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Pizzo e usura, ecco come i clan mettono le mani sulle imprese toscane Economia

«A un imprenditore in affanno si presenta un soggetto dalla faccia pulita, ben vestito, e gli offre denaro contante senza chiedere nulla. In un momento in cui le banche non prestano facilmente è una tentazione fortissima anche per l’imprenditore ”pulito”». E’ un tipico esempio di  partecipazione in azienda , una delle forme in cui la malavita organizzata riesce a penetrare anche in territori un cui non è radicata tradizionalmente, come ha spiegato stamane il sostituto procuratore DDA di Firenze Ettore Squillace Greco, alla presentazione del 13° rapporto di Sos Impresa, l’associazione antiracket e antiusura di Confcommercio fondata nel 1991. Il titolo è, non a caso, “Le mani della criminalità sulle imprese”, un fenomeno sempre più diffuso nelle regioni del centro-nord. «Con questo sistema entra liquidità di provenienza illecita anche in imprese sane, ed è la forma di penetrazione più insidiosa, perché nascosta – spiega Squillace – Il malavitoso, che sia della Camorra o di Cosa Nostra, della Sacra Corona Unita o della ‘Ndrangheta calabrese, non lo si deve immaginare con berretto e lupara. Sono professionisti vestiti benissimo e dalla faccia pulita. Per loro acquistare quote di società o attività in regioni con economie sane, come la Toscana,  è un investimento prezioso».

Le regioni ricche dell’Italia, come la Toscana, sono dunque territori appetibili dove i clan ripuliscono captali illeciti investendo in attività apparentemente legali, cantieri edili, strutture ricettive, locali notturni, grande distribuzione. Il rapporto parla di diversi gradi di penetrazione malavitosa. La Toscana viene definita “regione-cuscinetto”, insieme a Umbria e Liguria, dove non ci sono sedi operative radicate delle mafie storiche ma una massa consistente di investimenti, soprattutto in alcune zone (Versilia e Montecatini, Isola d’Elba, Prato) che inquinano il tessuto economico sano. «La Toscana ha un alto tasso di legalità e una forte capacità di reazione ai tentativi di infiltrazione da parte di istituzioni e imprese – aggiunge Squillace – Tuttavia ci sono segnali di presenze che sarebbe sbagliato sottovalutare. Nell’ultimo anno la Dda ha registrato un aumento di reati di usura, bancarotta, riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Da noi si nascondevano alcuni latitanti dei clan. Eppure negli ultimi 10 anni le sentenze per associazione mafiosa passate in giudicato dei tribunali toscani sono state 0. Vuol dire che c’è un problema. Dobbiamo intensificare i controlli e imparare a decodificare i segnali».

«Cerchiamo di convincere i colleghi a denunciare e li assistiamo nei processi lunghi e difficili, anche costituendoci come parte civile –  spiega Lino Busà, presidente di Sos impresa – Le estorsioni sono in aumento anche qui ma si registra purtroppo in Toscana una diminuzione delle denunce  dal 2008 (308) ad oggi (133 nel primo semestre del 2011). Dato in linea con il trend nazionale. Per quanto riguarda l’usura, Sos impresa stima che se nel 2000 erano 25mila gli usurai in attività, dieci anni dopo sono diventati 40mila. In Toscana abbiamo 8000 commercianti coinvolti, il 10,6% del totale, per un giro d’affari di 0,9 milioni di euro. Le operazioni antiusura nel 2010 sono state 16, 51 gli indagati o arrestati». Numeri che l’assessore regionale al Bilancio Riccardo Nencini definisce “orribili”. «La difficoltà di accesso al credito, uno dei problemi maggiori per le piccole imprese, spinge spesso a rivolgersi al credito illegale – spiega Massimo Vivoli, presidente Confesercenti Toscana  – Preoccupano in particolare alcune zone della Toscana, la Versilia, Prato, l’Elba, dove si registra la presenza della criminalità organizzata all’interno di piccole imprese, anche del commercio. Quelle più a rischio sono le imprese in difficoltà, e sappiamo che sono migliaia. Molti atti di violenza sono riconducibili ala presenza di mafie diverse, anche provenienti da Paesi dell’est e dalla Cina. Come Confesercenti mettiamo a disposizione il nostro Confidi, uno dei più grandi d’Italia, con una disponibilità di oltre 5 miliardi, come credito di garanzia per le imprese in difficoltà». 

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