regina Elisabetta, per le first ladies del G7 tenutosi a Napoli, ma non ha dimenticato la sua infanzia, i suoi amici, la polvere della strada e i sogni spezzati di chi si è arreso. Da venti anni mette la sua esperienza a servizio dei ragazzi del carcere minorile di Nisida e porta la sua muisca nelle scuole. “Uè Guagliù” è diventato un inno di speranza e un grido di riscatto, simbolo dei detenuti di Nisida. E con “Marialuna, una vita tutta in salita” la musica è la colonna sonora di uno spettacolo che incita a non arrendersi, a cercare la propria strada lontano dalla violenza e dalla criminalità. I complimenti di Riccardo Muti, l’apprezzamento di Giorgio Napolitano che ha assistito ad uno spettacolo nel carcere di Nisida, sono stati una grande soddisfazione, di cui Pino è orgoglioso. Dai suoi occhi traspare un velo di malinconia, l’ombra della solitudine di un bambino che si è misurato con le difficoltà, ma anche la fiducia di chi non ha mai smesso di sperare, perché, guagliù, qualcosa cambierà:
“Ué guagliù! E fermati a pensare,
la barca sta affondando e tu ti lasci andare
come fosse un gioco.
Afferra quella fune, è l’ultima occasione,
stringi le mie mani e non lasciarle mai perché…
Qualcosa cambierà. Qualcosa cambierà
E l’alba è ormai tornata per dirti che la vita non è tutta buia.
Qualcosa cambierà…”

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