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Poemetto da David Riondino: 4 Novembre 1966. Diario Opinion leader

Firenze – Poemetto “alluvionistico” (come lo dichiara l’autore) inviato da David Riondino a Stamptoscana.it

4 NOVEMBRE 1966. DIARIO.

1

Nel pomeriggio, ricordo, giocai
a calcio, all’oratorio. Non sembrava
cosi grave. Pioveva: immaginai
che come sempre, poi l’Arno calava.
Ma venne notte, e non finiva mai
la pioggia, con il fiume che montava:
finché fu chiara la devastazione,
e sigillato il termine: Alluvione.

2

Io non avevo la televisione,
e anche se c’era, di notte taceva:
e così mi ricordo la tensione
che saliva, la radio che diceva
che gonfiava. Ricordo l’ossessione
infinita dell’acqua che cresceva,
e il fatto di sentirsi come se
fossimo dentro l’arca di Noè.

3

Poi viene la mattina, e scopri che
tutta Firenze è sotto, diparecchio.
Si spargono le voci: “dice che
la piena ha già travolto il Ponte Vecchio…
…neanche i tedeschi!… “ dice. Poi non è
vero, e comunque compri scopa e secchio,
le scatolette e l’acqua minerale
“…che quella del comune farà male…”

4

Ascoltammo il diluvio universale
in radio, fermi e zitti, ora per ora:
era una voce tragica e fatale,
la voce della radio di allora.
Controllavamo fuori quanto sale,
quanto mancava alla nostra dimora:
dopo due giorni di incubo e di angosce
scendemmo in centro, armati di calosce.

5

E si girava col fango alle cosce
e nel fango era tutto mescolato
e quasi niente più si riconosce
come se il fiume avesse traslocato
le cose dritte diventano mosce
e la desolazione da ogni lato
e tutto avvolto in una melma scura
che puzza di rovina e sventura.

6

Ma dopo poco, passa la paura:
nella mancanza di ogni indicazione,
si rivela la fervida natura
della dinamica popolazione.
Ed è qui che comincia l’avventura,
la famosa Epopea dell’Alluvione:
che ci ha fatto vedere da vicino
che cosa sia l’Orgoglio Cittadino.

7

Faceva parte, allora, mio cugino
di un gruppo Scout piuttosto organizzato,
e lo raggiunsi; e da San Jacopino
ci movemmo in manipolo attrezzato.
Era bello il Boy Scout fiorentino,
quando Renzi non era ancora nato:
e veloci si mossero spediti
a Santa Croce, tra i palazzi arditi.

8

Nei labirinti pieni di detriti,
viscere di manieri fiorentini,
io mi ricordo che siamo finiti
in un groviglio di tappi e tappini,
a spostare dei sacchi marciti,
nauseabondi come gli intestini:
ed uno scout che mi stava vicino,
tutt’un tratto sparì dentro un tombino.

9

Strillò come un augello, il poverino:
ma per l’appunto il fango nascondeva
i tombini, o magari era il destino
che ci ghermiva dove ci attendeva.
L’uomo e la donna, il vecchio ed il bambino
si mescolava e si riconosceva:
ed il destino mi portò fatale
dentro la Biblioteca Nazionale.

10

Ci passavamo a mano per le scale
gusci di fango in forma di volume,
come se fosse quasi naturale
ricevere la visita del fiume.
Il Fango e la Sapienza Universale
stavano nel medesimo costume:
e qui nasceva la Meditazione,
La Metafisica dell’Alluvione.

11

A una cert’ora c’era refezione,
e si ammucchiava nello stesso posto
e sullo stesso grande tavolone
pane, prosciutto, e il Tasso con l’Ariosto.
Eccola, la magnifica visione
di tante meraviglie fuori posto:
e libri, e fango, e vino ovunque giri:
pareva Babilonia degli Assiri.

12

Insomma c’era un incanto, traspiri
un incanto, che sembra di sognare:
c’è qualche cosa nell’aria che respiri,
che resta, e non si può dimenticare.
In Biblioteca dormi, lavi e stiri,
e si ragiona di ricominciare:
severi come Dante e Brunelleschi
ma scervellati come Palazzeschi.

13

E gli angeli bibliofili tedeschi,
americani, inglesi. Gli eruditi,
gli stranieri sapienti e principeschi,
i francesini giovani ed arditi,
esperti in miniature ed arabeschi…
E molti codici sono spariti,
in quei giorni. E sovente, la serata
si concludeva in una fiaccolata.

14

Ricordo che in quei giorni fu inviata,
dal nord, una “Colonna Mondadori”,
annunciata da una telefonata
a mio padre. Amicizie di scrittori,un padrino nel ramo, la brigata
di toscani a Milano, gli editori;
e diversi automezzi in formazione
giunsero una mattina sul portone.

15

E non so più per che combinazione
(la situazione era eccitata, strana)
mi ritrovai da solo sul gippone
a guidare l’intera carovana:
mi persi. L’incertezza, l’emozione,
o la città così diversa e strana…
E chissà mai se poi sarà arrivata
la carovana, e chi l’avrà trovata…

16

Vidi in Piazza Stazione un’ammucchiata
di biciclette, spinte a naufragare
sopra i gradini della scalinata
come i rifiuti che trascina il mare.
E un matto con la bocca sdentata
che ci gridava: “venite a guardare!
guarda le biciclette attorcigliate,
fanno l’amore, sono innamorate!!…”

17

Poi mi ricordo che sono passate,
nel vuoto, tre figure e tre cavalli,
gente di circo. Le vesti stracciate,
avevano dei drappi rossi e gialli.
Camminavano come trasognate,
tintinnavano zoccoli e metalli.
Tenevano i cavalli alla cavezza,
dirigevano verso la Fortezza.

18

Si stava in quella specie di incertezza
tra sogno e veglia. Ci era rivelata,
sotto lo stesso stemma di bellezza,
una citta diversa, rinnovata
da una potente, buia giovinezza,
in una varietà disordinata:
il mondo come forse appare a un matto,
a un cavallo, a una rondine, ad un gatto.

19

E mi sentivo stranamente adatto
a camminare per questo confine,
e mi sentivo vigile e distratto
in quelle mattinate fiorentine.
Come fossi davanti a un manufatto
d’oro, d’argenti e di materie fine:
il privilegio di una visione,
dentro la maestà dell’Alluvione.

20

Non è soltanto la desolazione,
quella che viene dentro le sciagure:
ma, nel bene e nel male, l’occasione
di incontrare antichissime paure.
Una potenza senza compassione
molto al di là delle nostre misure,
che viene indifferente da lontano,
dal tempo delle stelle e del vulcano.

21

E in un lampo intravedi il dio pagano,
quello del tuono del fiume dei venti,
indifferente all’intelletto umano,
capriccioso signore degli eventi.
Nell’idea di qualcosa oltre l’umano
che si scatena dentro gli elementi,
per un attimo appare da vicino
la furia indifferente del divino.

22

Poi tutto passa, e riprende il cammino,
e si torna a dividere e sfangare,
celebrando nel fango fiorentino
la nostra vocazione ad ordinare,
il nostro fragilissimo destino
di definire, di catalogare
argini per tenere l’acqua viva
e strade per andare alla deriva….

23

… è una traccia così definitiva,
una sciagura di grande purezza,
se cinquant’anni dopo ancora arriva
questa buia, stranissima bellezza.

Non pensavo che fosse così viva,
quella Alluvione e quella giovinezza.
Rendo grazie alla cronaca e alla storia,
Che ha rinnovato il volo alla memoria.

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