energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Più tasse, meno investimenti: manovra alla prova dei fatti Economia, Opinion leader

Firenze – La manovra del Governo per il 2019 è stata varata e, a partire dal 1° gennaio, non è soltanto una Legge ma comincia a diventare lo schema reale all’interno del quale vanno letti i principali fatti economici che dipendono dalla presenza dello Stato e dalla sua azione sull’economia del paese.

Si tratta di una manovra di circa 37 miliardi che dovrebbe produrre, con una crescita del Pil prevista all’1.0%, un deficit del 2,04%.

Le principali grandezze in campo della manovra sono rappresentate, a parte i 12.5 miliardi dovuti per la clausola di salvaguardia dell’Iva che rappresenta oramai il “controllore europeo” dentro le manovre dell’Italia e che è destinato a crescere quasi raddoppiando nel 2019, da due interventi di rilievo e da una serie di interventi diffusi che sembrano più alludere ad una politica piuttosto che incidere in maniera significativa sullo stato reale del paese.

Il più importante in termini di impegno finanziario è quello relativo al reddito di cittadinanza e alla riforma dei centri per l’impiego che avrà una dotazione di 10 miliardi (di cui 7,3 netti e 2,7 ricavati dall’azzeramento del Reddito di inclusione che rispondeva, in maniera diversa, alla stessa platea sociale).

Quindi vengono destinati 7 miliardi per l’anticipo pensionistico di quei lavoratori che raggiungono quota 100 (38 anni di contributi e 62 anni di età) e che avrebbero dovuto attendere 67 anni di età con la riforma della Fornero. Si tratta di una platea piuttosto ampia che non è dato di sapere come aderirà alla nuova regola spinta da una parte dall’anticipo dell’abbandono del lavoro e trattenuta invece dall’altra del taglio del proprio montante pensionistico.

Poi, come dicevamo, ci sono interventi piuttosto limitati che vogliono dare segnali politici a determinati comparti economico sociali del paese ma che, per livello di intervento complessivo, non avranno particolare influenza sulla dinamica economica del sistema.

Il più interessante è la flat tax per i professionisti e gli imprenditori individuali che destina 600 milioni per agevolare fiscalmente coloro che registrano fino a 65 mila euro di fatturato (più che raddoppiando la soglia già prevista di 30 mila euro dalla precedente manovra). Si tratta di una azione abbastanza limitata ma che va a incentivare e sostenere una categoria in forte criticità negli ultimi anni, anche a causa di un forte ridimensionamento di spesa pubblica nei principali settori tecnico professionali e in continuo “contenzioso” con lo Stato per l’eccessivo prelievo di imposte e contributi sul “proprio” risultato d’opera.

Pur nella limitatezza dell’intervento, questa azione apre, o potrebbe aprire, una discussione seria sul diverso “peso” che il sistema contributivo e fiscale opera in termini soggettivi in relazione a diverse categorie economiche che hanno differente livello di impegno sul lavoro e una diversa sicurezza nel tempo di vita in termini di reddito e di lavoro.

Poi ci sono alcuni interventi a favore delle piccole imprese, fra cui il principale è lo sgravio dell’Ires sugli utili reinvestiti e sulla ricerca per 1,5 miliardi, ma che non sembrano inserirsi in un quadro generale di sostegno allo sviluppo. Questo in parte vale anche per le azioni sulle imprese svolte dai precedenti governi.

Forse sarebbe il caso di ripensare in generale ad un diverso rapporto fra sviluppo del paese, crescita e tenuta dell’occupazione, ruolo delle imprese e sistema fiscale che andrebbe rivisto in tutte le sue parti per renderlo coerente globalmente e per evitare sistemi di incentivi “stop and go” che in qualche caso possono raggiungere un qualche risultato positivo ma che non cambiano la natura strutturale del sistema.

Che deve essere sempre più orientata alla crescita e allo sviluppo di lungo periodo, ambientalmente e socialmente sostenibile, fondato sull’innovazione e sulla ricerca e sempre meno sullo sfruttamento di vantaggi a breve che derivano dalla congiuntura economica e dai trattamenti fiscali e incentivi economici pubblici continuamente modificati dalla mano pubblica.

Per quanto riguarda le entrate, va segnalata la crescita della pressione fiscale generale che passa dal 42% del 2018 al 42,4% del 2019, al 42,8% del 2020 ed infine al 42,5% del 2021. Nel periodo 2019-2021 ci sarà una crescita di imposte intorno ai 23 miliardi che verranno per 7,3 miliardi dai contribuenti condonati, per 9 miliardi da Banche, Assicurazioni, Giochi e Web e per 6,4 miliardi da imprese consumatori e imposte locali. Se le consideriamo insieme a 6,8 miliardi di sgravi per la flat tax e per le agevolazioni immobiliari rimane un netto di incremento di tassazione nei tre anni di circa 16 miliardi. Una media di circa 5 miliardi per anno.

