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Polemiche: il caso Magni divide ancora le comunità pratesi Cultura

Prato – Mai titolo scelto fu più adeguato.  Si tratta de “Il caso Fiorenzo Magni” scritto dal docente universitario Walter Bernardi sul ciclista di Vaiano, vincitore del Giro d’Italia nel 1948 e famoso come “terzo uomo” perché capace di inserirsi  tra il duo italiano di corridori più conosciuto e amato di tutti i tempi Coppi e Bartali. Magni ha però un passato ingombrante: ventiquattrenne partecipò ai fatti di Valibona in cui morirono alcuni uomini della resistenza e ci fu chi disse che lui fu tra coloro che spararono al partigiano Ballerini.

Assolto per insufficienza di prove in un processo che lo vide sul banco degli imputati, Magni andò via da Prato con la madre nel 1944 e non vi fece più ritorno. Morì nel 2012 a Monza dove è tuttora sepolto. A questo racconto la “Società Italiana di Storia dello Sport” ha assegnato  il premio Manacorda per “la pubblicazione più rilevante relativa alla storia dello sport 2018”.

La polemica scaturisce dalla mancata presentazione del libro “per ragioni politiche” presso il Museo della Deportazione di Figline nonostante fosse inserita nella manifestazione dedicata alle letture e promossa dal Comune di Prato “Un autunno da sfogliare.”

«Ho incontrato Aurora Castellani, presidente del Museo della deportazione, diversi mesi fa perché vivo a Figline di Prato, così Bernardi – dalla quale avevo ricevuto assicurazioni in merito alla presentazione del libro sul Magni, per presentarlo in quella sede. So che ci sono stati due Cda: uno con cui si dava il via libera all’iniziativa, ma poi dopo una serie di polemiche, ne è stato convocato un altro in cui all’unanimità i Soci hanno deciso di cancellare per opportunità politiche la mia presentazione. Ora mi trovo nella spiacevole situazione, nonostante una fedele ricostruzione storica del fascista e repubblichino Fiorenzo Magni  di venire accusato dai suoi familiari per aver tratteggiato nel libro un profilo eccessivamente negativo, viceversa troppo buonista dai suoi detrattori. Penso a questo punto che presentare come mi era stato proposto dall’assessorato alla cultura il mio libro alla Biblioteca Lazzerini perché ritenuta sede neutra in alternativa al Museo, sarebbe stato per me mettere una toppa più grande del buco e ho detto no grazie!»

A queste dichiarazioni fa seguito la risposta di Aurora Castellani la presidente del Museo della deportazione che ha fatto notare che nel cda del Museo di Figline ci sono tanti interlocutori con diverse sensibilità: Comune di Cantagallo, Comune di Carmignano, Comune di Montemurlo, Comune di Poggio a Caiano, Comune di Prato, Comune di Vaiano, Comune di Vernio, ANED – Associazione Nazionale ex Deportati sez. Prato; ANPI – Associazione Nazionale Partigiani sez. di Prato; Comunità Ebraica di Firenze, Associazione per il Gemellaggio Prato-Ebensee, ma che si sono espressi tutti sfavorevolmente all’iniziativa del professor Bernardi.  «Come presidente ho preso atto della loro volontà rispettandone interamente i vari punti di vista  -ha spiegato la Castellani, -ma faccio fatica a comprendere il diniego del Bernardi riguardo la sede della Lazzerini.

Un luogo storicamente non meno importante del Museo: nel cortile interno della Campolmi, che ospita il Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini, sono state poste le pietre d’inciampo per ricordare i deportati pratesi che furono prelevati a forza dai  tedeschi nel 44, condotti nei campi di concentramento e di lì mai più tornati. Anche questo posto è un luogo simbolo della Resistenza antifascista per la città, perché riporta alla memoria fatti drammatici e dolorosi che sono avvenuti qui e che non si potranno mai più dimenticare.»

In foto: in alto Aurora Castellani presidente del Museo della deportazione, sotto Walter Bernardi

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