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PNRR, Cgia Mestre critica : “Ogni anno spendiamo 4 Recovery Fund” Breaking news, Economia

Firenze – I soldi messi a disposizione dell’Italia con il Recovery Fund basteranno per rimetterne in carreggiata l’economia, distrutta da quasi due anni di pandemia? A suonare note dolenti ci pensa l‘Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che parte da una constatazione: al netto degli interessi sul debito, “l’anno scorso la spesa pubblica del nostro Paese è stata pari a quasi 890 miliardi di euro: un importo oltre 4 volte superiore a quanto saremo chiamati a spendere nei prossimi 5 anni con i soldi messi a disposizione dall’Unione europea con il Recovery che, ricordiamo, ammontano a 191,5 miliardi di euro”. Studiando la composizione della spesa pubblica, “per il 90 per cento circa è di parte corrente e viene utilizzata, in particolar modo, per liquidare gli stipendi dei dipendenti del pubblico impiego, per consentire i consumi della macchina pubblica e per pagare le prestazioni sociali”. Dunque l’avvertenza-premessa che parte dall’Ufficio Studi Cgia è che se giocoforza le nostre aspettative si basano sul “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR), d’altro canto servirebbe “un monitoraggio più attento e oculato”  su come “vengono impiegati ogni anno questi 890 miliardi di euro e attivi”.

I punti critici, secondo l’analisi dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, sono almeno quattro. Intanto, a fronte dei tanti investimenti da PNRR, gli studiosi della Cgia contestano la “poca redditività”; un effetto moltiplicatore contenuto sul Pil; numero di posti di lavoro significativamente inferiore di quanti già persi, e infine, la rilevanza di un problema strutturale italiano, ovvero gli errori di previsione sul Pil.

Per quanto riguarda il primo punto critico, l’Ufficio Studi Cgia mette in correlazione i numeri. “Il PNRR italiano prevede 235,6 miliardi di euro, di cui 191,5 riconducibili al Recovery Fund, 30,6 a un fondo complementare e gli altri 13,5 miliardi di euro al REACT-EU,. Di questi 235,6 miliardi, 52,6 verranno investiti per “progetti in essere”, ovvero già previsti, mentre i restanti 183 andranno a finanziare “nuovi progetti”. Pertanto, nel 2026 la crescita del Pil, anno in cui si concluderà l’azione del Piano, dovrebbe essere più alta di 3,6 punti percentuali rispetto allo scenario che si verificherebbe senza l’effetto degli investimenti aggiuntivi”.

Un ragionamento che fila solo supponendo che il meccanismo si avvalga dello scenario ottimale, ovvero che gli investimenti vengano spesi in maniera efficiente, in condizioni monetarie  favorevoli e che non vi siano ripercussioni negative sul premio del rischio sovrano. “Condizioni che, ovviamente, nessuno può confermarci che si verificheranno – dicono gli studiosi – se, rispetto a quanto riportato, il quadro generale fosse meno ottimistico, il nostro PNRR ipotizza altri 2 scenari: uno medio con una crescita del Pil del 2,7 per cento e uno basso con un incremento dell’1,8 per cento”.

Per quanto riguarda  l’effetto moltiplicatore sul Pil e analizzando solo lo scenario ottimale, l’Ufficio studi della CGIA segnala che “a fronte di 183 miliardi di investimenti, nel 2026 avremo un aumento strutturale del Pil di poco inferiore ai 70 miliardi, determinando un moltiplicatore del Pil pari a 1,2”.

“Un risultato non particolarmente esaltante – comentano dalla Cgia –  se si tiene conto che, secondo uno studio della Banca d’Italia, la realizzazione delle opere pubbliche può avere ripercussioni importanti sulla crescita economica di un paese se il moltiplicatore della spesa pubblica per investimenti è compreso tra l’1 e il 2. E’ vero che l’1,2 per cento previsto dal Governo Draghi nel PNRR ricadrebbe nella forchetta indicata dalla Banca d’Italia, ma è altrettanto vero che raggiungeremo questo obbiettivo solo se tutto andrà per il verso giusto; cosa che molti osservatori dubitano, vista la cronica inefficienza che caratterizza buona parte della nostra Pubblica Amministrazione, la mole di burocrazia che attanaglia il paese, l’incapacità storica di spendere tutti i fondi europei e i tempi di realizzazione delle opere pubbliche italiane che presentano dei ritardi che non hanno eguali nel resto d’Europa”.

Terzo snodo critico, il fronte occupazionale.  Anche in questo caso, secondo le analisi degli studiosi della Cgia di Mestre, gli effetti del PNRR potrebbero essere non proprio entusiasmanti: “Grazie ai 235,6 miliardi di investimenti, nel 2024-2026 l’occupazione in Italia è destinata ad aumentare di 3,2 punti percentuali che in termini assoluti equivalgono a 750 mila addetti”. Senz’altro buona notizia, che tuttavia dobbiamo confrontare con le perdite, che solo nel primo anno della pandemia sono ammontate a 900 mila posti di lavoro, nonostante sia stato e sia ancora in vigore il blocco dei licenziamenti. “Non osiamo pensare – è il commento –  cosa succederà prossimamente, quando quasi sicuramente questa misura verrà eliminata”.

Infine, in gioco entrano anche gli errori di previsioni sul Pil, che come riporta la Cgia, ci collocano a fanalino di coda in Europa. Errori che non si traducono in semplici scuse, ma comportano delle perdite sia sul fronte della credibilità della nostra economia sia più strettamente economiche.

“Nell’ultimo rapporto annuale dell’European Fiscal Board, pubblicato nell’ottobre 2020 (quarto rapporto annuale) – concludono dalla Cgia – è riportata un’analisi sulle differenze tra la crescita effettiva del Pil e le proiezioni presentate nei programmi di stabilità e convergenza durante il periodo 2013-2019. Rispetto ai Paesi dell’Area Euro, l’Italia presenta il risultato più critico: le previsioni di crescita sono risultate essere alte in tutti e 7 gli anni presi in esame (2013-2019). Dopo l’Italia, si posizionano 5 paesi che hanno stimato previsioni più elevate in 5 anni su 7. Essi sono: Belgio, Spagna, Francia, Lettonia e Slovacchia.

Il risultato dell’Italia è altresì critico sul fronte dell’errore medio delle previsioni; in questo rank negativo  risultiamo secondi solamente alla Slovenia, con un errore medio annuo di stima pari all’1,3 per cento del Pil nominale; tale discrepanza si traduce in un impatto sul bilancio delle Amministrazioni pubbliche di oltre lo 0,5 per cento del Pil all’anno (in 7 anni circa 60 miliardi di euro sul bilancio della nostra PA)”.

 

 

 

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