Il primo giudizio che si può dare è di tipo macroeconomico. Peraltro la lettura macroeconomica è stato il primo, e principale, terreno di scontro fra l’impostazione del nuovo Governo italiano e le autorità europee. Qui vorrei affermare una tesi, che so che potrebbe non essere condivisa da molti, ma che penso abbia un certo fondamento dal punto di vista economico ed anche politico.

La tesi è che la previsione iniziale, ereditata dal precedente accordo fra Italia ed Europa, di un deficit intorno all’1,8% nel 2019 per poi calare a valori prossimi all’1,0% alla fine del triennio era, alla luce del nuovo scenario economico sopravveniente, decisamente depressiva. Cioè poteva andare bene in uno scenario evolutivo mondiale ed europeo ancora in crescita ma non in quello nuovo caratterizzato dalla minigelata impressa dalla vicenda dazi e poi ulteriormente alimentata dalle voci insistenti sull’aumento dei tassi di interesse prossimo venturo.

Cioè voglio dire che l’Italia, e forse anche l’Europa, nel nuovo scenario poteva far valere l’ipotesi di un andamento peggiorativo dell’output gap (cioè la distanza fra produzione prevista e produzione potenziale) e rilasciare un po’ di più le briglie. E che questo non è avvenuto, o è avvenuto per piccole cifre decimali, per il metodo di approccio con cui il Governo italiano ha impostato la trattativa con l’Europa.

Ho la netta impressione che se avessero prevalso le considerazioni economiche, sostenute da studi, indicatori e valutazioni economicamente fondate ed esibite (i famosi numerini più volte “scherniti” dai nostri governanti) forse oggi l’Italia avrebbe potuto contare su una manovra più antidepressiva e stare tranquillamente su un deficit decisamente superiore al 2,0%.

Ed invece ci troviamo con una manovra di fatto, nel nuovo scenario economico, poco impulsiva che difficilmente riuscirà e a raggiungere anche il modesto obiettivo di crescita dell’1,0%. Con le inevitabili ricadute negative sulla tenuta occupazionale.

In particolare risulta scarsamente supportato il processo di crescita degli investimenti pubblici che è da sempre riconosciuto come il principale volano di spesa per far crescere l’economia. Nella manovra si parla in maniera molto vaga di un incremento degli investimenti intorno ai 3,5 miliardi. Ma occorre valutare la base di partenza del complesso degli investimenti pubblici.

Solo alcuni numeri: nel 2009 sono stati pari a 54,2 miliardi, nel 2011 45,3 miliardi, nel 2013 38,5 miliardi, nel 2015 36,6 miliardi e, infine, nel 2018 si va verso una previsione di poco superiore ai 33 miliardi. Bene, anche se si riuscisse a produrre un aumento di 3,5 miliardi si potrebbe ragguagliare il livello, decisamente basso, del 2015.
Con lo 0,4% in più di deficit ammissibile, e cioè circa 7 miliardi, e con la scelta di dedicarli tutti ad investimenti il volume sarebbe potuto arrivare intorno ai 44 miliardi.

Un livello decisamente importante e che sicuramente avrebbe dato una seria spinta alla crescita economica del paese. Ed invece la crescita prevista è decisamente limitata. Se a questo si aggiunge il clima di “blocco” che si sta imponendo a grandi e medie opere infrastrutturali non è arduo pensare che anche il raggiungimento di un livello limitato possa diventare un obiettivo di difficile realizzazione.

Se invece andiamo all’analisi dei singoli interventi, sempre con l’obiettivo di valutare l’impatto della manovra sulla crescita del paese, è indubbio rilevare come la gran parte delle azioni hanno effetti redistributivi più che di sviluppo. Certo un piccolo effetto in termini di crescita dei consumi ci potrà essere (è noto l’effetto “consumistico” della redistribuzione verso le famiglie più povere) ma non tale da modificare l’effetto generale della manovra in termini macroeconomici. Oltretutto è da valutare con attenzione l’effetto depressivo dell’uscita di lavoratori anziani dal ciclo produttivo che potrebbero non essere sostituiti con forze più giovani in un clima di bassa crescita globale.

E più in generale sarà da verificare l’impatto in termini di sentiment generale del paese rispetto alla crescita e allo sviluppo generato da una manovra e da un approccio politico del Governo che sembra decisamente improntata ad una logica assistenziale e risarcitoria.

Cioè quanto questo approccio potrà favorire l’inazione e l’attesa di un aiuto pubblico rispetto all’iniziativa e all’impegno personale. Insomma siamo di fronte ad una macroeconomia lenta e ad una microeconomia attendista.

Le premesse non sembrano favorevoli. Non resta che attendere le risposte del paese.

Print Friendly, PDF & Email

Translate »